Ugo Mulas / Montale.


LORENZO BARBERIS

Una delle più celebri foto di Eugenio Montale, il Nobel ermetico, lo ritrae nel suo studio con un'Upupa, uccello cui ha dedicato una celebre poesia. L'Upupa è simbolo poetico già cantato negli Ossi di Seppia (1925), anche se qui il poeta è chiaramente più anziano (Montale era nato nel 1896, gli Ossi escono che non ha trent'anni).

Lo scatto è di uno dei grandi maestri della fotografia italiana, Ugo Mulas, che avrebbe realizzato (tra 1962 e 1965, e poi nel 1970, come appunto questa) una serie di scatti dedicati agli "Ossi di Seppia" durante la sua visita a Montale a Monterosso. Scatti che avrebbero colpito Montale per la loro rispondenza alle poesie ispiratrici, a quanto pare.

Ho iniziato a navigare nel vasto mare dei siti italiani di poesia per rinvenire maggiori informazioni al proposito, con esiti alterni. Qualcosa di più preciso è emerso da siti fotografici e di cronaca, ma la ricerca è lungi dall'essere conclusa.

Stando a Fotoscrittura, "le fotografie di Ugo Mulas sono state capaci di rappresentare visivamente il messaggio dei versi di Montale in modo talmente divino che lo stesso poeta, dopo averle viste, esclamò con grande meraviglia: “Come hai fatto, come hai fatto!”."

Gli scatti di Monterosso dovrebbero essere sei, stando a questo articolo attualmente perduti dopo che erano stati assegnati al comune natale di Mulas, Pozzolengo, che doveva "valorizzare il patrimonio culturale inestimabile etc. etc.".



Questa sopra, ad esempio, sarebbe "Meriggiare pallido e assorto" (da qui) del 1964, con una Cerere classicheggiante che rimanda indubbiamente di più alla "Statua nella sonnolenza del meriggio" della Divina Indifferenza, nel "Male di vivere". Ma, appunto, il riferimento al meriggio connette le due liriche e il detournement, credo, a Montale sarebbe piaciuto. Inoltre, curioso l'uso di una statua di Cerere o altra dea agricola (ve ne è una molto simile a Mondovì, nel giardino del Belvedere, come credo si trovino in ogni importante distretto agricolo tardo-ottocentesco, a ben cercare) che coglie il criptico rimando montaliano al culto del Sole Assente (o meglio, Sfuggente) nei due simboli ermetici della Nuvola (il sole celato) e del Falco Alto Levato (il Sole - vedi i limoni... - che appare come elemento cifrato).


A "Meriggiare" è connessa anche quest'altra foto del 1964, che rimanda ovviamente a "Osservare tra frondi il palpitare / lontano di scaglie di mare". Non ci sono le fronde, e il mare è visto direttamente, sia pur da lungi (e in effetti palpita e si scaglia), tramite sassi levigati come ossi di seppia, appunto. Tra l'altro è particolare la scelta di usare il mare per illustrare una poesia che, per essere ligure, è poco incentrata su questo aspetto.



Notevole anche la foto che pare dedicata a "I limoni" (è una pianta di limoni, quella? la mia scarsa cultura botanica non mi ha consentito di appurarlo, nemmeno con un confronto su internet. Del resto la pianta è ancora acerba e il taglio fotografico non è documentario) che un sito associa, senza particolari commenti, a quella dei tagli di Fontana. L'accostamento è affascinante, perché in effetti associa i Limoni e l'occasione di rivelazione che essi promettono allo "squarcio nello schermo" che Montale attendeva "andando in un'aria di vetro", in altra lirica degli Ossi.


Questa foto si associa anch'essa perfettamente a "Meriggiare":

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Ci troviamo il muro d'orto, i pruni e gli sterpi dove si intrecciano le fila di formiche. Il mare della terza strofa è già stato interpretato nella foto vista prima, mentre la quarta e ultima strofa ritorna sul tema della muraglia.


Questa immagine, infine, con l'Uomo-Stella Marina che ricalca la metafora del titolo, degli Ossi di Seppia, è forse quella che potrebbe aver sorpreso, a nostro avviso, Montale nell'aneddoto detto sopra. Infatti tramite un oubject trouvé singolare (un uomo sdraiato ad Homo Vitruvianus) si ricrea una immagine visiva che potrebbe benissimo essere degli ossi, ma non c'è.

Un brano di critica un po' più ampio (da qui), da un pregnante testo di Elio Grazioli, la contestualizza abbastanza bene:

La prima idea autonoma è quella di “illustrare” con alcune immagini le poesie di Montale, Ossi di seppia in particolare. Una scelta significativa, che rimanda la fotografia alla poesia, al contenuto poetico di ogni espressione artistica; significativa anche come indicazione di “autonomia relativa” – se vogliamo chiamare così questo “appoggiarsi” che sussiste nella modalità di Mulas –, che ritorna su un amore di gioventù e si rivendica attraverso il rimando alla parola, invece che il contrario, separandosene: autonomia dalla parola grazie alla poesia, potremmo sintetizzare, che ritornerà nelle immagini per le scenografie in versione allora di autonomia dalla non-fotografia attraverso il teatro, la finzione, la musica. 

[...] La maggior parte delle fotografie per Ossi di seppia si possono guardare in maniera assolutamente sganciata dalle poesie cui fanno riferimento, come “poesia” a loro volta. Di quelle realizzate sul mare il tema centrale è quello del rapporto, anzi del rovesciamento, tra orizzontalità e verticalità: la massa del mare si verticalizza con un effetto strabiliante che dà significato al bagnante-stella marina “sotto” di essa, all’albero “attraverso”, alle rocce, alle onde e agli spruzzi “dentro”, al sole “sopra”; le rocce a terra a loro volta mostrano le loro stratificazioni quasi orizzontali, invece che la loro verticalità. Una spazialità, un linguaggio, una poesia tutti visivi, tutti fotografici, fatti di metafore tutte fotografiche: la luce, l’abbaglio, il mare come bagno di sviluppo che insieme fa apparire o copre l’immagine sulla carta, la carezza o la leviga, la abbandona o la sballotta, come l’onda con l’osso di seppia. “‘...sballottati / come l’osso di seppia dalle ondate / svanire a poco a poco; / diventare / un albero rugoso od una pietra / levigata dal mare; nei colori / fondersi dei tramonti; sparir...’; cioè questa specie di metamorfosi che lui [il poeta] va sognando, di diventare un sasso levigato dal mare” . 

Il testo, fotograficamente denso, cita in modo un po' sintetico dalla lirica montaliana: si tratta di un passo di Riviere in cui appaiono i suddetti Ossi di seppia (è l'unico punto interno al testo dove l'immagine appare, oltre al titolo della raccolta e della sezione), e rimanda alla volontà del poeta di svanire corporeamente levigato dal mare ("cielo e mare" illuminanti d'immenso dell'amico-nemico Ungaretti, il naufragar m'è dolce di leopardiana memoria, o prima ancora il ritorno postmortem al ventre materno di Zacinto in Foscolo) come un osso di seppia, un albero, una pietra per tramutarsi nella pura energia solare dei Limoni, "trombe d'oro", e del falco alto levato (molto dantesca l'anima che spicca "sorgente ebbra di sole / dal sole divorata").

Oh allora sballottati
come l'osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco;
diventare
un albero rugoso od una pietra
levigata dal mare; nei colori
fondersi dei tramonti; sparir carne
per spicciare sorgente ebbra di sole,

dal sole divorata...

O, come evidenzia Mulas con immagine, di fatto, ancor più pregnante, come una stella marina: che fonde perfettamente in sé il simbolismo marino e quello solare del ligure Montale, con un'immagine che egli non aveva usato (la stella marina, negli Ossi, non c'è).

Di sei foto quindi se ne sarebbero recuperate cinque. Resta il dubbio sulla sesta foto, a meno che non si sia considerata quella dell'Upupa, ma non credo, essendo successiva, del 1970. A questa va poi associata anche una foto analoga, con Martin Pescatore (manca solo il Diomedeo, direbbe il cardinale di Fellini), attestata qua e di qualità pessima (non ne ho trovate altre versioni).


Insomma, questo è quello che ho messo insieme in un'oretta di lavoro circa il rapporto tra Montale e Mulas (più di quanto si possa trovare singolarmente in rete, credo). Resta la curiosità di questa sesta foto, e in generale su altri eventuali aspetti di questo lavoro.

Come si dice in questi casi, Stay Tuned.

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