L'arte di Francesco De Prezzo


LORENZO BARBERIS

(Articolo per Margutte.com)

Mi è capitato di recente di intervistare, per "Margutte", Francesco De Prezzo, un giovane autore che ha sviluppato una ricerca a mio avviso molto interessante, sia in sé, sia per i ragionamenti che permette di effettuare sull'arte - specialmente, è ovvio, nella sua concezione occidentale (vedi qui per l'intervista).

Non è, naturalmente, un carattere esclusivo dell'arte di De Prezzo; un'istituzione come Argan rifletteva, già negli anni '80, su un'arte che nell'era post-moderna si era fatta inscindibile dalla critica di sé stessa come componente fondamentale della sua operazione concettuale.

Per paradosso, in De Prezzo questa "riduzione al concettuale" è minore che in altri artisti, perché le sue opere - siano tradizionali nella "forma-quadro", oppure installazioni, o performance - hanno una notevole pulizia formale che le rende portatrici di una loro estetica immediatamente percepibile, anche gradevole all'osservatore.

Ma proprio questa eleganza nel porre un discorso attuale dell'arte rende particolarmente interessante esaminare il lavoro dell'artista, sia per il suo valore intrinseco, sia appunto per la valenza paradigmatica che offre.




Come emerso anche dall'intervista, di De Prezzo colpisce subito la poliedricità del lavoro, che viene ad utilizzare, come detto, le tre forme principali di espressione artistica dette sopra (il rapporto tra queste tre componenti è una domanda frequente nella riflessione critica sull'opera dell'autore).

Per De Prezzo questa molteplicità di approcci risponde a una necessità di indagare da più punti di vista gli argomenti che gli stanno a cuore, scegliendo di volta in volta quello che ritiene più idoneo oppure, volendo, affrontando un tema da due punti di vista differenti.



Notiamo ad esempio le due immagini sovrastanti, relative a due ricerche dell'autore. Notiamo che in entrambi i casi si riflette di fatto su un tema centrale nell'arte contemporanea, dal Quadrato Bianco su Fondo Bianco del suprematista Malevich in poi: ovvero il grado zero, fino all'assenza, dell'opera stessa (o sotto ancora a questa assenza, paradossalmente, come il taglio di Fontana).

Una riflessione inevitabile dopo la progressiva scarnificazione dell'arte operata dalle avanguardie, dal cubismo in poi, simmetrica a quella che in poesia è l'essenzializzazione parallela dell'ermetismo, fino al grado zero del "m'illumino/d'immenso" (il critico letterario Flora, con una provocazione meno banale di quella che è poi divenuta in seguito, ipotizzava il futuro nella "poesia di una sola parola", magari un evocativo verbo all'infinito: "sognare", ad esempio).

Estendo qui il discorso alla letteratura perché, nel grado zero, "quadro bianco" e "pagina bianca" sono accomunati nel loro porsi come "foglio bianco" che, però, non è comunicativamente "non scritto", ma è un silenzio che è messaggio. E, quasi sempre, questo bianco è a suo modo Luce, illuminazione.

Inoltre, De Prezzo usa la parola all'interno delle sue opere, come in "No many existance in this border": parola che però, nel suo esplicitare una assenza di contenuto, diventa di nuovo un cortocircuito per "dire" la pagina bianca.


Chi, come me, è quasi ossessionato dal simbolismo sacro dell'arte non può non leggere un rimando sindonico (probabilmente oltre all'intenzione dell'autore: ma come insegna Jung, la ricezione degli archetipi è forse perfin più forte quando non è intenzionale).

L'artista che si sdraia sul "quadro" non può non rimandare all'impronta sindonica, come avviene spesso nell'ambito della performance. Qui però l'autore non lascia una traccia, appunto non vi è (molta) esistenza che passa nel quadro, come pure nel telo appeso.


La NonBandiera che sventola su NonLuoghi industriali

La riflessione di De Prezzo però vede questo "vuoto" come una "bandiera bianca": non tanto nel senso della resa, ma nel senso dell'assenza di simbolo.

(nota a margine: per paradosso, la Sindone stessa "nasce", non come bandiera, ma come "Palladio" dei Savoia, preziosissima reliquia dinastica - simmetrica al balsamo della Maddalena per i reali di Francia - che sancisce il valore divino della monarchia dei "re cristianissimi". Bandiera impropria, dunque, "stendardo" dinastico che diviene il simbolo sacrale della Monarchia, mentre lo stato moderno, nel suo emergere, investirà di questa sacralità appunto la bandiera stessa, che in alcuni paesi ad esempio - inclusa l'Italia - è reato, in vari gradi, oltraggiare).








Bandiera francese, Rotkho, De Prezzo

La bandiera, il vessillo, è forse quasi il grado zero del simbolismo, in fin dei conti un modello stesso per l'astrazione più radicale, quella bidimensionale, basata sulla semplice giustapposizione di poche essenziali forme quadrate, sia Mondrian o sia Rothko. E le stesse persone che darebbero un significato minimo all'operazione artistica contemporanea, disconoscendola come arte, spesso invece investono di grande valenza simbolica la bandiera.

Per paradosso, rischiando un luogo comune, si potrebbe quasi evidenziare una inversa proporzionalità tra i due ambiti: un osservatore più colto, più "high-brow" (per citare l'Eco di "Apocalittici e Integrati"), e quindi più cosmopolita, potrebbe dare un grado zero di valore alla bandiera nazionale e invece un grado alto di valore all'astrazione "piattista"; un osservatore invece più "low-brow" potrebbe emozionarsi per la bandiera e disprezzare l'astrazione.



Nel suo andare al grado zero, alla Bandiera Bianca, De Prezzo quindi annulla un simbolo importante, fondamentale. Ma, al tempo stesso, ne mantiene un frequente elemento, la Banda Bianca, uno "spazio bianco" (come quello che separa le sequenze narrative nel fumetto, la "bande dessinée" dei francesi, tra vignetta e vignetta) che spesso è un componente essenziale delle bandiere, spesso tra i due colori prevalenti, Rosso e Blu.

L'operazione di De Prezzo diviene quindi simmetrica a quella notissima di Alighiero Boetti: se la vi era la sincronica rappresentazione di tutte le bandiere del momento, plasticamente visualizzate sul planisfero, qui non ve ne è nessuna. O meglio, vi è lo Stendardo Vuoto, che De Prezzo erge a simbolo dei Non-Luoghi di Marc Augé nel 1992, gli spazi dominanti del contemporaneo, privi di identità: dal supermercato al campo profughi, passando per numerose e dettagliate variazioni.

Un paradosso che ci affascina, ovviamente, avendo scelto di definire il "Margutte" come NonRivista, per marcare la sua natura paradossale di "rivista online" eterea, impalpabile, e in fondo partecipe di questa contraddizione della modernità (la scrittura del web esposta all'eterno rischio della nonscrittura) che il web ha accentuato estendendo al virtuale (a partire appunto dagli stessi anni del saggio di Augé).


Priamo della Quercia, "Ignavi" (primo '400)

Questo rendere la sua NonBandiera simbolo di un NonLuogo avvicina l'operazione di De Prezzo ai primi canti degli inferi danteschi, dove gli Ignavi, che non hanno mai voluto venerare alcuna "bandiera" di alcuna causa o fazione, sono costretti a inseguire in eterno agli inferi, girando in tondo. Gli artisti hanno spesso dato un volto a questa bandiera, ma Dante invece non la descrive, e non a caso in lui così attento ai simboli: la punizione è insita nel fatto che il simbolo è vuoto, simbolo del NonSenso dell'esistenza (così come NonPersona è, sempre qui, "colui che per viltade fece il gran rifiuto", citato solo per non-parlarne, non-nominarlo).


Se dunque le "bandiere" non sono Sindoni, ceci n'est pas une crucifixion.

Ovviamente, l'artista non nega la potenza dei simboli che possono sovrapporsi alla sua operazione, ma i suoi gesti hanno valenza in sé, autonoma.

In un certo senso, De Prezzo va all'essenza del simbolo, alla sua natura pre-cristiana, prima delle incrostazioni (nobili, beninteso, e pienamente legittime) che vi si sono sovrapposte.

Il che poi (e oggi con una attualità purtroppo stringente) amplierebbe all'infinito il discorso su tale percezione, nella polemica che è ripresa sulla raffigurazione del sacro. Sacro che, per sua natura, tende ad estendere il suo dominio: e che se quindi pretende di avere un monopolio sulla sua stessa figurazione (si pensi al caso Charlie Hebdo, e alle riflessioni, banali o più accurate, sulla legittimità del suo uso dell'immagine sacra): ma come porre i confini di ciò che è sacro, e quindi non dis-sacrabile, da quello che è pura forma? Un uomo in forma di croce è Cristo? Un uomo con-turbante è Maometto? Coerentemente, i radicalismi più estremi giungono infatti a una radicale iconoclastia, per loro "principio di precauzione".



Ma torniamo a De Prezzo: quindi l'uomo in forma di croce, e appeso a una "croce moderna" non deve richiamare all'arte sacra, ma piuttosto rimandare all'Uomo Vitruviano reso celebre da quello stesso Leonardo cui falsamente si attribuisce la creazione della Sindone di Torino.

Un'immagine, in realtà, oggi, altrettanto saturata della Croce: e però qui più congrua, nel suo rimandare alla proporzione quadrata e circolare insita già nel corpo umano e perciò cara all'architettura classica che Vitruvio compendia.



Né questa è una Resurrezione, se quella prima non è una Crocifissione: però, forza degli Archetipi, anche il Christus Resurgens porta con sé una bandiera, per paradosso antifrastica a quelle che maneggia l'artista: il vessillo Bianco, ma segnato da una Croce, che è il simbolo della salvezza, cristiano, crociato, per alcuni templare ("Mira quanto è il convento delle Bianche Stole!").

Il bianco dell'arte di De Prezzo è invece non il bianco di una presenza di luce, ma prevalentemente il bianco di una assenza.




I dipinti più tradizionali nel formato, inoltre, evocano quasi, a volte, una "scialbatura" di un dipinto precedente, di cui sembra di indovinare un frammento, quasi ormai del tutto cancellato. Un po' come l'inquisizione, anche qui da noi, faceva coprire di calce dipinti eretici - non di rado, se amati dal folclore popolare, con giustificazioni "igieniche", onde evitare il contagio durante una pestilenza: ma il contagio più temuto era forse quello di idee difformi.




Anche le esposizioni di De Prezzo paiono evocare i NonLuoghi che a lui sono cari, in un grado parimenti minimale dell'esposizione. Una minimalità che è anche meta-artistica, riflessione sull'attuale saturazione del rumore di fondo della civiltà dell'immagine, che rende necessaria questa spoliazione radicale come speranza di ritrovamento di un senso.

Qui mi pare davvero essenziale citare, di nuovo, le parole dell'autore, dalla suddetta intervista:

Ogni giorno si costituiscono nuove biennali, il numero delle fiere  aumenta spropositatamente, produrre belle immagini è diventata un attività di chiunque e all’ordine del giorno,  essere  artista spesso viene inteso come un lavoro vero e proprio  a fini di lucro, e viene inteso come  un mestiere un po’ più simpatico degli altri perché implica una certa dose di divertimento.

Viviamo un’ intensa fase di inquinamento visivo in cui c’è troppo di tutto, quindi la conseguenza diviene quella di “ridurre” i contenuti visivi all’interno delle opere, ma anche questo si sta facendo fin troppo. Fino alla nausea direi creando un accumulo di materiale “no sense” e di artisti che lavorano su questo risultando monotoni.

Nella storia dell’ arte abbiamo avuto delle rotture che si sono verificate ogni tot  tempo. Oggi lo stacco più grande che si potrebbe verificare, potrebbe essere la reintroduzione di un valore maggiormente narrativo nel fare arte, ricollegandosi di più ad alcuni aspetti del passato… e poi chissà, potrebbe ritornare la pittura figurativa tanto massacrata e penalizzata dal mercato. Staremo a vedere.



I titoli delle sue mostre più recenti, quindi, paiono evidenziare come il suo bianco non è predeterminazione, non è forse né Luce né Assenza, ma "spazio bianco", appunto, come potenzialità in cui si può sviluppare "la coscienza di sé", "across yourself" (attraverso te stesso): il gnothis authon fondamento della filosofia greca e, in fondo, a base per estensione anche dell'arte concettuale. Un "conosci te stesso" dell'arte non solo come messaggio pedagogico rivolto al pubblico, ma anche come riflessione interna di una schizofrenia diffusa. E la lucidità visuale di De Prezzo ci pare, quindi, un buon punto da cui (ri)partire.

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