Ungaretti.



LORENZO BARBERIS.

Tra i poeti ermetici il mio preferito è Montale, ma è innegabile che tra le Tre Corone dell'Ermetismo il primo posto nell'Immaginario Collettivo spetti ad Ungaretti (anche se è l'unico dei tre ad esser senza Nobel).

"Cielo e mare", ovvero "Mi illumino / D'immenso" è l'archetipo della poesia breve moderna, spesso citato dal mediamente incolto come esempio del "lo-potrei-fare-anch'-io". E' un po' come il taglio di Fontana o il cesso di Duchamp, ma più famosa: non tutti fanno storia dell'arte alle superiori, tutti fanno italiano.

Ungaretti quindi l'allievo medio lo affronta in quinta elementare (è il meno criptico degli ermetici, e il tema bellico si presta a una vaga retorica pacifista che va bene anche qui), in terza media, immancabile, per le ragioni dette sopra, in seconda superiore, affrontando la poesia (come non farlo? Io sono giunto alla decisione di tagliare Pascoli, pochissimo amato dagli studenti, essendo lo Sfigato N.2 dopo Leopardi) e poi in quinta superiore per l'esame.

Per quattro volte ci si illumina di immenso, e quindi gli studenti giungono alle conclusioni di Francesco Flora, scettico sul suo frammentismo come un po' tutti i crociani: lo sapevo fare anch'io. A questo punto si arriverà alla poesia di una sola parola-chiave: "Dormire", non sentite come è evocativo?

Ovviamente hanno ragione, Flora e gli studenti (che si scaldano di meno a proposito dello storico critico, ovviamente). Sì, arriviamo alla "poesia di una sola frase, di una sola parola" (lo slogan politico, lo slogan pubblicitario, l'aforisma di twitter, vero fulcro della scrittura del lungo Novecento) e sì, in definitiva - dopo Ungaretti - lo possono fare (quasi) tutti.

Quello che salva Ungaretti è che "M'illumino / d'immenso", perlomeno, non è sfigata. Una poesia italiana non lagnosa e non sfigata, per gli allievi, è una curiosa eccezione. Dante e Petrarca piangono dietro tipe che non gliela danno, regolare, come pure Leopardi e Pascoli (con l'aggravante che è la sorella, ma questo a scuola non si può dire. Ragazzi, Il Gelsomino Notturno lo saltiamo, ci manca il tempo, purtroppo). E nel mentre ce la smenano con le loro sfighe. L'esilio, la laurea poetica che non arriva, Recanati che il sabato sera non c'è mai un cazzo da fare, la gobba, il babbo morto, la mamma morta.

Invece, "M'illumino d'immenso" almeno è figo. Una visione positiva, esaltante. Se uno sapesse anche il titolo (ma qui andiamo già in una ristretta elite) funziona altrettanto bene: Cielo e Mare, due immensi abbastanza vacanzieri (idem nei Fiumi, ma qui la smena abbastanza per le lunghe. E poi è Ungaretti, essere breve è il suo marchio di fabbrica. Cosa si dilunga a fare?).

Già la seconda lirica più famosa, "Soldati" ("Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie") piace meno, si intuisce già l'eterno, plumbeo senso della morte che incombe implacabile sulla lirica italiana in stile emo. Però se vogliamo estraniare dal contesto storico-letterario troppo incombente della grande guerra, e prescindere un po' da quel titolo vincolante, può non dispiacere nemmeno questa lirica. Basta solo rileggerla come monito-aforisma della modernità (in fondo, oh, Ungaretti era il primo a volere una lettura universalistica): "life fast, die young and have a goodlooking corpse".

Questa è anche la poesia di cui Ungaretti dice di aver passato notti insonni per spostare l'"a capo" di una lettera. Bella la vita del poeta, eh? Faticoso quasi quanto lavorare in fonderia. Questa è più o meno la considerazione quando si narra l'aneddoto, e dagli torto (i ragazzi a volte ritengono che il Poeta sia più o meno stipendiato per fare poesie - una sorta di poeta di corte a posto fisso statalizzato in età moderna - e quindi vedono la retorica sullo sforzo poetico come contrattualismo sindacalistico fuori bersaglio. "Cosa credete, anch'io mi faccio un mazzo tanto: l'altro giorno ho spostato un apostrofo tutto da solo, porca miseria!")

Anche il titolo della sua raccolta storica, la prima (e la prima dell'ermetismo poetico) non è così passatista. "Il porto sepolto" (1916) in fondo rimanda al viaggio interiore del poeta-eroe, un epos psicanalitico in chiave abbastanza avventurosa, l'archeologo-sub che cerca il porto perduto di Alessandria e di Atlantide.

Anche la connessione biografica non è, per una volta, sfigata: Ungaretti era nato ad Alessandria d'Egitto nel 1888, e il porto sepolto di Alessandria fa parte dei miti di quella terra.

Anche il fatto di crescere nel Porto di Mare per eccellenza lo salva dalla chiusura italiana, abbeverandosi a Baudelaire e ai simbolisti francesi: poi va a Parigi nel 1912 e qui conosce Apollinaire, Picasso, Modigliani, Braque, De Chirico. Nel 1914 parte volontario per la Grande Guerra per un'Italia che non ha mai visto.

Il porto sepolto (1916)

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
di inesauribile segreto.

Insomma, un poeta-Indy Jones, la poesia come segreto nascosto che Adam Kadmon vi disvela dopo la pubblicità. Essendo il titolo di tutta la raccolta, ammanta tutto di questo senso di mistero. Anche il titolo successivo, "L'Allegria", può andare bene, anche se fa già un po' troppo Mike Bongiorno e troppo poco poeta maledetto. "Allegria di naufragi" lascia già perplessi gli allievi, se è un naufragio che c'hai da ridere?
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
Morire come le allodole assetate
Di che reggimento siete
fratelli?
 
Parola tremante
nella notte
 
Foglia appena nata
 
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
 
Fratelli
San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato
Finita la guerra, Ungaretti resta comunque a Parigi come corrispondente del Popolo d'Italia, il giornale fondato nel 1914 da Mussolini (che lui aveva conosciuto nel 1915), coi soldi di Ansaldo e Fiat, per dare voce a un "socialismo interventista" di sua invenzione. Nello stesso anno il Porto Sepolto diventa "L'Allegria di Naufragi" (1919) con quell'evoluzione drammatica - ma anche ossimorica - di cui si è detto.
Col successo crescente del fascismo arriva anche il suo. Nel 1921 va a Roma, assunto all'ufficio stampa del Ministero degli Esteri. Nel 1923 esce il suo "Porto Sepolto" ristampato con prefazione di Mussolini, nel 1925 firma il manifesto degli intellettuali fascisti (e, ancora non lo sa, dice addio al Nobel).
Nel 1926, nella villa di Pirandello, sfida a duello "al primo sangue" Massimo Bontempelli, il pirandelliano autore di Minnie la Candida, ma perde, lievemente ferito a un braccio.
Intanto si converte al cattolicesimo (1928) e, con "Il sentimento del tempo" (1931), affronta nuovi temi rispetto a quelli bellici, rendendo la poesia più criptica e giungendo - con la raccolta omonima del 1933 - all'apice della fama, come modello dei nascenti Ermetici.
1931)


E poi qui entriamo in quella sfumatura incomprensibile, la definisci Allegria ma è un po' come una specie di Occasione di Montale (questo per paradosso lo capiscono se l'anno prima si è fatto Buzzati: l'occasione perduta, ragazzi, come il Colombre), non un trenino di capodanno cantando Brigitte Bardot.

Peggio se poi spieghiamo che il Naufragio è quello della guerra mondiale, che torniamo alla depressione della cupezza plumbea della guerra, ma narrata in piagnisteo, senza neanche un morto in HD. Però se vogliamo "Allegria di naufragi" in realtà alla fine si può capire, in fondo è lo stato d'essere di questo nostro tempo. No future ma per fortuna è uscito Walking Dead 14 in streaming (o distrazione sociale a piacere). Ungaretti si rivolterà nella tomba, ma in fondo il suo inconscio sarà soddisfatto, credo: l'allegria dei soldati naufragati nelle trincee somiglia più alla nostra, una felicità alcolica del sabato sera, grappa allora oggi spritz, per non pensare ai bombardamenti, ieri reali, oggi economici.

Allegria di naufragi




Show must go on, il poeta submariner che procede nel suo viaggio esistenziale e letterario (inoltre Ungaretti aveva davvero l'aria da lupo di mare sullo stile di Capitan Findus o di Trinchetto, il padre di Popeye).

Agonia

sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

"Agonia" è poco proposta. Nonostante il senso di morte che la pervade, il messaggio credo sarebbe apprezzato da Renzi, per il suo rifiuto del piagnisteo (controtendenza in una poesia abbastanza piagnisteica, in realtà). Interessante che propone una morte eroica (la allodola assetata di assoluto che si immola sul miraggio dell'acqua nel deserto, un assoluto mistico che non esiste, comunque), una morte stolida, ben più realistica (la quaglia che muore perché non ha più voglia, di accidia), pur di evitare la vita lamentosa del cantore cieco.

Veglia

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.

"Veglia" è tra le più deprimenti poesie ungarettiane, quindi tra le più gettonate nelle antologie scolastiche, in modo che emerga bene l'orrore bellico. Idem valga per "Fratelli", sulla fratellanza che nasce in guerra. In fondo lo stesso senso di sospensione di Soldati (la parola trema di speranza come una foglia primaverile al vento, invece che autunnale). Per non parlare di San Martino del Carso.

Fratelli



Sentimento del tempo 
E per la luce giusta,
Cadendo solo un'ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Ma ora l'ascolto,
T'affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.

Nel 1939 perde il figlio Antonietto, evento che rievocherà ne "Il dolore" (1947) (ecco, qui ritorna l'eterno "senso del dolore in Manzoni e Leopardi") dove esplora anche il generale orrore dell'esperienza bellica (1939-1945) che si sovrappone al suo personale. Accademico d'Italia nel 1942, a un anno dall'avvio della resistenza, la vicinanza al regime non ne stroncherà la carriera ma ne precluderà l'accesso al nobel, conquistato invece dal rivale Quasimodo nel 1958 (non vedrà la vittoria di Montale, cinque anni dopo la sua morte).

Per il resto però la poesia di Ungaretti sembra poesia antifascista per antonomasia: la forma antiretorica (ovvero con una retorica anticlassica), il tema bellico in chiave (erroneamente intesa) pacifista nel denunciare l'orrore bellico... tutto ne favoriva la ripresa nelle antologie dove ancor oggi me lo ritrovo, anche la relativa "facilità" rispetto a certo Montale, ad esempio.

La fama pop di Ungaretti cantore della nuova-nuova Italia è anche televisiva, grazie alle letture, ormai ottantenne, dell'Odissea alla TV italiana nel 1968, prima del noto sceneggiato televisivo. Ungaretti come Omero ed Ulisse, secondo un parallelo che aveva già tentato Foscolo, ovviamente non ancora in chiave TV-POP.

L'ultima poesia, pochi giorni prima di morire, è "L'impietrito e il velluto" (1970).

Ho scoperto le barche che molleggiano
Sole, e le osservo non so dove, solo.

Non accadrà le accosti anima viva.

Impalpabile dito di macigno
Ne mostra di nascosto al sorteggiato
Gli scabri messi emersi dall'abisso
Che recano, dondolo nel vuoto,

Verso l'alambiccare
Del vecchissimo ossesso
La eco di strazio dello spento flutto
Durato appena un attimo
Sparito con le sue sinistre barche.

Mentre si avvicendavano
L'uno sull'altro addosso
I branchi annichiliti
Dei cavalloni del nitrire ignari,

Il velluto croato
Dello sguardo di Dunja,
Che sa come arretrarla di millenni,
Come assentarla, pietra
Dopo l'aggirarsi solito
Da uno smarrirsi all'altro,
Zingara in tenda di Asie,

Il velluto dello sguardo di Dunja
Fulmineo torna presente pietà.

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