Cuneo Notes

 

LORENZO BARBERIS

Ogni tanto, per un buon monregalese, una gita a Cuneo è di pragmatica. The Big City, come diceva di Bergamo il comico Leonardo Manera nel suo personaggio del provinciale lumbard.

Poi, dato che in questo 2015 ha completato la Nuova Via Roma, tutta pedonalizzata, una vasca in centro è quasi d'obbligo (per il vero mondovita doc, lamentandosi ogni tre per due del fatto che Mondovì non sia ancora pedonalizzata; oppure, in alternativa, che l'imminente pedonalizzazione di Mondovì sarà un disastro).



In effetti il progetto di pedonalizzazione è ben riuscito, con anche pannelli illustrativi della Bela Cuni d'na Vota (io avrei preferito ovviamente giocare di contrasto, pannelli d'arte astratta, pop, o fumetti magari; ma è ovvio che invece la scelta è per il didascalismo insistito, gira per la vecchia Cuneo ammirando pannelli sulla vecchia Cuneo - idealmente, dovrebbero essere degli interni, con sullo sfondo dei quadri della vecchia Cuneo).


Però in effetti si gira meglio, e si possono ammirare alcuni frammenti non visti, come la lapide a Garibaldi che nel 1859 viene qui a organizzare i Cacciatori delle Alpi, il corpo con cui provocare gli austriaci alla guerra (ho sempre amato i Cacciatori delle Alpi, in quanto sono parte di quella retorica non eroica, ma esoterico-massonico-complottista del Risorgimento, quella che mi piace: in base agli accordi segreti di Plombieres bisogna provocare gli austriaci alla guerra, e solo così scatta l'alleanza, ed ecco allora Cavour inviare Garibaldi a fare lo sbruffone sulla linea di confine).






Ancora più bello è questo palazzo, neo-restaurato, in cui fanno magnifica mostra di sé frammenti di una decorazione penso secentesca, ma di palese gusto rinascimentale. Tutte allegorie femminili romane, a partire da Lucretia, l'unica dotata di cartiglio, e dall'altra avremo probabilmente Virginia, per simmetria, e in alto credo la Vergine Camilla, poi qualche eroica vestale e così via. Lo stemma civico è però quello Torinese, e "Sola prosperitas" (o giro di parole più ampio, se il cartiglio è molto più ampio del frammento) è ovviamente quella prodotta dalla virtù civica.


Unica pecca, nessuna mostra d'arte aperta nella Cuneo d'inizio 2015, salvo quella già vista e già recensita di "MatericaMente" (eccellente). Ripieghiamo allora su bar gozzaniano con ottimi cioccolatini e quadri alle pareti che documentano perfettamente il concetto di "buone cose di pessimo gusto". Ci divertiamo a giocare ad Andrea Dipré valorizzando il significato recondito di ogni dipinto.

L'amico Marco R. propone per il dipinto sovrastante il calembour "Qui sì, in Gozzano" / Vedo il riflesso di un'epoca". Il senso del dipinto è così doppio: a un primo livello, estetizzante, il dipinto della nobiltà settecentesca (lo spettro della Marchesa nella "Signorina Felicita") sullo sfondo suggerisce una continuity nobilitante tra i fruitori del bar (tardo '900 / 2000), il dipinto (che si vuole '800 / primo '900) e il suo soggetto (del '700, ma  è l'eterna corte nobiliare, con minimo cambio di vestiario potremmo essere anche nel '500-'600). Ma se smontiamo il primo verso del distico, diviene: "Qui s'ingozzano / vedo il riflesso di un'epoca", dove si palesa, con la terminologia brutale ("si ingozzano", i nobili e i piccoloborghesi fruitori del bar) la natura letteralmente gastronomica, e di basso livello, di questo arredamento antichizzato.



La ipotetica mostra permanente della saletta del bar prosegue con questo Canto del Cigno, dove danza, teatro, musica si aggiungono alla pittura nell'evocarci l'Arte dell'Eterno Ottocento. Il dipinto però, con una sapiente deformazione certo intenzionale, ci mostra come la ballerina è orrendamente storpiata, le gambe spezzate da una torsione innaturale. "Canto del Cigno", dunque, proprio per avvenuta, inquietante frattura. Lo sfondo di tenebra, dunque, non è comodo espediente per evitare le ubbie di una difficile soluzione prospettica (col rischio di palesare, magari, il totale ricalco da una foto); ma la tenebra in cui è immersa la danzatrice nell'infortunio, o forse meglio ancora tenebra sovrannaturale, e la danza quindi non avviene in un teatro, che sarebbe minimamente illuminato, ma come rito ancestrale nel buio di una cripta paramassonica, al termine della quale la ballerina storna sarà, inevitabilmente, sacrificata a Moloch, Baphomet e compagnia danzante.


Ma l'Ottocento non può rinunciare al Paesaggio, ed ecco allora questo dipinto che conferma l'inquietudine lovecraftiana del ritratto. Le prospettive sghembe dell'osceno parallelepipedo rosso in primo piano, o della torre grigia sullo sfondo, appiattita al bidimensionale, non sono errori ma evocatori dell'Unheimlich, che rendono un luogo famigliare deformato come tante Soglie del maestro di Providence. Notare anche le due sfere verdastre nell'acqua, apparizione che non riflette alcun verosimile oggetto di superficie, e che quindi non sono rispecchiamento ma apparizione chtuliana.




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