Critica Della Canzone Pura


LORENZO BARBERIS.

Per la prima volta in vita mia mi cimento in un'impresa mai tentata prima: una recensione musicale, o meglio (peggio) ancora, la recensione del Festival di Sanremo, giunto ormai alla edizione numero 65.

Uno potrebbe credere che il Festival sia giunto, almeno lui, all'età della pensione, invece no: lo share è in aumento, tornato ai livelli del 2006, col 52% dei telespettatori che l'hanno guardato nell'ultima serata. Del resto, se abbiamo un giovane premier DC e un signorile presidente DC, perché non possiamo tornare anche al Festival? Il festival della normalizzazione, come lo hanno ufficialmente lanciato.

Il dubbio, come per la politica, è di una vittoria per default: ovvero nessuno più guarda la TV e i pochi che restano si aggrappano alle tradizioni. Sanremo ovviamente garantisce di aver catturato anche il pubblico giovanile, ma su questo è più difficile trovare dati, bisogna credergli.

Di certo ci ha provato in tutti i modi: e se il festival non ha avuto un false flag come quelli di Pippo Baudo nell'età dell'oro, che ne so, un terrorista dell'ISIS abbarbicato su un cornicione e convinto da Carlo Conti che l'attentato era inutile perché avevano già vinto, ha avuto però cento piccole polemichette che sono più utili nell'era dell'hype e del virale via internet.

Il maxi attentato era più utile all'epoca dei giornali e dei tiggi, oggi è meglio vellicare gli influencer sulla rete, offrendo loro in pasto qualcosa di cui parlare: meglio mille cosette futili che una sola grossa, date le dinamiche online.

Un solo macro-elemento infatti è banale e viene ignorato: parlare invece di un solo microelemento magnificandolo ad esempio di tutto il sistema è molto più hipster, e a quanto pare funziona.

Ovviamente si parla del Festival per snobismo, per dire con sapidi esempi quanto è terribile e quanto è un perfetto specchio del declino dell'Italia. Oppure per prendersela con gli snob che dicono con sapidi esempi quanto il festival è terribile ed è un perfetto specchio del destino dell'Italia (e l'ISIS? nessuno pensa all'ISIS alle porte?). Oppure per prendersela con chi se la prende con gli snob che dicono eccetera eccetera. Anch'io ne sto parlando, in fondo.

All'apparenza il Festival è normalizzazione, ed ecco quindi che lo conduce il più tranquillizzante dei normalizzatori, Carlo Conti, uscito da una lampada del tempo direttamente dai migliori '80. Ma per le due Veline di regime non si sono scelte due generiche belle donne, ma si è puntato più sull'effetto straniante prendendo due cantanti piuttosto "irregolari", pur rispettando la regola aurea de: la Bionda, la Mora (cambiamento dissimulato da normalizzazione, non si possono dissacrare gli archetipi, ma operare su di essi).



La Bionda è Marrone, cioè Emma Marrone, e il suo scopo era far invadere le nostre timeline di facebook in presa diretta dai commenti delle migliori menti italiane, per informarci quanto la suddetta si comportasse da camionista.



Ma la vera valletta diabolica è la fantastica Arisa, aria da svampita, mise degli Illuminati e una gamba rotta che le permette di dire la battuta migliore del festival: "scusate, mi confondo perché il dottore di Sanremo mi ha dato un anestetico molto potente, ma è fantastico, lo consiglio a tutti". E così batte in scioltezza tutte le presunte pop-star mind-controlled dal MK-Ultra e similari. Probabilmente la gamba il NWO gliel'ha spezzata apposta per farle pronunciare questo messaggio subliminale in un rito stile Eyes Wide Shut. Se fossimo in USA i complottisti di mezzo mondo ne starebbero parlando, qua purtroppo non c'è vera cultura ermetica.

La vera mossa Kansas City è stato il doppio invito, il wurstel di Conchita e la famiglia Anania e il suo 4X4, non un fuoristrada ma sedici figli ("venuti al mondo come conigli" direbbe Papa Francesco). Provocazione gaypride e provocazione teocon, nel giusto mix che permette di rintuzzare le polemiche  da ambo i lati ("Noi filotrans/filoetero? Ma se abbiamo anche avuto l'invitato superetero/supertrans!").

Raffinata, machiavellica strategia DC, non c'è che dire. Poi però arriva Siani e con una elegante citazione di "Cicciobomba cannoniere" ("Mi pari doppio" e in effetti anche il Ciccio della celebre canzone qualcosa di doppio ce l'aveva) conquista lui tutte le polemiche: a volte le cose migliori sono le più semplici.

Cos'altro dire? Ah, già, le canzoni.

Una bella c'è, all'inizio.

"Fanfare for the Common Man" (1942) di Aaron Copland, la sigla che apre il festival.
Altro messaggio subliminal di normalizzazione, ovviamente.

Sui Big le scelte ufficiali non sono reazionarie: di più.
Ai primi due posti due canzoni con nel titolo "Amore", "I Volo" e Nek.



Quella dei Volo non mi ha detto niente, quella di Nek è sanremescamente carina, più che altro bello il video con la giovine nuotatrice proletaria che lavora in fabbrica e alla fine ce la fa, una sorta di Rocky al femminile in formato videoclip.



Malika Ayane al terzo posto è la vera vincitrice morale, tra l'altro premiata anche col il premio "Mia Martini" della critica. "Adesso è qui, nostalgico presente", con lei legata a un bersaglio mobile del circo e bersagliata di coltelli, di cui l'ultimo letale.

Ovviamente il video si chiude prima della scena splatter archetipa, il coltello nell'occhio: e se vogliamo la scena è raffinata, perché i coltelli sono coltelli scenici, come quelli che si usano realmente nel circo, e l'unico modo di fare un danno concreto sarebbe appunto accecando la sventurata vittima sacrificale.

In più Malika Ayane è marocchina da parte di padre, ideale per conquistare il pubblico multietnico, anche se è da vedere se l'ISIS gradirà una volta giunta davvero a sud di Roma. Ma per ora c'è tempo, questo festival è andato, per il 2016 ci penseremo.



Una annotazione sui tatuaggi, così grandi e così poco esoterici: in verità quello ermetico c'è, ma non sta nella tappezzeria tatuata sulla schiena, molto scenografica e spesso ostentata.


No, il vero tatuaggio è una vignetta di Corto Maltese che parla con Puck Goodfellow a Stonehenge, nel Sogno di un mattino di mezzo inverno, quando le forze dell'Inghilterra pagana eleggono Corto a loro campione per fermare l'avanzare dei Germanici nella Prima Guerra Mondiale. Questa è la vignetta conclusiva o quasi della storia.

*

Sui Big non c'è molto d'altro da dire una volta visto il podio, visto che naturalmente i big "non rischiano" e portano canzoni molto classiche e molto innocue. I potenziali "guastatori" sono limitati a due interventi molto sottotono: Platinette interviene col suo alter ego, il dottor Coruzzi, che in coppia con Grazia Di Michele parla, piuttosto prevedibilmente, della sua vita col doppio.

I Soliti Idioti, intervenuti in passate edizioni del festival col loro sketch dei Gay Fastidiosi, essendo non più disponibile questo ruolo hanno portato "Vita d'inferno", modestissima canzone irriverente quanto una sagra parrocchiale.

*

Passiamo a Sanremo Giovani, questo magnifico ossimoro.

Vince Giovanni Caccamo, con "Dedicato a te". Anche qui, Sanremo allo stato puro:

Stasera sono qui
Sparirò alle mie continue indecisioni
Distruggendo giorni eterni e disumani convinzioni
Di non morire mai

Immagina di noi l’inverosimile
Un posto surreale
dove vivere e poi perdersi
Immagina che niente possa ucciderci

Parlami di te
come non fossi stato mai lontano
E tornerò da te 
con questo cielo in mano.

Al secondo posto invece il guizzo migliore del festival, i Kutso, già originali dal nome (con un rimando subliminale al tema del Wurstel vedo/non-vedo, sento/non-sento, il tema dominante del festival).

La loro canzone, "Elisa", è interessante proprio come possibile traduzione sottotitolata dell'archetipo canzone festivaliera, di cui costituisce il significato recondito quando qualsiasi italiano medio la usa come dedica all'italiana media in sostituzione dei versi poetici che non sa / non ha voglia di scrivere.

Nel buio in fondo a un cinema
facciamo petting a volontà
io mi diverto e anche tu
però lo ammetto vorrei di più
di più

Elisa, se vuoi
ti darò ciò che non hai
amore e poi sincerità
sarà come in una favola

Ti fermi e dici “dai non qui
ci guardan tutti basta così
e allor aandiamo scappiamo via
non c’è nessuno a casa mia”

Ma finalmente ci avvinghiamo nel letto
io ti sussurro ciò che non ti ho mai detto
tu mordi dappertutto e mi fai male
come è bello fare l’amore

*

"Elisa, se vuoi 
ti darò ciò che non hai:
amore e sincerità."

Cantato en travesti, karateka, Biancaneve e damina settecentesca, appare evidente che il dono "per Elisa", qualcosa che lei non ha, è appunto il nome del gruppo (e tout se tient). Amore, quindi, ma nel senso letterale della parola, appunto in tutta "sincerità", al di là delle consunte metafore dell'eterno stilnovismo.

*

Al terzo posto Enrico Nigiotti con "Qualcosa da decidere" torna invece sulle tradizioni consolidate, magari con un po' più di innovazione stilistica del vincitore giovani, ma siamo sempre intorno a quei temi, quel "Qualcosa da decidere" della tipa della canzone è la stessa roba che deve decidere l'Elisa del Kutso, ma senza lo stesso livello di "sincerità", appunto.

Probabilmente qualcosa da decidere
prima che insieme cominciamo a ridere
tirare fuori il maglione più bello
scegliere in fretta ail posto più giusto
nell'imbarazzo che ruba la scena
il tuo vestito che scopre la schiena
lo sguardo perso per ogni tuo gesto
il tuo sorriso che risolve tutto

Potremo stare fermi ad aspettare
il tempo che cancelli il nostro attimo
il nostro attimo
oppure scrivere i capitoli di un libro
che è già aperto e dedicato a noi
e dedicarlo a noi
dentro alla noia dell'inverno
siamo sguardi che non sanno ancora scegliere
cosa è possibile
in fondo persi dentro ad un mare di domande
la certezza adesso siamo noi
adesso siamo noi

Sotto una musica che suona a martello
noi ci capiamo, parliamo lo stesso
bicchieri in mano, le braccia tue addosso
mi scappa il tempo, non riesco a fermarlo
tutto il tuo corpo, tutto è il tuo vivere
tutto il tuo muoverti, tutto il tuo essere
in questa notte, in questa tempesta
che tutto passa, ma tutto poi resta

*

"Credo" di Amara, al quarto posto, fuori dal podio, è il trionfo dell'anafora:

Credo nei sogni e li accarezzo con le mani
credo nel sole che mi scaldi anche domani
credo nei Santi a quelle mie parole al vento
credo all’infinito amore che poi nasce in un momento.
Magari proprio quando ormai non ci credevi più
che non pensavi neanche che potevi essere tu

Credo nei bambini nelle loro madri
alla bellezza dei colori incorniciata dentro ai quadri.
a quelle discussioni che si fanno dentro ai bar
ad ogni strada presa che non so mai dove va

e amore credo a quello che mi hai dato sempre
mi ritrovo nei tuoi occhi ma mi perdo tra la gente.

E così con l'anafora ci sta dentro tutto, l'Amore ovviamente, e quando mai, ma anche i Santi (per la gioia dei teocon), le Mamme, i Bambini, i quattro amici al Bar, la strada da prendere, i sogni da inseguire, insomma, do it yourself, servitevi self service il frammento in cui vi potete identificare.

*

L'unica speranza la riponevo nell'ultimo degli ultimi, il giovane rapper Kaligola. Con un così bel nome d'arte mi sarei aspettato cavalli nominati senatori e città in fiamme, invece innocuo rap di provincia. Pazienza, sarà per una prossima volta.


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