Lo Specchio Dell'Anima


LORENZO BARBERIS.

(Articolo per "Margutte")

Con questa "Lo specchio dell'anima", terza notevole mostra organizzata dall'inizio del 2015, "Turismo Mondovì" si conferma la piacevole novità della scena artistica di Mondovì, città con grande potenziale spesso purtroppo adagiata in un certo immobilismo, vero o percepito che sia.

Dopo le ricerche di Papito Painter e Fabrizio Gavatorta, per semplicità riconducibili al vasto ambito della Pop Art, dopo la varietà di colori, stili e appartenenze della grande collettiva di arte sudamericana "I Colori Latini" (che vedeva comunque un prevalere della "figurazione tradizionale"), Fabrizio Gavatorta, in veste di curatore della mostra, ci propone qui di una nuova "personale a due", ideale per lo spazio bipartito dell'associazione (ulteriori opere, comunque, saranno visibili dal 6 marzo nelle vicine sale dell'Albergo dell'Academia Montis Regalis).



Un confronto in questo caso tra due artiste al femminile, "due Federiche"; Federica Oddone, in arte Feo Feo, e Federica Dubbini, che condividono un'impostazione appunto "astratta", per chi ama queste etichette. 

Oltre all'occasione d'incontro con le due singole autrici, per la prima volta a Mondovì, l'esposizione è anche l'occasione per un affascinante confronto tra i due percorsi artistici, assolutamente indipendenti (le due autrici si incontrano per la prima volta in questa mostra monregalese).

Infatti, nonostante le apparenti convergenze nei risultati sul piano puramente visibile, le due produzioni artistiche si rivelano profondamente diverse e personali; e non solo, ovviamente, a un piano puramente "calligrafico", nella diversa mano delle due artiste, ma anche nel diverso percorso di ricerca che vi sta dietro.


Feofeo e Philippe Daverio.

In Feofeo l'astrazione nasce anche, a detta della stessa autrice, come rifiuto della figurazione tradizionale, vista come spazio espressivo angusto, limitante, in favore dell'astratto come indice di una maggiore libertà espressiva che permette di indagare l'indicibile. Astratto dunque come "specchio dell'anima", appunto, come da titolo della mostra.


I suoi dipinti si sviluppano quindi come tessiture di colori in un reticolo informale, dove il segno è ridotto alla sua matrice minimale, e quasi frammentato in una scacchiera irregolare al tempo stesso caotica e ricca di energia. Un "brodo primordiale" di archetipi, potremmo dire, come suggerisce questo suo "The birth of symbol", "la nascita del simbolo".

Uno scavo nel proprio inconscio, dunque, come ritiene anche Salvatore Russo nella sua disamina del lavoro dell'autrice: "Le reti di FeoFeo rappresentano il subconscio, cioè quella parte dell'essere umano che ha bisogno di soddisfare le proprie pulsioni, che secondo Freud sono la libido (sessualità) e la destrudo (aggressività). (...) Il SuperEgo in FeoFeo è rappresentato dalla tela che si trova al di sotto delle reti."

Volendo, si potrebbe superare il riferimento a Freud ed arrivare a Jung, dato che l'autrice non sembra scavare semplicemente alla ricerca di una verità psichica individuale, su di sé, ma tramite questa giungere a un archetipo assoluto.

Non a caso nel suo bel sito, feofeo.it, l'autrice parla di "messaggi di connessione cosmica", di capacità di "attingere a quelle frequenze sublimi dell’Amore Universale", di "messaggi universali della nuova Era": una verità quindi Assoluta, quasi Iniziatica.


FeoFeo, "Giorno del Giudizio"

Il seducente dato biografico della formazione dell'autrice, laureata in Farmacia, suggerisce l'idea di un percorso alchemico. In effetti, anche stando al critico Alberto Gross, "l'intero procedimento artistico di Feofeo genera una complessa trama di colore esposta in sintesi estrema"; e quindi "il lavoro dell'artista può rivelarsi come alchemico, sia a livello visivo che semantico: alchimia è tutto quanto trasforma, conduce, traveste, introduce e depista, muta di sostanza e scinde." 

Viene in mente anche un altro grande "alchimista": da sempre la critica infatti si interroga sul rapporto che unisce la Grande Opera di Dante Alighieri alla sua appartenenza all'Arte degli Speziali: mero espediente politico per la critica "riduzionista", che sottolinea la mancata prassi, a quanto sappiamo (ma l'Alchimia di Dante sarebbe in ogni caso primariamente spirituale...).


Dante ovviamente è scrittore e non pittore; ma si collega alla pittura almeno tramite un'opera, il mosaico di Coppo di Marcovaldo realizzato presso il Battistero di Firenze nel 1265, anno in cui Dante nasceva (e veniva battezzato, quindi). Da sempre ci si interroga su quanto questa figurazione del Giudizio e degli Inferi abbia influito su quella di Dante; se vogliamo qualcosa, nella linea serpentinata e nei colori inquietanti, si avvicina anche al Giudizio di FeoFeo.


FeoFeo, "Essenza Angelica"

Importante ci pare in questo percorso nell'arte dell'autrice il riferimento alle preziose didascalie dei titoli dei quadri, che costituiscono una guida, una "nota a piè di pagina" in grado di aiutare il "lettore" nel suo viaggio simbolico. Ad esempio, quest'Essenza Angelica potrebbe rimandare quasi a un fuoco infero a un osservatore distretto, mentre il titolo ne chiarisce la natura. Anche se lo stesso Lucifero, portatore di Luce, è ovviamente un Angelo caduto, e le fiamme infere e il fuoco sacro del cielo empireo hanno punti di contatto nella Poetica della Luce dantesca.


FeoFeo, "Io sono"

Il culmine di questo parallelo coi "temi danteschi" (un percorso come altri, senza pretese di assolutezza) può essere colto in questo "Io sono", dove la luminosità dell'Oro si associa alla Spirale e alle linee cinetiche dell'energia radiante simbolo del Sole; ma i due, nel fondersi insieme, generano quasi l'iride di un Occhio Onniveggente di Illuminata memoria. Ancor più sottilmente, possiamo cogliere un rimando (consapevole o inconscio? junghianamente, non è così importante) ai tre cerchi divini del Paradiso di Dante, l'archetipo primigenio e assoluto dal platonismo in poi.


Federica Dubbini e Fabrizio Gavatorta.

Anche Federica Dubbini può vantare un solido percorso espositivo e di ricerca alle spalle. Anche in lei si può notare un potente afflato mistico nelle opere della sua arte, tanto che è stato autorevolmente rinvenuto un simile valore, se non alchemico, comunque magico-sacrale.

Il critico Giorgio Grasso, già direttore artistico della Biennale di Venezia, nella sua dissertazione ci rivela infatti che "Federica Dubbini invita ma non obbliga a ricercare e scoprire la sua passione, il suo senso artistico e la scelta dei colori che propone nelle sue tele. (....) L’artista è chiamato a compiere un atto magico, ovvero la vestizione della tela, i suoi abiti migliori sono i colori, i quali si riverberano nell’aria, un’aurea avvolge le sue creazioni che si incanalano nel flusso di emozioni che pervadono il corpo e i sensi dell’osservatore. Siamo di fronte ad una metamorfosi, particelle di materia vengono liberate nell’atmosfera per diventare messaggi, testimonianze di vita vissuta, piccoli tesori di cui l’arte si serve."


Federica Dubbini, "Illusione: il confine del sogno".

L'uso del colore nella sua potenza primigenia e archetipa, i titoli precisi ed indispensabili all'avvio alla comprensione dell'opera, perfino un certo filone anche qui alchemico: il tema della "Linea d'Oro", ad esempio, in cui Federica identifica una linea dorata come simbolo, pare, di percorso iniziatico (la ricerca dell'Oro alchemico spirituale...), che spesso diventa il confine tra la Veglia e il Sogno (il sonno dantesco?). 

Eppure, come appare anche dalla visione delle opere a un osservatore attento, il percorso è quasi esattamente simmetrico: Federica Dubbini parte infatti dal dato naturale e poi, tramite una rarefazione graduale, giunge ad una astrazione che parte comunque dalla materia e dal suo percorso che nasce dal "figurativo" in senso tradizionale.

Per citare il critico Luca M. Venturi, è una rarefazione che passa "per vie antiche, autonome e indipendenti, scolpite dal sole e dal vento nella roccia e tra le sabbie, dal mare ligure alle montagne svizzere, e si è venuto a sviluppare in un concetto di assoluto".



Aggiungo a questo proposito una curiosità a suo modo rivelatoria: Federica Dubbini è giunta a Mondovì reduce da una mostra in quel di Parigi come "special guest" di un'esposizione del suo "mentore" Fabrizio Gavatorta. Mostra presso la centralissima, per l'Arte, "Rue de Rivoli", che "confina", tra l'altro, con una piccola via, una traversa minore che ci è molto cara: Rue Mondovì.

Questa mostra, se vogliamo, ci conferma che Rue Rivoli e Mondovì ("Centro e periferia") non sono così lontane, a saperne cogliere i punti di contatto. E se vogliamo proseguire il parallelo, Rue Mondovì era tra l'altro non così irrilevante per l'arte, ospitando il primo studio di Edgar Degas (vedi questo mio approfondimento qui).


Degas, Paesaggio

Degas, arcinoto per le sue efebiche ballerine, era autore come gli altri Impressionisti di quadri in cui inizia ad avviarsi quella dissoluzione della forma che sarà poi propria dell'Informale nell'arte contemporanea. Un percorso lungo, questo, che parte dal non-finito di Leonardo nel '500 e passa per un anticipatore come William Turner sul finire del '700, come può documentare qualsiasi buon manuale di storia dell'arte.


Il punto di transizione tra impressione e informale sono poi, sul confine ormai del Novecento, le notissime Ninfee di Monet, che infatti Federica a suo modo omaggia (senza ovviamente una ripresa "calligrafica) nella sua interpretazione del tema della Ninfea, in un segno di consapevolezza di quel percorso.


Federica Dubbini, "Illusione, canto delle ninfee"

"Illusione: canto delle ninfee" è quindi un trittico dove Federica fa sue quelle suggestioni, in una nuova lettura di quella fondante transizione della storia dell'Arte. Ma se per paradosso l'Impressionismo voleva, appunto, il suo indefinito come "Impressions", ovvero "Impressioni fotografiche" con l'aggiunta del colore (allora precluso alla nuova arte del dagherrotipo e dell'eliografia), Federica oggi sa dell'illusiorietà di quella "verità" fotografica, e quindi non può che titolare, anche in questo caso, "Illusions", Illusioni.


Federica Dubbini, "Illusione: fuoco poesia"

Ecco allora che le Illusioni di Federica giungono anche qui, ma per la via diversa che abbiamo accennato, alla mistica: e proprio i quadri che sembrano introdurre un parallelo tematico, nella comunanza di temi "spirituali", divengono utili proprio per assaporare come un archetipo può essere interpretato in modo profondamente diverso da due autori differenti per stile, scelte, esperienze. Si legga, ad esempio, questo dipinto sul Fuoco e la Poesia e lo si raffronti col tema, ad esempio, simile delle Essenze Alchemiche in FeoFeo, per assaporare la divergenza radicale nel trattamento, nel segno, nell'esperienza che può lasciare.


Federica Dubbini, "Genesi"

Similmente, l'energia primigenia che scaturisce in questa Genesi come il getto potente di una eruzione solare può efficacemente raffrontarsi con il diverso rimando alla potenza generatrice divina nell'"Io Sono" di FeoFeo. E il "gioco" (ma non gioco sterile, a mio avviso) può continuare, rafforzando il piacere della mostra.

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LO SPECCHIO DELL'ANIMA 
Federica Dubbini e FeoFeo.
Curatore della Mostra: Fabrizio Gavatorta

Turismo Mondovì 2,
Via Francesco Gallo 3,
Mondovì Piazza (CN)


Dal 28 Febbraio al 29 Marzo 
Orario: 11-18
Giorno di chiusura: Lunedì


(Copertina: Federica Dubbini, "La via dell'oro")

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