American Hustle



LORENZO BARBERIS

Spoiler Alert As Usual.

Visto ieri "American Hustle" (2013), primo film che vedo di David Russell, regista indipendente statunitense di cui ricordo solo di aver sentito citare "Three Kings" (1999) nella sua comunque non vastissima filmografia.

Il film - con il pleonastico sottotitolo italiano "L'apparenza inganna" - sarebbe traducibile (per fortuna hanno lasciato l'originale) come "la truffa americana", è un perfetto ritratto degli USA anni '70, quella strana età dell'oro, indipendente ormai dalle spire di Nixon dopo il Watergate del 1974, ma comunque beneficiaria della realpolitik di potenza del suo potentissimo segretario di stato Kissinger.

Dopo quattro anni del vice di Nixon, Ford, e chiusa la parentesi ormai imbarazzante ma in fondo poco rilevante del Vietnam, stretta la pace spaziale Apollo-Soyuz con un URSS sempre più debole (1975), gli USA non hanno rivali seri sullo scacchiere internazionale e possono addirittura permettersi quattro anni della imbelle presidenza democratica Carter. Mao è appena morto (1976), la Cina è lontana.

Tutta questa cornice non appare minimamente sulla scena, è giustamente data come implicita. Per questo è un ritratto storico più credibile di, ad esempio, il pur godibile "Edgar" (2012), che racconta la stessa epoca nei dietro le quinte del potere.


La vera American Hustle. Lo sceicco sembra davvero più un agente messicano...

Comunque, al centro vi è sempre l'FBI intrigante di Hoover, tramite una storia minore ma vera, l'Affaire Abscam, dove la Ditta si serve di due veri imbroglioni, il geniale ebreo Irving Rosenfeld e la seducente "lady inglese" Sydney Prosser, incastrati per le loro modeste e impeccabili truffe finanziarie (genialmente, si limitano a chiedere una discreta somma per "interessarsi" di fare avere enormi prestiti, senza poi fare nulla al proposito, salvo tenere in piedi la recita di una importante ditta di intermediazioni, la London Associated).

Grazie a loro l'ambizioso agente italoamericano Richie Di Maso mette in scena l'Ab Scam, sigla per "Arab Scam", la "truffa araba": un ricco magnate arabo viene in visita degli USA per investire, e incontra tutti quelli che possono fornirgli appoggio illegale nella sua scalata al rilancio del gioco d'azzardo.

Con un raffinato gioco di specchi, la vicenda è sostanzialmente corretta, ma viene ulteriormente romanzata negli intrecci sentimentali che si vengono a stabilire tra i vari protagonisti, elemento assente nell'originale.

Il film si dichiara infatti fin dall'inizio come finzione cinematografica: dopo la scena paradigmatica in cui Rosenberg si aggiusta il parrucchino (ma anche Di Maso, che lo giudica e glielo strappa, si arriccia vanitosamente i capelli lisci...), simbolo del suo "essere finzione", vediamo il suo esordio da truffatore da ragazzo, quando rompe i vetri dei negozi vicini per portare lavoro al padre, povero vetraio. "Il monello" di Chaplin, citazione spudorata, che ci denuncia la finzione del tutto.

A un altro monello, in fondo, si ispira tutta l'ideologia di Rosenberg, centrata sulla "psicologia inversa", ovvero all'eterno Tom Sawyer di Mark Twain (ispirazione, per dire, anche del Bart Simpson di Groening), il quale inizia le sue avventure convincendo gli amici a dipingere per lui lo steccato che gli è stato assegnato per punizione, pagandolo addirittura per poter compiere quest'esperienza. Gli è bastato mostrarsi non interessato a cedere il privilegio di dipingere lo steccato per spingerli a comprare in modo spasmodico, cedendo in cambio biglie, petardi e pennies. Con questo capitale Tom poi comprerà i buoni del catechismo, accumulandone abbastanza per acquistare la Bibbia data in premio ai più zelanti e devoti fanciulli cristiani da un ispirato reverendo in visita, ma questa è un'altra storia.

Il citazionismo segna comunque discretamente quest'opera. Così, quando entreranno in scena i mafiosi, non si mancherà di citare "Goodfellas", e addirittura scappa, tramite una foto, una citazione agli Aristogatti, e a quel fantastico truffatore disneyano che è il sornione gatto O'Malley (il nostro "Romeo, er meglio der Colosseo").

Rosenberg, imbroglione che si diverte a giocare sul filo tra legale e illegale (con frequenti sconfinamenti, è chiaro, da questo lato della barricata), è costretto così alla sua più grande partita per sfuggire sia all'FBI che alla vendetta dei mafiosi che DiMaso vuole incastrare. E alla fine è la Mafia a raggirare l'FBI, facendogli eliminare, di fatto, i politici non controllati dalle famiglie, mentre il boss mafioso sfugge, con un abile trucco, ad ogni possibile cattura.

La storia si sviluppa come una partita tra i due, dove ognuno cerca di ingannare l'altro (DiMaso ad esempio sottace che l'agente messicano che interpreta l'Arabo conosce la lingua, per tenere l'altro più sotto stress davanti a un boss recitato da un archetipo De Niro, che ha come firma il fatto di non far seppellire i cadaveri, "per mandare un messaggio"); ma le varie figure intermedie, moglie, amanti, mafiosi, politici, giocati come pedine sulla scacchiera della grande truffa americana, non si limitano a subire ma anche loro, a loro modo, sviluppano giochi autonomi, mai del tutto chiari nemmeno nel finale, dove se tra i due contendenti è evidente vincitore e sconfitto, dei personaggi marginali non si saprebbe dire chi ha ingannato chi.

Alla fine Rosenberg torna alla sua iniziale passione, quella della vendita di opere d'arte, senza più elementi illegali ma limitandosi a far fruttare la sua abilità dialettica come un Dipré antelitteram.

L'American Hustle è terminata.
O, forse, con gli incombenti anni '80 reaganiani, è solo all'inizio.


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