PD Hebdo


LORENZO BARBERIS

(Articolo originariamente apparso sulla rivista online "Margutte").

Il 7 gennaio 2015, l'attentato a Charlie Hebdo (il più grave attentato contro la stampa mai realizzato in Occidente finora) ha segnato in modo indelebile l'inizio di questo nuovo anno.

Bene ha fatto dunque il circolo del Partito Democratico di Mondovì a dedicare a questo tema il primo dei suoi AperiPD, una nuova consuetudine d'incontro con i cittadini che i Democratici hanno adottato ultimamente, e che è con questo appuntamento al suo esordio monregalese.

Un'occasione preziosa, dunque, per una panoramica sulle posizioni del PD di Mondovì su questa recente questione che, inevitabilmente, interroga da vicino la politica.



Terminata la parte "conviviale", la serata inizia con l'intervento di Gabriele Vissio, dottorando in Filosofia a Torino, con una riflessione sul limite della satira, su cosa separa la critica legittima, anche se magari corrosiva, dalla diffamazione o dall'incitamento all'odio razziale.


Vissio parte da una vignetta di Carlos Latuff, forse il più celebre vignettista di religione islamica (brasiliano di origine), che mostra l'apparente discrimine tra satira sulla religione ebraica, "proibita" in occidente, e quella sull'Islam, invece incoraggiata. Ma è davvero così?

Vissio sottolinea come l'immagine non sia innanzitutto così inoffensiva come spesso sostenuto ("sono solo vignette"), ha una forza performativa, è in sé stessa un atto, modifica la realtà.

A titolo d'esempio, mostra alcune celebri vignette di Enrico De Seta, tratte dalle famose "otto cartoline fasciste" coloniali, che in effetti hanno un carattere particolarmente ripugnante.


Vissio sostiene come ci sia una certa continuità tra queste vignette, che oggi sono unanimemente condannate (si spera!) e, ad esempio, i fotomontaggi digitali della Kyenge, per cui di recente si è giunti a delle condanne, e che talvolta sono sottovalutate nella loro gravità.

In entrambi c'è una de-umanizzazione, di fatto, del "nemico", che è il pre-requisito che può legittimare il successivo passaggio a una condotta violenta.

Il Borghese, 1970

Un qualcosa di affine, continua Vissio, avviene per l'omosessualità con le vignette de "Il Borghese" su Pasolini negli anni '70, in cui addirittura "pasolinide" era divenuto sinonimo di omosessuale. Cita, ad esempio, un ritratto di Pasolini rovesciato, cioé "invertito".

L'omosessualità come arma era stata usata anche contro Umberto di Savoia dalla Repubblica Sociale, per delegittimare il sovrano dopo la rottura con la monarchia. Soprannominato "la stelasa", la sua ipotetica omosessualità era ovviamente assunta come elemento da renderlo inidoneo al trono.

L'omofobia storica del "Borghese" è avvicinata poi da Vissio all'attuale omofobia di attacchi analoghi a numerosi leader della sinistra scherniti per le loro tendenze sessuali.


A braccetto con l'etnia e come l'orientamento sessuale, anche la religione è oggetto di satira spesso feroce. Le vignette antigiudaiche, molto diffuse in Europa già prima dell'antisemitismo nazi-fascista, sono da condannare, mentre la stessa condanna non va, per Vissio, verso alcune attuali vignette anti-israeliane legate alla causa palestinese.


Prendo ad esempio il già detto Latuff, invece degli autori da lui citati, in quanto affine tematicamente (e a mio avviso migliore graficamente). Il parallelo tra Israele e il Nazismo, molto forte, sarebbe per Vissio legittimo, in quanto di stampo politico; con il rifiuto invece di una caricatura razziale e/o religiosa (qui; non in tutti gli autori, ovviamente), elemento a cui Latuff ed altri stanno abbastanza attenti.

Il discrimine più forte, per Vissio, in estrema sintesi, è l'attacco ad un potere tramite una critica anche feroce (che è appunto il diritto di satira) e non a una minoranza etnica, religiosa, sessuale.

Venendo al caso di "Charlie Hebdo", dunque, abbiamo satira legittima oppure no?
Per Vissio, Charlie Hebdo critica sì la religione islamica, ma in quanto potere religioso, ed estende infatti tale critica anche contro gli altri culti, ebraico e cristiano. Quindi, in definitiva, all'interno della concezione occidentale, è da ritenere a suo avviso satira legittima.

Vissio aggiunge poi, però, che l'Occidente tende erroneamente a considerarsi "storia modello", giudicando "arretrate" le culture con un diverso percorso, come se fossero più o meno avanti su un percorso che ha ineluttabilmente l'Occidente come punto d'arrivo.



Abderrahmane Amajou, consigliere comunale del Pd a Bra, imposta il discorso in modo oggettivamente differente, creando una riflessione diversa, in certo senso simmetrica, ma ugualmente interessante.

Ovviamente Amajou premette la condanna contro l'attentato di Charlie Hebdo e, in generale, contro ogni violenza, pur specificando il rifiuto del concetto di "dissociarsi", che implica l'essersi prima associato (cosa che, appunto, non è).

Più ampiamente, sostiene il rifiuto della violenza da parte dell'Islam rettamente inteso, citando il detto di Maometto "L'inchiostro dello studioso vale di più il sangue del martire": la risposta corretta a una provocazione è su un piano razionale, non violento.

La Jihad, termine spesso usato a sproposito, è innanzitutto la Grande Jihad, lo sforzo per il proprio miglioramento, mentre la Piccola Jihad, l'uso delle armi materiali, va intesa come difensiva, non offensiva (va annotata una annosa questione sul genere femminile o maschile del/la Jihad, su cui non c'è una concordia universale. La Treccani, autorevolmente, dà il femminile, a cui, come il relatore, mi attengo).

Oltre al primario motivo etico, vi è un motivo pragmatico per cui l'Islam occidentale rifiuta la via violenta, ovvero la pubblicità che indirettamente la violenza fornisce alla blasfemia: Charlie, a 60.000 copie, era sul punto di chiudere, se questi eventi eccezionali non l'avessero nuovamente fatto salire a milioni di copie (argomento che sarà ripreso, in senso analogo, in vari interventi del dibattito successivo, tra cui quello di Ernesto Billò).

Poste queste chiare premesse, Amajou ha poi posizioni nettamente critiche su Charlie Hebdo. Il profeta Mohammed - - ma, specifica, anche gli 
altri profeti riconosciuti come tali dalla tradizione dell'Islam, incluso Cristo - non andrebbero rappresentati del tutto per l'Islam, anche se riconosce la necessità di trovare una conciliazione con le altre tradizioni religiose.

La chiave comica però, peggio se volutamente offensiva come in C.H., è decisamente rifiutata dall'Islam. Nel dibattito che segue non manca chi concorda che nel dettame originario del testo biblico il culto delle immagini è proibito, e nel cristianesimo esso nasce in seguito al contatto col paganesimo (del resto, aggiungo, nell'impero bizantino, anche su influsso del vicino Islam, si sviluppò già il fenomeno dell'Iconoclastia cristiana verso l'VIII-IX secolo d.C.).

Negli USA, sostiene Amajou, vi è un'altra sensibilità che in Europa (e in effetti i quotidiani USA non hanno ripubblicato le vignette): se affisse ad esempio in un'Università, le vignette sarebbero rimosse dallo stesso rettore, per la maggiore attenzione sviluppata in USA al multiculturalismo, anche in virtù della lunga e difficile storia di convivenza del "melting pot".

Amajou mette in discussione, poi, la "satira a 360 gradi" rivendicata da Charlie e tutto sommato ammessa, poc'anzi, da Vissio, rievocando l'episodio di un giornalista, Maurice Sinet, licenziato per una vignetta "anti-ebraica". 


Amajou conclude poi criticando anche le reazioni sensazionalistiche di parte della stampa italiana, come il titolo imprudente di Libero, sopra riportato, o l'intenzione di Magdi Allam di operare per il Giornale un commento tendenzioso del Corano stesso.



Tocca poi a Claudio Boasso, presidente dell'associazione MondoQui, che persegue l'obiettivo del multiculturalismo tramite l'associazionismo e non l'azione politica tradizionale. Je Suis / Je Ne Suis Pas Charlie: la posizione di Boasso appare intermedia tra le due precedenti. Il diritto di satira è legittimo, per Boasso, "ma io quelle vignette non le farei". La critica al cristianesimo è meno grave, per Boasso, perché in Occidente non investe un problema identitario, lo scontro tra atei e cattolici è "interno" alla cultura occidentale (non manca chi evidenzia, nel dibattito che segue, come questo vale però soprattutto per i cristiani secolarizzati dell'Occidente, non tanto per altri gruppi dove la fede è ancora molto sentita, come i Maroniti o altri, ad esempio alcuni cristiani - cattolici e ortodossi - dell'Est Europa).

Invece nel caso dell'Islam si investe un problema di questo tipo, alimentato soprattutto, nel caso italiano (dove non c'è, di fatto, un equivalente di C.H.) da un giornalismo sempre più sensazionalista, specie oggi che viene "incalzato" dalla comunicazione del web, dal clickbaiting (ad esempio, il recente "Mondovì Lampedusa del Nord" titolato da alcuni giornali).

Quindi, per Boasso, il problema principale è quello di lavorare contro lo sradicamento di soggetti deboli che, nella ricerca di significato, possono cadere preda del fondamentalismo piuttosto che di altre devianze più comuni.

*

Il dibattito che segue offre altri spunti interessanti. Il qualificato intervento di Stefano Sicardi, docente universitario di diritto costituzionale a Cuneo e Torino, sottolinea la forza dell'immagine, non solo performativa come la parola, ma eccezionalmente performativa, dato che è, per ebraismo, islam e protestanti, sostanzialmente proibita per l'ambito religioso. Forza che rende più dirompente il sacrilegio, non percepito come tale in un diverso contesto occidentale. Il problema, poi, è soprattutto il "non capirsi tra poveri", più che il capirsi tra persone colte, più dotate di strumenti per decifrare l'altro e meno pressate da esigenze materiali in conflitto.

Ernesto Billò, storico direttore del "Belvedere" (1963-1993), richiama invece l'intervento di Magris sul Corsera e l'importanza del rispetto reciproco come fondamento della civile convivenza. "Come vignettista e autore di "comiche finali", mi è capitato spesso di auto-censurarmi... e di essere censurato, qualche rara volta." dichiara, ribadendo l'importanza, per lui, di un atteggiamento improntato al dialogo e non al dileggio.

Abdelghani Boumehdi sottolinea come la maggior parte delle vittime dell'ISIS sono, attualmente, islamici, e come i danni portati dall'ondata di terrorismo si estendono al mondo islamico. Le primavere del 2011 sono state bloccate dallo sviluppo dell'ISIS, e i vari autoritarismi e totalitarismi del mondo arabo hanno trovato nuova giustificazione come garanti, perlomeno, di stabilità. Gli abusi di uno stato di polizia vengono accettati, ora, di fronte al terrore del caos.

Un intervento molto interessante viene da Luca Pione, con un ampio ragionamento sul duplice problema di Forma e Sostanza implicito nella satira ("cosa" schernire legittimamente e "come"), e del divario già emerso tra Immagine e Parola (Spinoza.it meno offensivo di Charlie, a parità spesso di cattiveria, per il minor peso del Testo). La satira deve quindi essere un gioco intellettuale, una critica volta allo stimolo, una distruzione degli idola non fine a sé stessa, ma che anticipa e sollecita una possibile pars costruens.

Altri interventi sottolineano l'importanza di evitare a tutti i costi un clima di scontro di civiltà (Lucetta Galfrè) ; di evitare, nello stesso senso, di dare troppo peso dunque alle provocazioni che cercano di creare un clima di conflitto (Valentina Mattalia).


Chiude icasticamente il segretario monregalese dei PD, Olga Bertolino: la foto di "Libero" prima citata è in qualche modo vera, "Questo è l'Islam": non l'uomo che spara, ma l'uomo a terra, il poliziotto francese Ahmed Merabet, di religione islamica, morto per difendere un Charlie che, ottimo musulmano, non poteva condividere.



E su questo si conclude - per ora - la riflessione del PD monregalese sulla questione.

Una riflessione ampia, articolata, con posizioni plurali, e che confermano la capacità della sinistra monregalese di riflettere ad ampio raggio su questioni non limitate all'amministrazione locale (che pure viene seguita con cura e passione). Una sorta di "paginone centrale" del vecchio "Belvedere", in certo senso, che nasceva da simili occasioni di incontro e dibattito.

Ovviamente, sarebbe molto interessante si sviluppasse, magari proprio su questo stimolo, una analoga riflessione da parte del centrodestra monregalese.

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