Berto Ravotti




LORENZO BARBERIS

Berto Ravotti è un artista dell'area monregalese (come zona d'origine) che mi ha sempre affascinato. La modernità pop delle sue ricerche era indiscutibile, specialmente in anni in cui il Pop era ancora avanguardia e non citazione ormai quasi scontata.

A Mondovì Ravotti era cresciuto, essendovisi trasferito con la famiglia ancora in giovane età (era nato a Montaldo Mondovì nel 1924). Partigiano in Vall'Ellero e in Val Castto nel 1943, non ancora ventenne, si diploma geometra nel 1945 (per Briatore 1978; all'Artistico, per l'eccellente sito GA13) e si iscrive all'Albertina, frequentando poi anche Architettura. Uno dei primi artisti monregalesi con un curriculum accademico universitario, cosa rara in quegli anni, che ne segna probabilmente la particolare modernità di ricerche.

L'avvicinamento alla pittura avviene verso il 1957, a trent'anni; dal 1959 appare in varie esposizioni con le sue prime opere. Un figurativo comunque essenziale, segnato da robusti temi di contorno, e che presto viene superato in un'arte più concettuale.


In questa fase Ravotti è ancora monregalese in senso proprio, anzi, arci-monregalese, partecipando al grande evento di Campanile-Sera, dove fa una caricatura (e poi un ritratto serio) all'immortale Mike. Ma negli stessi anni Ravotti sta anche uscendo dalla ristretta figura del pittore locale tramite le prime importanti partecipazioni nazionali, come la Quadriennale.


(Muro, 1962)

Ravotti passa presto, comunque, al tema dei muri (1961-1963), un evoluzione molto montaliana (vedi il "Meriggiare"...) in cui mette a frutto la natura di confine piemontese-ligure tipica della zona di Mondovì.


Il Sacrario del 1964

Nel 1964 una importante consacrazione: l'autore costruisce, insieme a Bolla e Cavallera, il Sacrario delle Deportate Italiane a Ravensbruck, prima occasione in cui parla di lui il "Belvedere", la rivista culturale della Mondovì di quegli anni (nata nel 1963, nel generale fervore della nuova Italia del Boom).


Sempre nel 1964 Ravotti è coinvolto in una vicenda assolutamente minore, ma curiosa per fare uno spaccato sul "bel mondo dell'arte": giurato a un concorso di Dronero dedicato al "monregalese" Giolitti, riceve una falsa telefonata del prefetto di Cuneo per raccomandare un pittore. Ravotti verifica che la telefonata è falsa, il pittore viene rinviato a giudizio, il parroco per buona misura lo accusa di alcuni recenti furti in chiesa. In verità non vi sono prove, e il pittore rivendica che siano stati alcuni pittori a lui ostili a giocargli quel brutto tiro (è escluso dal concorso, ma in realtà "perché il quadro è giunto in ritardo", versione ufficiale). Anche il parroco ritratta.

Sulla Resistenza, il partigiano Ravotti curerà anche la serie di libri per ragazzi della Milanostampa, che ricordo di aver letto dalla biblioteca di classe della mia scuola media (ultimo residuato di un'era ormai perduta di progressismo scolastico). Al lavoro, commissionato dall'editore-partigiano Nicola Milano, partecipano nomi importanti dell'arte italiana dell'epoca, quali Aligi Sassu e Guttuso, ma anche il monregalese Reviglio (altro autore potenzialmente da riscoprire).



Questo lavoro non fu affatto accolto con unanime entusiasmo, anzi: non mancarono critiche striscianti che sottolinearono l'ipotetica eccessiva crudezza delle rappresentazioni, che Ravotti invece difende lucidamente in questo intervento su La Stampa del 1965. Ravotti scrive ormai da Cuneo, non quindi più (da poco) monregalese in senso stretto.



Il discorso delle Ombre inizia nel 1965, in parallelo alla Pop Art americana di Warhol e soci: l'autore tenderà a non gradire troppo l'allineamento a tale esperienza, evidenziando la differenza di una Pop Art che lavora sui simboli, mentre lui lavora sull'Ombra: ciò che di più anti-oggettuale possa esservi. In effetti l'ombra, spesso sfuocata come in un gioco fotografico, pare rimandare più a un certo iperrealismo optical, molto in voga in quegli anni.

Sui muri si proietta quindi l'Ombra, che sarà il tema centrale, affascinante, della sua ricerca. Ancora qui, Montale, il presunto Montale antifascista del "Non chiederci la parola":

Ah, l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

L'Ombra come inconscio, quindi, e forse non a caso i temi delle ombre saranno, più o meno esplicitamente, erotici.

Come detto, il "Belvedere" monregalese aveva presentato tale produzione con ampli articoli a partire dal n.1 del 1965.

Ravotti, di cui si riportano stralci di intervista, mostra una modernità notevole di vedute: parla di evoluzione del suo lavoro in una "visione sequenziale", con una ripresa di modalità "cinematografiche e fumettistiche" delle sue "visioni umbratili".

Le sue proiezioni delle ombre su varie superfici, spesso con raffinate ironie sociali e politiche, rimandano alla modalità di nascita della pittura nel mito greco, e ben si collegano a quel "teatro delle ombre" platonico che è stato spesso visto come l'antesignano nobile del cinema stesso.  (nell'intervista, cita anche "shaped canvas" alla Frank Stella, per seguire le evoluzioni del muro in galleria e rompere l'idealtipo borghese "cornice come finestra su altri mondi"...).

Il Belvedere prende però garbatamente le distanze da ciò che riporta: se l'astrazione in sé, già su altri numeri, non era del tutto sgradita, il Pop è percepito come vacuo: "personalmente lo vorremmo veder correre di meno dietro ad ombre non sempre consistenti", dice di Ravotti (di cui comunque parla poi spesso, e con buona evidenza).


Ombre di circo, 1967

Nel 1966 la consacrazione del suo lavoro, con la recensione delle Ombre di Gillo Dorfles (da GA13: "“strutture visuali che dissolvono e al tempo stesso moltiplicano l’immagine, dandole una realisticità pressoché fotografica, che però viene immediatamente annullata dalla moltiplicazione che l’immagine stessa subisce”) e da un lavoro in mostra a Milano a quattro mani con Lucio Fontana.


1969, un'ombra "sequenziale" di cui parlava l'autore nel 1965.

Nel 1969, così, nella mostra romana, si parla ormai di un "pittore nazionale". Notiamo anche un attenuarsi, uscendo dai '60, dell'optical, mentre ci si concentra di più sul gioco concettuale, prima già presente ma forse maggiormente mascherato dall'effetto ottico.


1970


1971



1972

Nel 1970 inserti materici nelle sue opere potrebbero essere invece influsso dell'Arte Povera, operante in quegli anni a Torino. La cosa si accompagna però anche al prevalere di interni come ambiente delle ombre, mentre spesso appare il simbolo della bacchetta come segno di potere, magistrale ma anche dittatoriale (lo stesso Ravotti era insegnante di arte, alle neonate scuole medie del 1962).


Quest'ombra dedicata al Cile probabilmente rimanda, ad esempio, al Golpe del 1973. L'Ombra sul muro si fa dunque, qui, dichiarazione antifascista esplicita, e non solo più proiezione inconscia, come nel Montale del "Non chiederci la parola" del '25. Ma del resto l'immagine potrebbe essere anche solo quella di un insegnante (lo stesso Ravotti insegnava Arte nella Nuova Media nata nel 1962); e forse, con ironia autocritica, Ravotti accomuna le due cose, il dictator fascista e la tirannis magistrorum (come fece del resto molta pedagogia radicale dell'epoca).

Nel 1978 Ezio Briatore, nel suo affascinante studio sulla scena artistica monregalese alle soglie degli '80, ancora si limita a riferire del quadro sopra ripreso; ma negli anni 1980 l'attenzione di Ravotti si sarebbe volta al multimediale, con opere di cui si trova pochissimo online, per paradosso, ma che sarebbe interessantissimo poter esaminare, cogliendo così ancora una volta una esperienza particolarmente precoce di un autore di - sia pur lontana - formazione monregalese.

Un autore "di Mondovì" di cui, insomma, sarebbe opportuna una radicale riscoperta, a mio avviso anche a livello di incidenza sull'arte nazionale per l'innovazione delle sue ricerche.

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