Il Monviso di Dante


LORENZO BARBERIS.

Mille e non più mille.
Dopo aver superato il migliaio di post, inizio il 1001 (palindromo, tra l'altro) in sequenza col post di ieri. Se avevamo parlato dei misteri di Cuneo come connessi al Monviso, mi è sembrato curioso rileggere il punto in cui Dante parla del Monviso stesso.

Quale il rapporto tra "Dante e il Piemonte", innanzitutto? Cercando online, ho trovato che nel 1922, nel seicentenario dantesco della morte (1322), gli editori Torinesi Bocca stampavano un volume con questo titolo, curato dall'Accademia delle Scienze e stampato presso il tipografo torinese Vincenzo Bona.

Promotore ne è Vittorio Cian, laureatosi a Torino nel 1885, nel 1910 aveva aderito ai Nazionalisti, nel 1925 aderirà con entusiasmo al fascismo. Suo è l'articolo introduttivo, "Dante Nostro" nel senso di piemontese.

Stanti queste premesse, l'analisi di Cian è molto moderna e consapevole che ogni epoca si fa un "suo" Dante: il Piemonte si è fatto un Dante "patriottico", anticipatore del Risorgimento.

Alfiere di questo Dante piemontese è Vittorio Alfieri, il grande astigiano, che per primo riavvia degli studi danteschi con una forte impronta patriottica. Ne seguono le orme diversi autori, incluso il saviglianese Santorre di Santarosa, grande eroe risorgimentale.

Mirabile è poi per Cian che il precedente centenario dantesco, il quinto, sia avvenuto nel 1821-1822, che dà inizio al Risorgimento. Fin dal 1819, egli narra, si ritrovavano in Torino dei patrioti nell'organizzazione detta dei "Figli di Dante".

Il sesto centenario della nascita, infatti (1865), fu svolto come celebrazione nazionale dell'Unità del 1861 più che come celebrazione letteraria, e ora è compito della critica rileggere in chiave più ampia, e nuovamente estetica, non solo storica, il Dante di Mazzini e Gioberti, di Cesare Balbo, di De Sanctis (che insegnò a Torino) e molti altri ancora.

E ovviamente il Cian non può che concludere con un'altra "mirabile coincidenza" (stiracchiando le date, tout se tient...): il 1918, infatti, è stata la vera perfetta anticipazione dello spirito del Dante Resurgens, il Dante Rinascimentale, il Dante Nostro piemontese. Non sapeva ancora che il 1922, per lui, avrebbe offerto di lì a poco una connessione ancora più ghiotta.

*



Dopo l'introduzione di Cian, l'opera presenta varie monografie sui principali dantisti piemontesi.
Il saggio più interessante della raccolta è però di Luigi Negri:

SAGGIO DI BIBLIOGRAFIA DANTESCA
PER GLI ANTICHI STATI SABAUDI.

Qui il Negri fa quello che piace a noi: ricostruisce i legami tra Dante e il Piemonte. Ne citerò dunque abbondantemente.

"Mentre dal Piemonte, valico naturale tra la Provenza e l'Italia, 
si diffondeva durante il Dugento una simpatica nota trovadorica 
pel settentrione della penisola, per opera di alcuni poeti i quali, 
come Pistoletta, esaltavano il conte Tommaso I di Savoia, o, come 
Rambaldo di Vaqueiras, allettati dalle accoglienze di Bonifazio 
di Monferrato, cantavan d'amore per Beatrice, li bel cavalìer, e ce- 
lebravan le gentildonne della valle superiore del Po, de "la donos 
de Versilha", la dama di Vercelli, a quella de Savoya, le quali tutte 
vengono invano a gara con Beatrice; e con rimpianto lasciavan 
la corte monferrina, come il Vidal, il quale avrebbe anzi voluto 
"estar entr'els Lombartz joios";  accanto alla lira che cantava d'amore 
e di felicità, di spensieratezza  e d'oblio, risuonavano anche alcuni 
accenti dalla fiera nota ghibellina, preannuncianti quasi le invocazioni 
dantesche all'autorità imperiale."

Un paragrafo contorto, dove forse l'elemento più interessante è il rimando a Rambaldo di Vaqueiras. Nato nel 1165, il cavaliere, crociato e trovatore provenzale giunge nel 1190 in Italia, dove si pone al servizio di Bonifacio del Monferrato (1192), partecipando alla sua guerra contro Asti (in questo periodo di Asti indebolita, si forma a Mondovì il "monte regale" da cui discendiamo). L'elemento "dantesco", in anticipazione, è il suo cantare la figura di Beatrice del Carretto, che egli copre col senhal di "Bel cavaliere", in quanto la osserva di nascosto mentre gioca con destrezza con la spada del fratello (in senso letterale, non simbolico). In seguito partirà per la Crociata del 1204 col suo signore - che la comanda; crociata in cui verrà rubata la Sindone e in cui il poeta (e il suo signore) morranno. Negri non si spinge a definire la Beatrice del Carretto modello di quella dantesca, ma evidentemente un po' ci pensa.



Di Nicolez de Turrin, come portano i manoscritti, 
rimangono tre tenzoni con Joan d'Albusson, 
Uc de Saint Ciro e Falquet de Romans; di queste la prima, com- 
posta tra il 1231 e il 1234, dovuta a due poeti ghibellini, è vera- 
mente notevole per qualche analogia che con essa presenta il poema 
dantesco.  Giovanni d'Aubusson chiede al torinese spiegazione di un sogno 
da lui avuto, e nel quale gli era apparsa un'aquila che, per usar le 
parole di Nicoletto, 

demostrava 
L'emperador que ven per Lombardia 
E lo volar tant haut significava 
Sa gran valor 

Il provenzale continua narrando che l'aquila produceva sì gran 
vento che tutto rumoreggiava, e gettava una gran luce in Monfer- 
rato, mentre una nave enorme arrivava di Colonia; al che il pie- 
montese replicava 

Joan, l'àigla, qe [vitz], tan fort ventava 
El gran tesaur, qe mena en Lombardia 
L'ernperaire, e la naus qe "1 portava 
Es la granz ostz dels Alamanz bandia, 

La visione profetica dell'aquila simboleggiante l'imperatore Fede- 
rico II, il quale, favoriti i signori di Monferrato Guglielmo e il figlio 
Bonifacio III, gode in serena pace i benefìci del dominio universale, 
pensata forse per incarico di Bonifacio III, in omaggio di Fede- 
rico II, una trentina d'anni prima della nascita di Dante, sembra 
preannunziare il 'santo uccello', il 'sacrosanto segno' del Poema, 
simbolo dell'autorità e della giustizia imperiale. Che Dante avesse 
notizia di questa tenzone è probabile, com'è probabile conoscesse 
quella letteratura politica d'intonazione ghibellina, fiorita nell'Italia 
settentrionale, che, inaugurata, si può dire, fin dai tempi del Barba- 
rossa, si chiudeva colle rime dell'Anonimo genovese per la venuta 
di Arrigo VII, le quali presentano anch'esse, come la Commedia, le 
immagini del mare e della nave mal guardata travagliata dai vizi di 
superbia, avarizia e lussuria.

L'Alighieri ricordò forse, scrivendo le tre cantiche, l'omaggio dei 
due trovatori, nel cui componimento v'è qualcosa di più delle im- 
mani aquile di Ezechiele, 'con grandi ali e lunghe penne, piene 
di piuma variata ' ; e fors'anche alla notizia della calata di Arrigo VII 
in Italia, rammentò che già Rambaldo di Beaujeu (3) aveva voluto 
recarsi in Lombardia, ad ossequiare Federico II.

L'Aquila dell'impero è simbolo importante nella Commedia, che i commentatori ermetici vogliono anche nella figura di Lucia, mediatrice tra la Vergine e Beatrix (ACUIL = LUCIA), e conseguentemente in tutto il "tema della Luce". Il Sogno interpretato è alla base anche della nascita dei Fedeli dell'Amor, in uno scambio tra Dante e Cavalcanti. E poi, prima dello scudo crociato, l'Aquila imperiale era nello stemma dei Savoia, segno della loro fedeltà imperiale. Il cambiamento avviene dopo il 1148, con Amedeo III che partecipa alla Crociata e adotta il simbolo crociato quale suo stemma.

E poiché abbiamo fatto cenno di questo contrasto, vogliamo pur 
ricordare una vecchia cronaca monferrina il cui autore può aver co- 
nosciuto il Poema Sacro: un'analogia tra essa e la Commedia volle 
vedere il primo editore di essa, Gustavo Avogadro, il quale rilevò 
che Jacopo d'Acqui nel suo "Cronicon Ymaginis mundi", composto 
fra il 1330 e il 1340, " non molto si allontana dalla sentenza del di- 
vino Alighieri, là dove dice di veleno ucciso l'angelo della scuola, 
S. Tommaso d'Aquino".

Questo aneddoto sembra più episodico, anche se l'idea di avvelenamenti nei monasteri piemontesi sarà ripresa da Eco nel suo Nome della Rosa. Significativo invece il fatto che
Dante apprezzasse i buoni rapporti del Piemonte con l'Impero:

Una tradizione, raccolta da un cronista sabaudo del secolo XV, 
narra che nel settembre del 1310 Arrigo VII, accompagnato dal 
conte Amedeo V, il quale era andato ad incontrarlo a Basilea, e 
per Losanna e Ginevra lo aveva condotto a Chambéry, donde, attra- 
verso la Moriana, avevano valicato insieme il Moncenisio, giunto 
sull'altura di Ferrera, circondata da una chiostra di monti che do- 
minano l'ampio e ridente piano della Novalesa, ove sorge l'abbazia 
fondata da Abbone, " vist le pays d'Italie „, e là, di fronte al ce- 
nobio attorno al quale sembrava ancor vagare l'ombra di Carlo 
Magno, assorta in mistica contemplazione della grandezza di Roma 
imperiale. 

Il 15 aprile del 1311 l'Alighieri, il quale, 
mentre nella Commedia accenna a fatti avvenuti dal 1307 al 1309, 
e del 1311 e 1312, compreso della gravità e solennità degli avve- 
nimenti che avrebbero potuto derivare dalla venuta in Italia de 
' l'alto Arrigo ', circonda di un silenzio amaro, doloroso quasi, quelli 
del 1310, dalla fonte d'Arno indirizzava la sua lettera al Re dei 
Romani, volgeva il pensiero all'Italia settentrionale, alla valle del 
Po, e più precisamente forse al Piemonte, compiacendosi delle ' ac- 
coglienze oneste e liete ' fatte dai Torinesi. Questi infatti, primi, in 
terra subalpina, ' fidelitatem fecerunt ', a quel Cesare cui egli 
adattava ora i fatidici versi di Virgilio, nei quali vedeva forse una 
inconscia profezia messianica. 

La fedeltà sabauda all'Impero (prima dello stemma crociato, i Savoia avevano l'Aquila imperiale nell'usbergo) pone l'ipotesi più gloriosa per i dantisti piemontesi: la visita del sommo poeta in persona. Magari, per noi monregalesi, "ad Asti", che all'epoca includeva anche il Mondovì.

Il passo di questa epistola dal quale risulta che il poeta vide, udì 
ed inchinò Arrigo VII, ha fatto scrivere a qualche biografo che 
l'Alighieri prestò omaggio all'imperatore a' pie' delle ' Alpium sum- 
mitates ', se non a Torino, a Chieri o ad Asti. 

Dalle parole di Pier da Medicina 

se mai torni a veder lo dolce piano 
che da Vercelli a Marcabò dichina, 

bene spira, per usar le parole di Vittorio Rossi, " il ricordo soave- 
mente melanconico „ del dolce piano che Dante, secondo lo Zinga- 
relli, dovette vedere da quel punto, almeno una volta. 



Il Piemonte come "dolce piano" rimandano, a un monregalese, al Carducci che - non immemore certo di Dante - canta Mondovì come il "dolce Mondovì ridente". Un rimando, quel "dolce", che mi sono sempre chiesto se venato di un riferimento all'eresia di Dolcino, diffusa in Piemonte proprio nell'epoca della presunta visita dantesca. Dolcino era stato eliminato nel 1307, assieme alla Bella Margherita (anno in cui inizia il processo templare, che Dante raggiunge), ma i suoi discepoli si erano diffusi in tutta la regione.

Dante lo colloca nel Canto XXVIII dell'Inferno, con una centralità particolare: Maometto, presentato come l'arci-eresiarca avverte Dolcino di fare attenzione a non farsi prendere per freddo e fame, invano. Forse, più che la principale religione nemica del Cristianesimo apparsa dopo la fine del Paganesimo, Mahomet qui rappresenta il Bahomet templare, sua errata trascrizione a indicare il vero oggetto simbolico del "culto alchemico" trovato dai templari in Oriente, per mezzo degli Hashashin del Veglio della Montagna e di altri.

"Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve".

Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese. 

L'avvertimento a Dolcino viene da Maometto, tutti collegati nella "grande mala pianta" dell'Eresia. L'avvertimento dato a Dante si collocherebbe nel 1300, anno della visione, e varrebbe per il 1307; dato che siamo nel 1313-14 quando egli scrive e pubblica, possiamo pensare che parli agli eredi dei dolciniani. "tu che forse vedra’ il Sole in breve" potrebbe significare "tu che vedrai tra breve il Sole iniziatico", ovvero il capo degli eretici dolciniani in Piemonte. Va detto tra l'altro che nel mito a Mondovì si fa riferimento nel mito carnascialesco ad un "Re Moro" che avrebbe conquistato la città, forse allusione ai templari ivi sopravvissuti, e forse con rimando anche al Maometto-Bafometto dantesco.

" Le allusioni ad Alessandria, — scrive il Bassermann — al 
Monferrato e al Canavese, situati tutti nell'alta regione padana 
{Purg., VII, 135), sono interamente politiche. E così i Novaresi 
(Inf., XXVIII, 59) sono menzionati soltanto in occasione della lotta, 
certo ampiamente famosa, contro Fra Dolcino. Casale nel Monfer- 
rato è ricordato solo come luogo di nascita del francescano Ubertino 
(Par., XII, 124).

Se è vero che nella Commedia non mancano accenni al Tirolo 
ed alla Val Camonica, al Benaco ed alle Alpi Pennine, e se gli Ap- 
pennini possono aver suggerito al poeta una delle similitudini più 
suggestive, quella della neve che 

tra le vive travi 
per lo dosso d'Italia si congela 
soffiata e stretta da li venti schiavi; 

due volte nella Commedia si accenna alle Alpi Cozie, e precisa- 
mente al Monviso (Inf., XVI, 95), l'alpestre rocce (Par., VI, 51) dalle 
quali scaturisce il Po (2).

Nelle opere di Dante altri accenni ancora vi sono al Piemonte, 
alla terra celebrata dai trovatori per la cortesia e la gaia spensie- 
ratezza, per le sue dame gentili e pei frutti di Bacco (3) ; altri per- 
sonaggi vi sono ricordati, da Anselmo d'Aosta (Par., XII, 137), ad 
Enrico di Susa (Par., XII, 83; Ep. ai Card.), a Guglielmo VII 
Lungaspada {Purg., VIII, 134), Bonifazio II e Giovanni I di Mon- 
ferrato (De Virfg. EL, I, 12), oltre a "fra Dolcino al quale l'Alighieri 
stesso sembra guardare "con un cotal senso di mal celata ammira- 
zione„; e del Piemonte egli conosce anche due vernacoli, il dia- 
letto di Torino e quel d'Alessandria, che assieme a quello di Trento 
definisce 'turpissimi' ; tale accenno, ha rilevato il Gian, è no- 
tevole, specialmente quello al volgare alessandrino, il quale farebbe 
supporre che il poeta sia stato in quella città, forse durante il suo 
soggiorno presso i Malaspina. 

Dante certo del Piemonte conosce il coevo Dolcino, appunto, quindi anche in lui quel "dolce" riferito al Piemonte può essere ambiguo (come quasi ogni parola del poema). Notiamo che anche Ubertino da Casale è nominato, e che torna assieme a Dolcino in quella "Commedia alternativa" che è Il Nome della Rosa di Umberto Eco (certo divertito dalla vicinanza di nome, Ubertino/Umberto) dove ha ruolo centrale, maestro per Guglielmo da Baskerville.

Quando si voglia seguire Giovanni Villani, il Boccaccio 
ed il Landino, ed ammettere l'andata del poeta a Parigi, non si può 
neppur escludere che egli recandosi in quella città da Verona, sia 
passato per il Piemonte, al che non contraddicono menomamente 
gli accenni ai luoghi della riviera ligure tra Lerici e Turbia, o il 
ricordo delle tombe di Arles, degli Elisii Campi, poiché qualora 
egli sia tornato in patria alla venuta dell'imperatore Arrigo VII, è 
assai probabile scegliesse la via più breve da Vienna a Milano per 
Ivrea, percorrendo forse nell'andata quello che ancor nel sec. XVII 
veniva designato come ' la Gran Camin Aurelian ', valicando al 
ritorno l'alpe ove forse ' nebbia il colse '.

Per il Piemonte poi Dante sarebbe passato per il viaggio a Parigi tra il 1308 e il 1310 (nel 1307, come detto, era iniziato il processo ai Templari di Parigi, che si concluse col rogo del 1314): passaggio importante, dunque, per via del "pellegrinaggio ermetico" al centro templare prima dello scioglimento, forse quasi per raccogliere la missione iniziatica dell'ordine e guidare la transizione dell stesso nel Piemonte dolciniano, dove forte era la presenza templare, oltre che eretico-provenzale.

L'autore del saggio cita, nel '400, la potenziale ripresa di temi danteschi nel gotico locale, con scarsa convinzione: è qui che entra in scena anche il riferimento a Mondovì, con San Francesco e Santa Croce, e Cuneo, con la Madonna dei Boschi di Boves, oltre a vari luoghi della Liguria. Ma nella Cuneo Esoterica vince, a questo proposito, Saluzzo.

Tra i più autorevoli personaggi i quali assistet- 
tero a tutte le sessioni del concilio, va ricordato un rjiemontese, il 
cardinale Amedeo di Saluzzo, diacono di S. Maria Nuova. Nel 1416 
il concilio, il quale protrasse lentamente i suoi lavori fino al 1418, fu 
quasi del tutto inoperoso e non si hanno a registrare se non sei ses- 
sioni ; i padri, negli ozi ameni delle prealpi che circondano il lago, 
ebbero agio di attendere a studi umanistici, di tener conversazioni 
letterarie, e tra l'altro, alcuni di essi si occuparono di Dante, il cui 
poema fu giudicato tam nobile, tam utile, che si parlò di farne una 
traduzione ed un commento latino per dar modo d'apprezzarlo anche 
a chi non conoscesse la lingua nostra. La proposta, dovuta appunto 
al cardinale Amedeo di Saluzzo, venne accolta da due prelati inglesi, 
Niccolò di Bubwych e Roberto Halam, i quali invitarono Giovanni 
de' Bertoldi da Serravalle di S. Marino ad imprendere tale lavoro. 
Questi, che in giovinezza aveva udito spiegare Dante da Benvenuto 
da Imola, a Bologna e a Ferrara, dapprima ricusò per le difficoltà, 
poi accettò l'incarico: così, per iniziativa di un piemontese nacque 
l'opera del Serravalle. 

Questo episodio è importante documento della conoscenza del 
Poema nel Piemonte durante il primo Rinascimento, come del resto 
dimostrano anche gli inventari delle librerie ducali del '400, quelli 
particolarmente del 1478-82, poi quello del 1498 pel castello di 
Chambéry.

Quindi è da Saluzzo, di fatto, che viene la traduzione latina di Dante che ne apre le porte alla potenziale futura celebrità europea.

Non a caso, a Saluzzo lo stesso Boccaccio ambienterà l'ultima novella della sua "Commedia terrestre", il Decameron, dedicata alla casta Griselda di Saluzzo: la prima novella ad esser tradotta in latino, da Petrarca, e a circolare in Europa, influenzando Chaucher ed altri.

un umanista della seconda metà del 
secolo, nato " suso in Italia bella „, sulle rive del Verbano, ma pie- 
montese di adozione, Domenico Belli, più noto col nome di Mac- 
caneo, dalla nativa Maccagno, aveva già ravvisato il Messo di Dio 
del Purgatorio dantesco in un principe del Piemonte, nell'allora 
regnante Carlo III, cui egli salutava come il DVX che avrebbe 
dovuto ancidere "la fuia" con quel gigante che con lei delinque. 

Non manca chi identifica il DVX dantesco nella figura di un sovrano di dinastia sabauda. Come profezia, in fondo, era più azzeccata di quella dei fascisti che lo identificarono con Mussolini: in fondo la dinastia sabauda divenne in effetti poi quella che unificherà l'Italia e vincerà la Lupa (la corruzione papale). Quindi l'autore chiude piuttosto sbrigativamente, saltando il '600 di Tasso e Marino e cedendo il posto al '700 di Alfieri, da cui si riinizia a studiare il Nostro come poeta vate.

Nel primo quarto finalmente del secolo XVI, nella terra dei 
Lombard joìos, nel Monferrato ove tenzonò Nicoletto da Torino, 
ricompare il nome di Dante in una allegoria che rinnova anzi il 
titolo del Poema sacro, la Commedia o Tempio d'Amore, pubbli- 
cata nel 1524 da Galeotto del Carretto. 

Il Botero, ricorderà ancora, è vero, il nome del- 
l'Alighieri, ma la Commedia rimane dimenticata, come del resto 
nella maggior parte d'Italia, fino all'epoca della Rivoluzione fran- 
cese, nella quale si tenta, un po' sull'orme del Porta, la traduzione 
dialettale delle terzine di Dante, e si ritorna tra noi al culto del- 
l'Alighieri, già ravvivato, in diversa misura, col Baretti, col Graleani 
Napione, coli' Alfieri, i quali precorrono l'età del Balbo e del 
Gioberti. 

*

Di Mondovì, nella fitta bibliografia, si cita anche l'edizione di Dante realizzata dal tipografo Piero Rossi nel 1859 e nel 1865, per il Centenario, di cui vi sarebbe anche una copia autografata da Garibaldi, nel 1875, e presente nella biblioteca della città (credo sparita, magari in qualche collezione massonica): Mondovì gliel'aveva donata, egli l'ha restituita con autografo di "devozione filiale" (egli era stato ospite in città del pittore massone Vinai, durante il Risorgimento).

Sempre nel 1875 si pubblica una conferenza del 1873, dove Sebastiano  Canavesio propone a Mondovì una lettura ermetica della Commedia: "Il primo canto della Divina Commedia spiegato coll'ypsilon di Pitagora.". Similmente, nell'anno scolastico 1877-1878, il Regio Liceo studia Eyveau G. D., "Del grottesco nell'Inferno di Dante e delle sue origini".

Inoltre Mercurio Sappa, di cui mi sono occupato, realizzò nel 1898 un Orologio Dantesco per una cronologia dettagliata dell'opera del poeta.

Di Cuneo, si parla di un articolo su Dante e l'Italia, nel 1866, all'indomani del centenario.  A Fossano si trova una traccia ancora più labile, un solo saggio e novecentesco: Rosso Francesco, L'uomo nell'oltretomba e nelle ombre della Divina Commedia, Fossano, 1902. Peggio ancora a Savigliano, dove Giacomo Balestreri sbaglia la dedica di una serie di versi a Dante, "Per la festa nazionale del 1863" (sic).

Ancora una volta vince per antichità Saluzzo, dove troviamo Frammenti di codice della "Divina Comedia" del secolo XIV posseduti dall'Archivio Civico di Verzuolo (Saluzzo). Originali molto antichi, forse collegati al cardinale saluzzese?

In quantità di riferimenti però vince Alba:

Nardelli Saccati Berenice, Brunetto Latini (in Varia; studi i e fantasie, Alba, 1887, in-12, pp. 1-24)
Mioletti Pietro, Guelfi e Ghibellini nel Paradiso di Dante Alighieri. Alba, 1891
Matteucci Angelo. — Arullani V. A., Nella scia dantesca. Alba, 1905
Maffei Lorenzo, Il simbolo in Dante e Goethe; (Divina Commedia e Faust), Alba 1906.
Tallone Armando, Un nuovo documento intorno a Sordello. (Sordello e la Mona
d'Alba) (in Bollettino storico bibliografico subalpino, 1910, voi. xv)
Mona vale qui probabilmente per Montà, e per fortuna non eravamo in Veneto.

Non pervenuta, invece, Bra, delle sette sorelle la meno dantesca (o forse priva di torchi, nell'800?).

*



Ma quindi, vediamo ora Dante e il Monviso, la sua unica citazione del Cuneese. Siamo nel canto XVI, quello che precede la discesa nelle profondità infere della Frode. Se togliamo il canto I proemiale, siamo alla metà dei 33 canti dell'Inferno vero e proprio. Di fronte a questo salto nelle profondità di tenebra, Dante evoca il Monviso.

Inferno, XVI, vv. 96 e seg.

Come quel fiume c’ ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’acqua tinta,
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.

"Come quel fiume, che per chi va dal Monviso (dove nasce il Po) verso levante è il primo corso d'acqua sul versante sinistro dell'Appennino che ha un proprio cammino (non si getta nel Po) che si chiama Acquacheta nel tratto superiore, prima di scendere a valle nel basso letto dove a Forlì non ha più quel nome (si chiama Montone), rimbomba sopra San Benedetto dell'Alpe perché cade da un dirupo con un solo salto invece di essere ricevuto da mille piccoli salti; così da una ripa scoscesa trovammo quell'acqua tinta di rosso risuonare così forte che in poco tempo avrei avuto l'udito offeso."

La voragine infera ha così un paragone, direi quasi per contrasto, con la piramidale montagna del Monviso. Del resto l'Inferno è il vuoto della piramide di roccia del Purgatorio, scavato da Lucifero nella sua Caduta.

A questo punto Virgilio gli chiede la corda che cinge i fianchi di Dante. Si tratta di un passo sicuramente dal valore allegorico, ma il cui significato non è mai stato pienamente chiarito. I punti fermi del passo dantesco sono che:

Virgilio chiede la corda per chiamare Gerione, simbolo della frode;
Dante dice che aveva cercato di catturare la Lonza maculata (simbolo della lussuria o di frode nel primo canto) con quella stessa corda.

Alcuni sostengono che la corda simboleggi il ruolo di Dante come terziario templare: essendo essa la prova della sua continenza, ovvero di aver controllato i peccati minori (assenza di controllo, non volizione intenzionale del male) può ora affrontare la "seconda parte" della sua prova-discesa agli inferi.

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte, 

ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro, 

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso, 

che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

*

Dante chiude il capitolo evocando la sua "comedìa" (v. 128, la prima volta in cui Dante assegna un nome alla sua opera e uno dei rari passi in cui la nomina) e descrivendo l'arrivo di Gerione, che li condurrà nelle profondità infernali.

Dante quindi cita il Monviso nel canto di transizione in cui chiarisce la sua opera come "Commedia", come "opera templare", "scalata inversa" della Piramide Infera prima di ascendere su quella fisica del Purgatorio. Un elemento forse casuale, forse che conferma un valore iniziatico del "dilettoso monte" cui il Cuneese è collegato.

Post più popolari