Dylan Dog Color Fest - Nuovi Volti



LORENZO BARBERIS.

Anche quando ho smesso di leggere la serie ordinaria di Dylan Dog (un lento abbandono, molti buchi dopo il 200, e abbandono totale dopo il 250, prima della ripresa col Rinascimento Dylaniato) ho continuato a prendere il Dylan Dog Color Fest, avviato nel 2007 come principale innovazione della gestione Gualdoni. Una innovazione di successo, che nel 2010 divenne bimestrale, con un numero tematico ad aprile ed uno generico in estate.

La nuova gestione Recchioni ha visto già due Color Fest: il 12, dedicato a quattro crossover con altri eroi bonelliani, e il 13, nuovamente a-tematico.


Il 12, di cui avevo scritto qui (vedi link sotto) si presenta ancora molto tradizionale nella pur bella cover di Sara Pichelli, appesantita comunque dai molti segni grafici.




Il successivo, il 13, vede l'innovazione notevole dell'immagine di cover di LRNZ, e un tentativo di rilancio: Ambrosini autore completo per una storia sul Minotauro, il ritorno di Chiaverotti dopo tempo immemore, per un sequel di Goblin che, purtroppo, conferma i limiti della storia originaria (a mio avviso), con i belli e moderni disegni di Armitano e Furnò; la Barbato illustrata da Burchielli è un altro gran nome, ma qui non molto convincente, mentre Accattino e Sicomoro nell'ultima sono di nuovo interessanti per innovazione grafica. 


L'innovazione grafica avviata dalla gestione Recchioni si completa qui nella potente cover di Matteo De Longis, che riprende le sue inquietanti donnine sexy amalgamandole alla perfezione con Dylan, quasi uno spettro delle sue molteplici relazioni che lo perseguitano, come nella recente "Il cuore degli uomini" che ha ridefinito, per mano di Recchioni, il suo rapporto col gentil sesso, nel ritorno alla maggior superficialità dell'eroe delle origini.

Recchioni ha definito su Facebook questo Color Fest la cosa più vicina, finora, alla sua visione di Dylan; e anche nell'editoriale (per la prima volta, firmato e non anonimo...) rivendica la necessità di tornare a rischiare, di investire sul segno, come nel primo Dylan del 1986, uscito col segno allora sconvolgente, per un Bonelli, di Stano.

Gli autori provengono tutti da Verticalismi, l'affascinante esperimento del fumetto online italiano, che mi trovo spesso a leggere. Qui una reference per le singole storie.


 La prima storia è di Giovanni Masi, di "Harpun" (2011), notevole fumetto online di ambito vagamente lovecraftiano, su divinità marine minacciose turbate dalla speculazione. I disegni di Harpun erano di Rossi Endrighi, che firma la terza storia di questo albo; qui nella prima invece Masi riprende il tema della divinità pagana minacciata dalla tecnologia con una tradizionale sirena.

Personalmente trovo che l'ottimo restyling grafico della cover dovrebbe estendersi anche alle pagine interne: ad esempio il titolo "Peggy del Lago", così disposto, in quel colore, non mi piace per nulla, mi fa effetto Powerpoint anni '90. E anche il convenzionale cartellino dei credits non mi convince. Per non parlare della poesiola in stile gotico fa molto Sclavi d'antan, ma il carattere troppo grande, e le maiuscole per il gridato stonano con le tavole di Lorenzo De Felici, che invece sono bellissime, forse migliori ancora nella loro anteprima muta di qui sopra.

La storia si sviluppa poi in modo gradevole ma abbastanza logico dati i presupposti di partenza, il che non è necessariamente un male. Bella l'idea, ad esempio, con cui i villici del passato raggirano la distruttiva sirena. Ma la storia, pur piacevole, è probabilmente la meno sperimentale di questo Color, e sarebbe potuta più o meno apparire anche nelle edizioni precedenti.

L'elemento più interessante è il giapponese Kobayashi nelle parti del cattivo imprenditore che distrugge la natura (un luogo comune in Dylan, ma che ha fatto veramente il suo tempo: se multinazionali cattive devono essere, siano più vicine a quelle deliranti di Sclavi o al nuovo John Ghost, per evitare un certo effetto da fumetto educativo del WWF). 

Kobayashi era anche il nome del giovane tenente guida di Dylan in Spazio Profondo. Difficile la cosa sia un caso: e dato il finale onirico di quella storia, potremmo leggerlo come un indizio della natura onirica del "nuovo corso": elementi della "realtà futura" che appaiono sotto diversa forma nel presente rinnovato dylaniano.

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La seconda storia si contraddistingue per i disegni di Mirka Andolfo, ben servita dai testi di Gualtieri e Marsaglia. L'autrice si è imposta per il suo stile, molto disneyano, in una serie comica online come "Sacro e Profano"; il gioco del contrasto tra disegni fiabeschi e temi adulti, già presente in forma comica in S&P, qui viene radicalizzato dalla natura horror della serie, che viene bene interpretato nella declinazione dell'orrore quotidiano, i "mostri della porta accanto" ben tratteggiati.

Federico Rossi Edrighi autore completo è la breve migliore, quella più vicina al mio gusto sul personaggio. Anche qui troviamo il tema delle multinazionali cattive, ma declinato in tono più ironico. Eric Faust, con quel cognome così parlante, è quasi una parodia di John Ghost, con il confronto con Dylan riassunto in 32 pagine invece che dilatato su una stagione.


La storia di Monteleone disegnata da Armentaro, infine, raggiunge di nuovo alti livelli, anche nella sperimentazione grafica. Raramente in Bonelli la "gabbia" è stata messa così in discussione. La storia è un adattamento di I love my robot dello stesso autore, apparsa su Verticalismi. Dylan appare solo nel finale, per il resto la storia resta identica, ma è indubbiamente gradevole nel suo sviluppo complessivo.

Insomma, un Dylan Dog Color Fest molto promettente per il futuro, in cui Recchioni sembra davvero essere riuscito ad orchestrare quell'innovazione che ha imposto alla SF Bonelliana con "Orfani".

Il merito di questo "nuovo spirito" dei nuovi volti dylaniati è quello di funzionare anche al di là degli "eventi ad effetto" che hanno accompagnato il Rinascimento Dylaniato (pensionamento di Bloch, arrivo di John Ghost, e così via), dando speranza per una alta qualità delle storie future.

Speriamo quindi che sempre più questo spirito sperimentale riesca a tornare sulla testata, adattandosi anche al suo convenzionale bianco e nero.





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