Le Ragazzine di Ratigher




LORENZO BARBERIS.

Spoiler alert, as usual.

"Le ragazzine stanno perdendo il controllo, la società le teme, la fine è azzurra." (2014) di Ratigher, recentemente distribuito in forma gratuita (molto è stato detto sulla geniale formula di distribuzione, non ci tornerò qui) è indubbiamente un capolavoro dei comics nostrani dei nostri giorni.

E come sa chi legge questo blog, non ho mai usato il termine con leggerezza.

Ratigher emerge dai "Superamici" (2007), sigla che raccoglie in effetti il meglio del fumetto "sperimentale" (non so se gli vada bene questa etichetta) degli ultimi anni.

Una prima graphic novel importante di Ratigher è "Trama" (2011) opera in B/N pubblicata per la GRRRZETIC (non ricordo il numero esatto di R, molte comunque), passatomi da un allora bibliotecario monregalese di ottime letture. L'attuale curatore di Dylan Dog, Roberto Recchioni, la definì già all'epoca uno dei migliori horror del decennio, e oggi ha coinvolto Ratigher nella rivoluzione di Dylan Dog.

In attesa di leggerlo nella mia amata Bonelli, sto recuperandomi la sua serie su "Vice", "Intanto altrove" (2012 - ...): indubbiamente godibile e dotata di un grande sperimentalismo nelle tecniche narrative, ma forse più legata all'escamotage tecnico adottato nell'esercizio di stile, mentre nelle Ragazzine la padronanza del taglio della tavola è totalmente al servizio della storia.

Queste "Ragazzine" sviluppano in qualche modo quell'orrore urbano che nel bianco e nero di Trama aveva ancora qualche debito col "genere", mentre qui è un orrore che scaturisce in modo puro da una situazione di verità assolutamente neorealistica.

"Le ragazzine" di Ratigher, "Una questione privata" di Fenoglio, "La lupa" di Verga e l'Eliotropia di Boccaccio potrebbero essere un perfetto capitolo sul "Lungo verismo italiano" per il mio ideale libro di testo del biennio delle superiori, con la stessa perfidia narrativa che si dipana nel tempo e nello spazio, in forme e modi diversi.

Le ragazzine protagoniste, Motta e Castracani, hanno nomi simbolici che nemmeno Rosso Malpelo: la cicciona succube si chiama come una marca di panettoni, la bella schizoide è cognominata da Freud in persona, praticamente.

E tuttavia, nonostante una storia di un centinaio di pagine, emergono come personaggi dotati di uno spessore che va infinitamente oltre il bozzetto di colore scolastico in voga anche in molta letteratura, riuscendo ad acquisire una affascinante tridimensionalità e una complessità nel loro rapporto simbiotico così tipico delle adolescenti.



L'autore è, credo, depistante quando parla di semplicità ("questo libro è semplice come una fionda"): non a caso la sua semplicità è quella dell'ideale strumento distruttivo adolescenziale, fionda lanciata contro la società adulta ("la società le teme"), con un tema che potrebbe essere stucchevole, quasi retorica da "Porta a porta" o editoriale del "Fatto Quotidiano", se non fosse che ne "Le ragazzine" Ratigher riesce a cogliere quella inquietudine che suscitano gli adolescenti di oggi con una esattezza che fa, appunto, spavento.

Non è infatti tanto inquietudine prodotta come accumulazione, con uno stratificare di effetti da grand guignol in versione Arancia Meccanica, ma tramite la dimostrazione della radicale alienità dei nuovi adolescenti: banale quella delle comparse sullo sfondo, perlomeno dotata di intelligenza quella di Motta e Castracani, ma comunque ormai radicalmente, totalmente altre.

Ecco, Le Ragazzine hanno tratti comuni, oggi e al femminile, con la radicale estraneità al sociale di Zanardi, Colasanti e Petrilli negli '80 dipinti da Pazienza. Là c'era ancora la copertura delle imprese truffaldine da Decameron che potevano fuorviare il lettore: ma quel che intimoriva in Zanna non erano le sue imprese da drugstore cowboy, era il suo essere il primo di una nuova stirpe.

Qui le ragazzine non fanno nulla di così eclatante, in fondo (da giovani viziate della media borghesia abbandonate a sé stesse potrebbero far ben di peggio): è il lucido abbraccio del nulla che si manifesta nelle loro azioni, che terrorizza e fa infuriare i genitori, a risultare così unheimlich e perturbante. Hanno perso il controllo, ecco tutto. L'autocontrollo, o il controllo della società? Entrambi, probabilmente. E questo fa così paura.

La fine azzurra, ovviamente, va a citare il Doc Manhattan di Alan Moore, e ribadire il tema centrale della radicale estraneità delle novissime generazioni, il loro essere creature mutanti ormai oltre non solo ogni nostro dominio, ma oltre ogni nostra possibilità di comprensione.

Domani vado in classe e, se non hanno bigiato per la neve, rivedrò le ragazzine là in quel banco in fondo a destra (lascio a voi valutare se è una metafora o pura realtà).

Come quelle del libro di Ratigher non disturbano e vanno pure passabilmente bene
(io mica insegno inglese).

Penso che dopo questa lettura mi causeranno ancora maggior inquietudine.
Ma in fondo, credo, è giusto così.



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