Alice attraverso il Black Mirror

LORENZO BARBERIS.

Spoiler alert as usual.

Ho visto in questi giorni la serie inglese "Black Mirror" di Charlie Broker. Due stagioni (2011 e 2013) di incredibile, eccezionale fantascienza sociologica. Come dichiarato anche dalla Endemol, la società produttrice, è il ritorno in scena di Twilight Zone, la prima serie di SF televisiva sul finire degli anni '50, che aveva sdoganato la SF in tv riferendosi alla difficile fantasociologia letteraria di Asimov, Sheckley, Brown e soci, piuttosto che alla space opera imperante sul grande schermo nel medesimo periodo.

Poi, con gli anni '60, era arrivata Star Trek, piena di nobili sentimenti e di indubbia qualità artistica, ma la zona ai confini della realtà era tornata, appunto, nella sua zona del crepuscolo, salvo il ritorno negli anni '80, ma ormai, già allora, come fantasia bizzarra, non più come capacità di parlare del reale tramite uno specchio deformante.

Per cui dell'apparizione di Black Mirror sono entusiasta. Dopo più di dieci anni di ubriacatura tecnologica (il web è del 1991, e dal 2000, come web 2.0, ha iniziato ad avere il pesante impatto che vediamo oggi) finalmente inizia una affascinante riflessione collettiva.

Il Black Mirror è quello di qualsiasi schermo, televisivo, di computer, di smartphone o ipad (ormai, che differenza fa, in un sistema integrato?) tramite cui emerge l'oscuro futuro che ci si è preparato. Come si confà alla migliore SF sociologica, la morale è sempre apocalittica.

La cosa affascinante, ovviamente, è che come sempre si amplifica di un poco ciò che già esiste nella realtà. Il primo episodio, in definitiva, è affine al ricatto morale dell'Ice Bucket Challenge, ovviamente moltiplicato per mille nell'estremizzazione e nell'effetto.



Il secondo episodio mostra i meccanismi dei talent show, estremizzati in un futuro poco lontano. Molte starlette dei talent già oggi declinano nello stesso modo (di solito con una parabola più lenta) mentre i videopredicatori da sempre vengono integrati al sistema per contestarlo a pagamento.

Il terzo episodio mostra i rischi di una vita sempre connessa, in cui lasciamo perenne traccia di tutto quello che facciamo, esponendoci a un radicale controllo sociale.

Il primo episodio della seconda serie, che è stato opzionato per un film, è quello più marcatamente "fantascientifico" (e ricorda da vicino una simile puntata di Max Headroom) e, pur inquietante, non è ancora plausibile nelle sue conseguenze più remote. Quindi è forse quello meno interessante sotto il profilo sociologico.

Affascinante invece il secondo, che ci mostra la giustizia in un mondo in cui fosse consegnata ai media uniti al pubblico dei "forcaioli di internet". Anzi, in realtà la visione è ottimistica, a mio avviso (anche per ragione del fatto che nemmeno nel peggior torture horror si potrebbero rappresentare le fantasie del peggior "giustizialismo da facebook").

Il terzo episodio, poi, è direi decisamente ispirato (radicalizzandolo) ai Cinque Stelle italiani. L'episodio più realistico, con un pupazzo virtuale sarcastico e aggressivo che arriva secondo alle elezioni insultando gli avversari, impreparati a reagire, proponendo un sistema di democrazia diretta tramite televoto di cui egli si fa il portavoce.

Insomma, indubbiamente, uno sguardo sul futuro molto inquietante. E, purtroppo, molto realistico.

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