Dino Buzzati - Mappe mentali per il deserto dei Tartari.


LORENZO BARBERIS.

Il fatto è questo, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa, le mie pitture quindi non le può prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie.

Dino Buzzati (1906-1972) è indubbiamente il mio autore scolastico preferito. In Buzzati si incontrano alla perfezione due esigenze: leggere e spiegare qualcosa che mi piace, che piace ai ragazzi e che ha una sua patina culturale legittimata (poi leggo anche Frederic Brown e Isaac Asimov, ma mi servono anche dei testi "di copertura").

E poi Buzzati è il pilastro del mio controcanone del Fantastico, che riesco a far scivolare nelle crepe del monumento eterno del Realismo italiano.

Nell'atto di avviare il giro orale di interrogazioni su Buzzati, "Jekyll & Hyde" di Stevenson e la Fantascienza (poi ci sarà uno scritto sul Fantasy e sulle prime parti di inevitabile Realismo) ho cercato online se vi sono mappe concettuali di Buzzati, scoprendo con sorpresa che latitano alquanto. (Sono sicuro che sul buon vecchio Don Lisander ne troverei a bizzeffe, invece.) E allora mi metto qui di buzzo buono a costruirne una.


Dino Buzzati (1906-1972)

Partiamo da una foto. Il Buzzati giovane fa la sua porca figura: vero è che ho poche studentesse, ma è sempre meglio presentare gli autori nella loro veste meno sfigata, e il giovane Buzzati non mi pare male (le profie antologizzatrici tendenzialmente preferiscono sempre l'immagine del Vecchio Saggio; sulla bella antologia Interminati Spazi si abbandonano anche a un certo imbarazzante lirismo a commento della foto).


Tra i pochi dati biografici, diciamo che il ventiduenne Buzzati inizia a collaborare col Corriere nel 1928. Siamo a un anno dalla celebrazione - anche su queste pagine, del Duce "Uomo della Provvidenza" del 1929. Molto simbolico, nel 1928, il "drammatico naufragio dell'Italia", il dirigibile precipitato durante una avventurosa traversata. Viene il dubbio di un titolo segretamente antifascista, ma è perfetto per l'avvio del lavoro di Buzzati, che riprenderà un simile simbolismo nel suo "Deserto".


Un signorile Buzzati al Corriere, in via Solferino


Un vantaggio di Buzzati pittore e scrittore (due attività per lui inscindibili) è di poter mostrare le sue opere illustrate idealmente da lui stesso, come un poema a fumetti. Le scabre muraglie della Polveriera di "Barnabo delle montagne" (1933), sotto l'attacco dei Briganti, sono la copertina ideale per questo primo romanzo che anticipa i temi del "Deserto dei tartari". Mentre Hitler prende il potere in Germania e il Fascismo appare imbattibile, Barnabo nella sua attesa dell'Occasione di distinguersi contro i Briganti è una curiosa riflessione pacifista.



"Il deserto dei tartari" (1940) è opera irrinunciabile, con quei mantelli militari appesi come impiccati, tragica profezia del destino che attende l'Italia dell'entrata in guerra. Il dipinto, con questo Giovanni Drogo come Cavaliere Inesistente, è magnifico, e rende perfettamente l'idea del romanzo. Qui c'è anche molta autobiografia per me, in fondo la scuola è una Fortezza Bastiani dove imprigionati da regolamenti assurdi si attende la lenta calata dei barbari che, tra poco, giungeranno a distruggerci, dal basso come dall'alto. E nell'attesa, inganniamo il tempo leggendo Buzzati.


La Goccia (1958), dai "Sessanta racconti" del 1960 (opera che sta per la decade e il numero di storie...) è perfettamente rappresentata da questo Babau notturno che, similmente, mette sotto stress gli abitanti della casa, ricordandogli, come ogni Mostro, il lento avvento della morte e lo scivolare delle Occasioni.


E del 1961 è questo Buzzati con alle spalle un poster del primo Diabolik appena uscito in edicola, in fondo uno dei segni del suo stretto rapporto col fumetto, anche col fumetto "nero" allora condannato come "diseducativo", in realtà fondamento dell'età adulta del medium.


Questo magnifico Colombre (1966) della "Boutique del Mistero" è stato, nel lontano 1987, il mio punto di incontro con Buzzati, in Prima Media, sulla copertina della raccolta antologica che ancora oggi uso a insegnare. Eravamo più vicini il colombre ed io allora di quanto non sia vicino al mio alter ego di prima media, in fondo non così diverso dal mio io attuale.

In quegli anni iniziava anche a uscire Dylan Dog di Tiziano Sclavi (e in seguito mi sono chiesto se mai un giorno Corrado Roi, il miglior disegnatore della testata, avrebbe illustrato Stefano Roi, il protagonista del Colombre conosciuto da me coetaneo dodicenne). Sclavi ha sempre dichiarato il debito con Buzzati, e in fondo la sua Safarà, una delle più belle invenzioni, è certo una sorta di "boutique del Mistero" (disclaimer: no, non è una citazione precisa, ovviamente).

Dall'intervista di UBC Comics:

È vero che il suo primo racconto venne pubblicato sul giornalino della scuola? Che tipo di storia era?

Non era il giornalino della scuola, ma una rivista per le scuole, il cui animatore era il mio professore d’italiano al liceo. Tra l’altro, questo professore, “il” Muggia, è stato tra i primi a credere in me: leggeva tutto quello che scrivevo, compresi i fumetti (disegnavo, anche, allora, ma poi, dato il mio grande amore per il disegno, ho preferito smettere), mi dava dei voti in più proprio per queste cosette extrascolastiche, e in quinta liceo è stato un po’ il regista di uno spettacolino dove più che altro si suonavano e cantavano le mie canzoni (altro mio grande sogno, quello di diventare cantautore, ma purtroppo sono “stonaterrimo”). E appunto il Muggia ha fatto pubblicare quel racconto, che si intitolava “Lettere bianche” ed era una storia alla Buzzati. Buzzati è stato il mio primo idolo letterario, e ancora una volta il merito è del Muggia, che ci aveva dato da leggere durante le vacanze “Il deserto dei Tartari”. Io non avrei mai letto “un italiano”, disprezzavo la narrativa italiana (e in gran parte sono ancora d’accordo con me). Leggevo solo inglesi e americani, soprattutto thriller e fantascienza. È buffo: ora che ci penso non sono cambiato poi molto, e sul mio comodino, tranne rare eccezioni, Grisham si alterna a Perez-Reverte, o a Crichton, o a David Leavitt, o a Stephen King.




Del resto, già per Bonelli il "Poema a fumetti" (1969) era

"la conferma di come per Buzzati le immagini non fossero che il racconto di una storia, e quindi appare inevitabile che il suo talento di pittore approdasse al fumetto. E non c'è che da rallegrarsene se, come affermato da Sergio Bonelli e riportato da Lorenzo Viganò nell'introduzione dell'opera per gli Oscar Mondadori, Poema a fumetti fu la prima pubblicazione a dare dignità letteraria al fumetto in Italia." (dal blog "fumoeinchiostro)

e del resto avevo letto da qualche parte che la Bonelli ne comprò qualche tavola a scopo celebrativo.
Del resto, questa riscrittura milanese del mito di Orfeo potrebbe anticipare (e, oggettivamente, superare) certe pagine terribili di Dylan Dog e addirittura di certo horrore nipponico.



Non a caso, forse, per una sincronicità junghiana, la prima incarnazione del Dylan Dog nazionale avvenne nel 1970, in un fumetto di Sclavi disegnato da Lorenzo Mattotti, in una storia che parla di fantasmi in salsa western.


Nel 1972 Buzzati muore in un ospedale dove viene posto al "sesto piano", quasi richiamando il suo racconto sui sette piani-gironi del suo ospedale infernale (e il suo Inferno è un ottimo prologo a quello di Dante). Potrebbe ancora aver letto il primo Dylan Dog, non il secondo, che ne è il vero debitore e il vero grande erede, come alfiere, dagli '80 in poi, della nobile e misconosciuta tradizione del fantastico italiano (e milaneis).

E per finire, ecco la Mappa; la prima Concept Map su Buzzati, almeno online. Non sarà perfetta (a me piace senza frecce, ma la mappa vuole così: al limite toglietele, si rimuovono facilmente) ma è la prima guida per esplorare il deserto dei tartari.



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