Dylan Dog - La trilogia ufologica (61 - 131 - 136)



LORENZO BARBERIS

Spoiler alert, as usual.

Riletta in questi giorni la "trilogia spaziale" di Dylan Dog, ad opera di Sclavi. Una triade di storie più importanti di quanto si possa pensare, probabilmente, perché fa da ponte tra l'età dell'oro dei primi 100 numeri (dove la prima, "Terrore dall'infinito", esce al n. 61) e la seconda decade, con due uscite al numero 131 e 136, decisamente più ravvicinate.

1991 e 1997-1998, con una visibile evoluzione interna e quasi una struttura tesi-antitesi-sintesi. La scelta di mantenere il medesimo disegnatore ha reso più forte la continuità tra i tre episodi, e il valore paradigmatico di questa triade, spesso ristampata unitariamente.

La storia del 1991 è probabilmente pensata come autonoma e sviluppata secondo i canoni del "primo Dylan": certo, c'è il tema alieno, ma è usato per una declinazione soprattutto psicologica, pur non negando in punto di principio la presenza di esseri extra-terrestri, sempre molto "angelico-metaforici": l'antropofobia di Sclavi si esplica in una condanna dell'uomo in favore dell'alieno visto come puro.

Il tema resta anche nella ripresa nel 1997, ma assistiamo anche a uno Sclavi che ha indagato con più curiosità il tema del complottismo ufologico (complottista sarà anche il suo ultimo Dylan Dog, ai numeri 173-176, prima di un abbandono quasi definitivo). Si citano correttamente elementi del complottismo, come il falso intervento su un alieno usato come depistaggio, e così via.

Il terzo capitolo opera una sintesi che diventa davvero paradigmatica. Si tratta dell'unica storia di Dylan con i fumetti, sia pure in lingue incomprensibili, in copertina; si cita esplicitamente Umberto Eco (dal 1965 alfiere di una valutazione positiva del fumetto, e massima legittimazione culturale di Dylan Dog, che egli dichiarò di apprezzare, analizzandone il modo perfetto in cui veniva declinata la "sgangherabilità" tipica del modello bonelliano). Dylan, inoltre, per una rara volta si innamora di una donna non bella (in modo tra l'altro credibile, data la situazione).

Insomma, albo "eccezionale" che opera una riflessione sulla lingua madre dell'umanità - di possibile matrice aliena... - seguendo in modo abbastanza preciso le ricerche coeve di Eco.

Insomma, uno Sclavi che "torna sul luogo del delitto" ma in modo più complesso che in certi semplici sequel come "Il cuore di Johnny" (126), storia valida - parliamo pur sempre di un maestro - ma poco amata dai fans, e che in effetti aggiunge meno di questa al fumetto in sé.

Queste due riscritture invece diventano riflessione filosofica e anche sul medium: nel 131 si rilegge il concetto stesso di vignetta (in modo implicito, e pertanto ancor più efficace, tramite la "sequenza tagliata" nel filmato della "mucca cosmica"...), mentre nel 136 si esamina l'altro aspetto del comics: non l'immagine, ma le parole, su cui spesso il Dylan di Sclavi ha giocato metaletterariamente.

Sarebbe interessante a questo punto ricostruire la presenza aliena nel mondo dylaniato (e magari, a strafare, nel grande continuum bonelliano...), a partire dal primo Dylan fantascientifico in "Alfa e Omega" (numero 9) fino allo "Spazio Profondo" di Recchioni che ha aperto la nuova rinascita dylaniata.

E non è escluso che lo faccia, in successivi aggiornamenti di questo post: ma sarà un lavoro notevole, e quindi graduale e per successive revisioni, a meno che non trovi qualche analisi già fatta da linkare.

Per ora, restano le considerazioni già fatte, ovvero la rilevanza (maggiore dell'apparenza) del tema alieno in Dylan, innanzitutto come elemento di radicale antrofobia (e spesso di consapevole amore per gli animali, invece), alla Douglas Adams, per certi versi; la coerenza quindi della ripresa di Recchioni, che sempre più, pur giocando sull'apparente "rivoluzione" del nuovo corso, va invece a riprendere abbastanza puntualmente diffusi temi sottostanti alla tradizione.

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