Mors Tua Vita Mea.



LORENZO BARBERIS

C'è una storia breve molto bella di Milo Manara, "Mors tua, Vita mea", composta, credo, intorno al 1985.

Parte dal celebre episodio di Paolo Caliari, detto il Veronese, messo sotto accusa dall'Inquisizione, nel 1573, per una sua ultima Cena ricca di simbolismi ermetici all'apparenza blasfemi ed eretici.


Nel 1563, come è noto, il Concilio di Trento ribadisce la validità delle immagini sacre, contestate da Lutero; ma al tempo stesso stabilisce un giro di vite verso le figurazioni troppo eterodosse. Daniele da Volterra, l'anno dopo (1564), inizia a porre panneggi strategici sul Giudizio Universale di Michelangelo, attirandosi il nome di Braghettone.

Dieci anni dopo, Veronese sarà messo sotto accusa per una Ultima Cena ritenuta esotericamente blasfema. Dagli atti del processo, vediamo che particolare rilievo ha il fatto di un cane messo al posto che solitamente compete alla Maddalena (vedi sopra). Non è palesato, ma è possibile sospettare che irriti il possibile parallelo tra la Maddalena, prostituta redenta, e una "cagna", già allora attributo dispregiativo alludente alla prostituzione.

D. Sapete la causa perché siete stato costituito?
R. Signori no.
D. Potete immaginarla?
R. Immaginarla posso ben [...] Il Priore di San Zuane Polo [...]mi disse che era stato qui, e che Vostre Signorie Illustrissime gli avevano dato commission ch’el dovesse far far la Maddalena in luogo del can. E mi ghe resposi che volentieri averia fatto quello ed altro, per onor mio e del quadro, ma che non sentivo che tal figura della Maddalena potesse giacer che la stesse bene [...]

Altro dubbio insorge sul "sangue dal naso" che perde un servo.

D. In questa cena che avete fatto in San Giovanni Paulo, che significa la pittura di colui che gli esce il sangue dal naso? R. L’ho fatto per un servo, che per qualche accidente li possa esser venuto il sangue dal naso.

L'inquisitore non incalza: non si vuole bruciare sul rogo il Veronese, solo imporgli un atto di pubblica contrizione, come avverrà, in ambito scientifico, col Galilei. Ma certo, Giordano Bruno, che si impunterà, finirà in malo modo.

Credo però che qui (come allude anche Manara) l'allusione rimandi al fatto che nell'Ultima Cena si compie la transustanziazione, in cui il sangue di Cristo diventa cibo per i suoi fedeli. Il "sangue perso dal naso" potrebbe apparire come ironia nei confronti di tale processo, messo in discussione proprio dai protestanti più radicali, come i calvinisti, che lo riducono a puro simbolo.

D. Che significa quelli armati alla todesca vestiti, con una lambarda per uno in mano?
R.[...] Nui pittori si pigliamo licenza, che si pigliano i poeti e i matti; e ho fatto quelli dui alabardieri, uno che beve e l’altro che mangia appresso una scala morta, i quali sono messi là, che possino far qualche officio, parendomi conveniente che ‘l padron de casa, che era grande e ricco, secondo che mi è stato detto, dovesse avere tal servitori.

"Quelli vestiti alla todesca", come implica anche Manara, potevano sembrare lanzichenecchi, come quelli che avevano inflitto alla Roma papale l'umiliazione del saccheggio del 1527 e che, in generale, potevano rappresentare i principi tedeschi in appoggio a Lutero per liberarsi dal controllo di Roma.

D. Quel vestito da buffone con il pappagallo in pugno, a che effetto l’avete dipinto in quel telaro?
R. Per ornamento, come si fa.



Il buffone col pappagallo che viene, pare, malmenato dal servitore nero, si trova poco sotto una figura rosso-vestita dall'aspetto di un cardinale (da cui Pietro e Cristo volgono il capo in direzione opposta). Possibile che vi si leggesse un simbolismo allegorico in cui i cardinali sono ridotti a buffoni da prendere a legnate.

"l'uno che ha un piron (una forchetta) che si cura i denti" che ci stanno a fare? 
 "Chi credete voi che se trovase in quella Cena?".
"Credo che si trovassero Christo coi suoi apostoli, ma se nel quadro avanza spazio, io lo adorno di figure".

Anche il tipo che si pulisce i denti con la forchetta potrebbe essere un'ironia sulla mensa eucaristica.
Inoltre, il numero dei presenti alla cena è 15, invece dei 13 canonici; un 15 che forse, numerologicamente, potrebbe rimandare al 1515 come avvio della Riforma protestante, anno in cui Lutero divenne vicario generale degli Agostiniani in Germania, anno oltretutto "doppio", quindi ricco di valenza simbolica.

D. Se li par conveniente che alla cena ultima del Signore si convenga dipingere buffoni, imbriaghi, todeschi, nani e simili scurrilità.
R. Signori no.
D. Perché dunque l’avete fatto?
R. L’ho fatto perché presuppongo che questi sieno fuori del luogo dove si fa la cena.
D. Non sapete voi che in Alemagna e in altri luoghi infetti di eresia sogliono con le pitture diverse e piene di scurrilità e simili invenzioni dileggiare, vituperare e fare scherno delle cose della Santa Chiesa Cattolica per insegnar mala dottrina alle genti idiote e ignoranti?
R. Signorsì, che l’è male. Ma perciò tornerò ancora a quel che ho detto, che ho l’obbligo di seguir quel che hanno fatto i miei maggiori.
D. Che hanno fatto i vostri maggiori? Hanno fatto forse cose simili?
R. Michel Agnolo in Roma drento la Cappella Pontifical. Vi è depento il nostro signor Gesù Cristo, la sua madre e san Zuane, san Piero, e la corte celeste, le quali tutte sono fatte nude, dalla Vergine Maria in poi, con atti diversi, con poca reverenza.
D. Non sapete voi che dipingendo il Giudizio Universale, nel qual non si presume vestiti, o simili cose, non occorrea dipigner veste, e in quelle figure non vi è cosa se non di spirito, e non vi sono buffoni, né cani, né arme, né simili buffonerie? E se li pare per questo o per qualsiasi altro esempio di aver fatto bene ad aver dipinto questo quadro in quel modo che sta, e se vuol difendere che il quadro stia bene e condecentemente?
R. Signor Illustrissimo, no che non lo voglio defender; ma pensava di far bene. E non ho considerato tante cose. Pensando di non far disordine niuno, tanto più che quelle figure di buffoni sono di fuora del luogo dove è il nostro Signore.

Interessante notare come Veronese si difende paragonandosi a Michelangelo, sia avvicinandosi quindi a un modello prestigioso, sia collegandosi alle censure effettuate su quest'ultimo. L'inquisitore gira attorno al discorso, dicendo che quei nudi non erano disdicevoli, tralasciando di ricordare, appunto, che anch'essi erano stati censurati.

Veronese quindi negò ogni intenzione diffamatoria e rinominò l'Ultima Cena come "Cena in casa di Levi". Manara fa un seguito all'episodio, in cui Violante, una modella dei quadri lascivi dell'autore lo affronta, gli contesta la sua pavidità e viene, invece, lei torturata e messa poi al rogo per aver rivendicato il sacerdozio femminile (anche, si intuisce nella storia, come ulteriore "avvertimento" all'autore). Nella storia, Violante fa da modella a Veronese per la sua Leda, opera licenziosa ed allusiva per definizione. Nel finale, distrutta dagli inquisitori, dice a Veronese: "dipingimi per la tua Venere!" con tono di sfida.



Il mediatore che aveva risparmiato Veronese in cambio della sua abiura vorrebbe, nella finzione, approfittare delle grazie dell'ex monaca, divenuta modella, ma alla resistenza di questa la consegna all'inquisizione.

*

Il lavoro di Manara è raffinato, su molti piani: autore erotico (pornografo, per molti) lui, come in fondo anche il Veronese di certi quadri (il "nudo classico" nella Leda sopra, pur arte eccelsa, è solo giustificazione di superficie, non c'è certo imperturbabilità ma passione), parla probabilmente tramite Veronese della sua condizione artistica, della difficoltà di toccare certi temi senza incorrere nella censura, allora, certo, ma anche nei suoi - apparentemente gaudenti - anni '80. Certo, non c'è problema nel "disegnare donnine"; ma se poi il pittore (peggio se illustratore o fumettista, peggio se erotico) vuol dire la sua sul sacro, il rischio della scure censoria è imminente.

Ma se questa è la metafora abbastanza trasparente, è ancor più fine il concetto preciso di cui Manara ci parla: ovvero che la censura non si arresta mai. Il dipinto di Veronese non è esplicitamente dissacrante, ma comunque è inaccettabile per l'Inquisizione post-tridentina.

Nei fatti di questi giorni, si sono diffuse varie posizioni; una vox media sembra unire la condanna all'atto terroristico alla considerazione che quelli di Charlie Hebdo erano comunque un eccesso. Per dire, per la legge italiana, in effetti, un giornale del genere non potrebbe esistere. Il mediatico Papa Francesco sintetizza tale posizione condannando la violenza, ma aggiungendo con sadico candore: "ma chi oltraggia mia madre, si aspetti un pugno", mimando il gesto.

La crudele abilità del papa gesuita si dimostra nella sua abilità di ritorcere una metafora contro gli abili utilizzatori di metafore appena uccisi: sotto il livello letterale del senso comune, a cui Bergoglio si può attenere se accusato, è evidente il simbolismo Madre=Chiesa / Pugno=Attentato.

L'allegria ridanciana di Bergoglio è nel considerare di avere un prezioso alleato; e se il Moige aveva poca presa, per dire, nel censurare Game Of Thrones coi loro tristi piagnistei e le loro letture allegorico-paranoiche, ora forse, se lo si vuole, basta dire al giusto barbuto nerboruto che quel telefilm l'ha guardato e ha riso, e quando parla di una folle setta monoteistica che minaccia un sano ma decadente politeismo sta parlando di lui. Basta che il soggetto in questione non abbia visto la puntata in cui una donna scarlatta partoriva un mostro di fumo nero nell'atto di nascita di quel culto (c'è una vignetta simile in Charlie Hebdò, fra l'altro), e il gioco è fatto.

Il problema centrale, dunque, mi pare il dar scontato cosa sia "oltraggio": cosa che scontata indubbiamente non è. Nel diritto anglosassone si dice che non esiste il "diritto a non essere offesi", nel senso che non può contare il senso soggettivo di offesa, altrimenti tutto può divenire offesa.


Il Vizir Iz-No-Goud, quello che vuole diventare Califfo.

Ecco, credo che sia quello che, gradatamente, succederà. Il "Je suis Charlie" di questi giorni è reazione pavloviana; poi prevarrà l'autocensura e la censura già ampliamente operanti in Italia, sui media ufficiali. Potenzialmente, riconosco anche una ragion d'essere di questa censura, ma basta essere consapevoli che, a cedimento, aumenteranno le richieste in tal senso. La stessa copertina di Charlie gioca ironicamente su questo. All'apparenza, una figura araba regge un cartello-Charlie, dicendo "tutto è perdonato". Potrebbe essere, per quel che ne sappiamo, il visir Iznogoud, sapido personaggio "minore" (ma in verità più libero) degli autori di Asterix.

Ma la forma che assume il disegno (che qui, volutamente, non riporto) è leggibile ambiguamente nella forma, e ovviamente, se uno vuole, può pensare che non di un generico arabo si tratti, ma dell'indisegnabile Profeta. E non cambierebbe nemmeno, in futuro, se disegnassimo una figura occidentale, credo. "Chi è quel nano? Cosa significa quella forchetta?"

O, per restare a Bergoglio, viene da pensare al primo papa che rinuncia al rosso cardinalizio per il bianco di purezza e povertà, la nostra gloria monregalese San Pio V, che dopo un po' di roghi vari mandò sulle fiamme anche l'autore della pasquinata "Come che fosse inverno / Brucia cristiani Pio V come legna / per avvezzarsi al fuoco dell'inferno.". Ovviamente, il papa disse all'autore che come umile cristiano, naturalmente, lo perdonava di cuore, ma non poteva purtroppo tollerare l'offesa a Dio.

Sicuramente, si presentano tempi interessanti, nel futuro della concezione dell'immagine in Occidente.


B. nella vignetta del defunto Cabu.
Quando parlava di madri e di pugni era più sorridente, per dire.

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