I Guardiani della Galassia


LORENZO BARBERIS.

Spoiler alert as usual

L'unione Disney + Marvel Comics, che tanto aveva fatto temere i fans marvelliani, ha portato quest'anno a quello che è forse il migliore dei film supereroici dell'era digitale: "I guardiani della galassia".

La scelta effettuata (come anche nel cartoon digitale "Big Hero 6") è quella di riprendere serie assolutamente minori, almeno agli occhi del grande pubblico, per svilupparle con maggiore libertà, sia creativa che, credo, di diritti e convenzioni precedenti.

"I guardiani della galassia" esistevano già dal 1969, con squadre a formazione variabile come tipico di tutte le Leagues di supereroi, in questo caso in quella dimensione galattica che la Marvel ha sempre dato al suo universo narrativo.

Groot è addirittura un alieno fitomorfo inventato da Kirby nel 1960, come villain-invasore spaziale, e probabilmente quindi la citazione degli Ent di Tolkien era allora non un classico ma stringente attualità del fantastico (l'opera fondante del Fantasy era uscita nel 1955).

Tuttavia tutto questo materiale è riscritto completamente secondo la chiave di "Star Wars", non a caso altro franchising finito nelle mani della Disney. Una scelta decisamente ambiziosa, ma che il regista James Gunn riesce a sviluppare correttamente. Del resto, viene dalla gloriosa tradizione della Troma, che come sceneggiatore non era riuscito ad adattare così bene ai suoi remake hollywoodiani, la serie di Scooby Doo e l'Alba dei Morti Viventi. Invece, come regista ha già alle spalle "Super" (2010), film supereroico che devo vedere, ma di cui fonti affidabili mi han detto decisamente bene, e che probabilmente è alle spalle della decisione di affidargli un kolossal di questo livello.

"Star Wars", dunque, ma solo la parte della galassia caotica, dell'"assurdo universo" da Space Opera, senza troppo peso al misticismo, che resta sullo sfondo. La gemma mistica che dà il potere assoluto non acquista grande rilievo, è un Graal, un McGuffin per citare Hitchcock, e non a caso il protagonista Quill la paragona al Falcone Maltese.

Citazione apparentemente casuale, ma rivelatoria, che sottolinea la continuità della space opera migliore con il noir più spaccone, la galassia come una grande città caotica dell'età del proibizionismo, soltanto miliardi di volte più tentacolare.



La dualità Han Solo - Chewbecca è trasformata nello strano "menage a trois" dei tre protagonisti: l'albero senziente Groot nella parte del Canuomo, mentre il ruolo di Ian Solo è diviso equamente tra l'incazzoso procione tecnologico Rocket Racoon, che ne rappresenta l'aspetto più "basso" e comico, mentre Quill rappresenta la tensione verso il misticismo, "figlio delle stelle" com'è in grado di gestire i poteri cosmici, ma senza diventare un believer come Luke Skywalker.



Quill è inoltre il punto di contatto col pubblico trentenne, "rapito" com'è dal 1988, che sono per lui l'ultimo contatto con la madre morente di cancro per tramite del Walkman retrotecnologico e della Awesome Compilation. A lui poi competono così anche le citazioni testuali quando pare utile sottolinearle al lettore, coerenti con la sua figura di reduce strappato alla sua infanzia dorata negli Ottanta per precipitarlo in un universo ostile, che sotto l'ironia indifferente maschera spesso un umano spaesamento. Tuttavia la sua maschera high-tech (con cui il film ce lo fa conoscere nella sua attività di mercenario-razziatore) lo collega anche con Boba Fett, di cui è ovviamente una versione molto meno spietata.



Gamora svolge efficacemente il ruolo della principessa, accentuandone il carattere di bad-ass, dato che, pur di stirpe regale, viene in questo caso dai bassifondi e da un lungo apprendistato con Thanos, l'apice delle forze distruttive galattiche. I Marvelliani doc hanno criticato la sua trasformazione, appunto, in damsell in distress, sia pure combattiva, rispetto al background fumettistico che la renderebbe molto più temibile di quanto è in questo film. Ma, appunto, la sua parte è riscritta più per ragioni narrative che per l'eterno quesito "è più forte Hulk o la Cosa?".

A proposito di bruti forzuti, il colosso nerboruto e vendicativo che non capisce le metafore è quello meno utile, a mio avviso, se non per occasionali siparietti comici; e infatti non ha una precisa corrispondenza nell'action-squad di Guerre Stellari.


E infine veniamo a Ronan il barbaro, l'Accusatore. Ovviamente si tratta di personaggio marvelliano canonico, addirittura kirbyano del 1967; ma qui interessa il trattamento che ne viene fatto, e che lo rende la figura più originale della storia.

Normalmente, infatti, la retorica di Star Wars imporrebbe che la banda di simpatiche canaglie (se la locandina è deprimentemente tradizionale, bella è invece l'immagine riportata in cover, che richiama "I soliti sospetti") rappresenti la scalcagnata Resistenza contro l'Ordnung alienante del nazismo.

La sindrome di Sauron, potremmo dire: e per quanto Tolkien riscrisse in chiave fantasy il suo derby cavalieri britannici-teutonici iniziato nel 1933 proprio per evitare una metafora troppo evidente, non poteva uscire negli anni '50 senza evocare quel simbolismo. Da lì lo riprese Star Wars, e poi altre innumerevoli variazioni, tra cui in anni recenti Harry Potter.

Qui invece il male non è il Nazismo: anzi, abbiamo una galassia governata da Nova Corps, un'alleanza pacifica che ha un trattato coi riottosi Kree, minacciato però dall'Accusatore, un membro della loro cultura che rifiuta la pacifica convivenza ottenuta. Mentre i Kree stanno a guardare, un po' pavidi, un po' opportunisti, Ronan tenta di distruggere Nova ossessionato dal suo sogno di potenza e vendetta.

Quindi i simpatici bricconi in questo caso non si scontrano con un fascismo, ma con un terrorismo radicale, che minaccia una civiltà buona evidentemente occidentale (perfino il poliziotto buono della Nova Corp è praticamente il poliziotto irlandese di quartiere anni '50) con una minaccia di distruzione delirante.

Diamo quindi il benvenuto all'ISIS nel mondo della fiction occidentale (ovviamente, sotto le classiche mentite spoglie della grande metafora del fantastico). Riuscire a scalzare il fascismo dall'immaginario collettivo non era cosa da poco: e anche questa è una conquista che le è riuscita.

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