Fabrizio Gavatorta: il Pittore delle Ombre.



LORENZO BARBERIS

E' con vero piacere che ho accettato di presentare la bella mostra che la Provincia di Cuneo ha giustamente deciso di dedicare, nella sua sala espositiva più prestigiosa, a Fabrizio Gavatorta, uno dei pittori più significativi emersi sulla scena provinciale.

Nato a Torino nel 1970, Gavatorta si diploma all'Istituto d'Arte di Saluzzo, e nel 1988 partecipa qui a un suo primo concorso pittorico, ove è premiato. Con gli anni 1990 inizia a frequentare, a Savigliano, lo studio del pittore Daniele Fissore (di cui ho scritto qui in occasione della sua recente mostra monregalese). La prima personale è sempre a Savigliano, nel 1996, presso la Sala Cambiani in Piazza SantaRosa.





Negli anni seguenti, nei primi 2000, inizia a definirsi la scelta tematica verso l'ombra, tramite figure di donne velate e bendate in cui si inizia a porre un contrasto tra uno sfondo a tinta unita e una figura in nero, anche se non ancora così radicale come appunto le ombre stesse.






Le Ombre della ricerca "Shadow" arrivano nel 2005. Nella sua forma essenziale, l'Ombra di Gavatorta vede questo contrasto netto tra la figura in nero e lo sfondo tipicamente rosso o arancio, in un rimando al cielo al tramonto. Spesso, come nel "Bacio", la figura interagisce con il disco solare, abbacinante cerchio bianco che si pone così in funzione di contrasto con l'Ombra stessa, che egli contribuisce a generare.

In questa sua tipicità monocromatica, lo studio sull'Ombra di Gavatorta ha indubbiamente anche un rimando al New-Pop, del resto ormai molto consolidato sulla scena internazionale su cui Gavatorta ha operato in questi anni (l'attuale è la più grande personale piemontese dopo molti lavori espositivi  in Italia e soprattutto all'estero).

Ma se il Pop è sempre ironico, le ombre di Gavatorta hanno spesso una valenza potente, assoluta, tramite il riferimento a figure forti su un piano simbolico: il Bimbo, la Donna, l'Aquila che, in relazione al sole, rimanda alla matrice divina già egizia.





Sulla base di questa idea essenziale Gavatorta ha poi operato numerosi studi e variazioni che hanno portato, in questi anni, ad altre ricerche ulteriori più specifiche, in cui è andato a creare una vasta e complessa riflessione sul valore pittorico dell'Ombra.

A volte le Ombre si scindono tra primo piano e sfondo, con differenti sfumature di nero, grigio e blu, come ad esempio nel primo dipinto qui sopra riportato; un elemento che rimanda a tipicità della grafica optical anni '60 (e susseguente) che accentua ulteriormente la matrice pop (e quindi neo-pop) del suo lavoro.

Un altro inserto frequente è sullo sfondo, che da monocromatico si fa maggiormente pittorico: qui non vengono introdotte solitamente delle pure campiture uniformi, ma il monocromo di sfondo si sfuma e si arricchisce di dettagli, pur senza perdere del tutto la sua essenzialità iconica.



Come abbiamo notato nelle immagini sopra, spesso l'Ombra non è fissità ma movimento, con riferimento alla danza, al balletto, alla corsa. Un nucleo specifico è quello potremmo delle Scalate, con un riferimento specifico al territorio montuoso piemontese da cui Gavatorta proviene.

In queste opere appare - come già in altre - lo skyline delle Alpi sullo sfondo a spezzare in due il gradiente del paesaggio tra Cielo e Terra; in primo piano l'Ombra è quella di uno Scalatore che con quelle rocce alpestri si confronta, spesso colto nell'atto di sospensione in un passaggio difficile, sospeso appunto nella suddetta dicotomia cielo/terra tipica del paesaggio, nell'atto di sfidare il limite tra questi due mondi che le nostre Alpi costituiscono.

L'immagine, nella sua iconicità, acquista subito una forte valenza simbolica: lo Scalatore diviene in Gavatorta, in qualche misura, immagine dell'Uomo nel senso profondo dell'umanesimo classico, quello che ci rammenta sempre "Per Aspera Ad Astra" e l'elevazione fisica come simbolo dell'elevazione spirituale (andando sul letterario, il Dante dell'ascesa al Monte Purgatorio, il Petrarca dell'ascesa a Monte Ventoso, e da noi i Sacri Monti - oggi Patrimonio dell'Umanità - come riedizione simbolica del pellegrinaggio crociato al Calvario).



Per certi versi, il valore fortemente simbolico dello Scalatore amplifica una simile valenza presente già nelle Ombre primigenie, dove spesso si poneva un rapporto fortemente connotato emotivamente tra la figura e, in questo caso, il Sole: come il Bacio della Donna, o il gioco del Bambino (cosmico?) che tratta la sfera solare come una palla dei suoi giocattoli.

Se quindi nelle Ombre prime, come è del resto ovvio, l'Ombra interagisce col Sole, negli Scalatori si interfaccia alla Montagna (parte della terra e limite cielo/terra, ma anche in relazione al Sole, del resto, specie quando tra/monta), negli Astronomi entra in gioco un terzo elemento, maggiormente legato, di nuovo, alla sfera celeste: le stelle (il cielo è quasi sempre d'un intenso blu notte, ovviamente).

Lo Scalatore ascende su un piano fisico e, tramite di esso, simbolicamente ma anche nella sua esperienza personale, spirituale. Nell'Astronomia, fin dall'età più antica della storia dell'Uomo, l'Uomo ascende alle stelle tramite la conoscenza. Anche qui da noi: ne sono prova i numerosi dolmen e menhir di età preistorica e celtica, diffusi anche nelle valli del cuneese, e l'uso delle stesse montagne come landmark paleo-astrologici (la Bisalta al solstizio d'Inverno, il Monviso a quello d'estate). Gli Astronomi di Gavatorta sono astronomi moderni, un po' scalatori anch'essi, che sfidano la montagna per osservare un cielo più terso, più ricco di stelle: ma in loro vi è anche implicito un ricordo di tutta una tradizione di ars astrologica.




Altre ricerche attuali di Gavatorta lavorano su più direzioni dell'evoluzione della forma: da un lato, alcuni dipinti vanno sempre più a intensificare il superamento del piattismo pop, mantenendo un rimando e una connessione con la ricerca generale ma tornando quasi al pittorico.




In altre opere recenti invece Gavatorta modifica la struttura-base dell'Ombra per radicalizzare proprio la matrice Pop con l'inserimento di elementi ulteriormente ironici e d'impatto quali coloratissimi motivi a strisce e a pois che si uniscono ad un affastellamento volutamente parossistico del segno.

Insomma, un rimando al New-Pop, quello di Gavatorta, indubbiamente presente, ma meno univoco e più problematico di quanto si potrebbe pensare a una prima impressione sul suo lavoro. A questo avvio, per una migliore comprensione dell'opera dell'autore, è a mio avviso utile una breve digressione che mostra - per sommi capi... - la profondità del tema dell'Ombra nella pittura occidentale, e come tale profondità filtri nell'arte dell'autore - in parte volutamente, in parte per la capacità dell'artista di cogliere, come spiega Jung, gli archetipi dell'inconscio collettivo.


Il tema delle ombre si lega infatti da sempre a filo doppio alla pittura. Già Erodoto, pare, spiegava la nascita della pittura (quella vascolare, ovvero dei vasi, la forma greca più arcaica, figure nere su sfondo rosso) come ricopiatura dell'ombra della persona amata da parte di una fanciulla di Corinto; mito poi ripreso da Plinio il Vecchio, che ne è la fonte scritta più antica.


Figure danzanti di Gavatorta

In effetti nei vasi a figure nere della fase più arcaica (poco dopo il medioevo ellenico del 1000 a.C.) le figure dei vasi appaiono singolarmente simili alle Ombre di Gavatorta stesso, essenziali silohuette di pura azione.

La pittura greca, in questo, si dichiara parente del Teatro delle Ombre, la forma più antica del teatro di figura, che predata di molto quello con attori in carne ed ossa. Il teatro di figura (oggetto della mia tesi di laurea, ormai quindici anni fa) arcaico infatti mette in scena le vicende degli dei, e quindi serve un ampio schermo col celebrante, che non osa interpretare il dio ma fa possedere dal dio un'Imago, che non viene però vista direttamente da uno spettatore, ma solo tramite uno schermo.

In Oriente questa resterà a lungo la forma di teatro dominante, mentre da noi cadrà presto il velo dell'Ombra, poi la stessa figura sarà sostituita da un attore con maschera, finché la borghesia, con Goldoni, farà cadere la maschera stessa.


L'idea sopravvivrà in Platone, che nel suo Mito della Caverna descriverà la stessa realtà come illusorio Teatro delle Ombre (qui sopra, in un'incisione del 1604). Non sono qui gli Dei ad essere schermati, ma sono le Idee Assolute (che in una concezione laica sono, ovviamente, la stessa cosa).

otiamo come - penso più per un moto inconscio, ma la cosa non lo rende a mio avviso meno significativo - lo stesso avvenga nelle più intense opere di Gavatorta. Tramite l'Ombra, egli raffigura spesso scene che diventano così assolute, archetipe: non è un bambino che gioca col Sole, è il Bambino assoluto, cosmico, anche interiore. Così non è una donna che bacia il Sole, è l'Idea di Donna. Il vantaggio è la maggior potenza di un rimando assoluto; il limite, platonicamente, è che ovviamente dell'Idea divina e assoluta di Donna, di Bambino e così via noi non possiamo che possedere appunto un'umbratile presenza, non la cosa in sé.


Nel Medioevo cristiano l'Ombra si connota negativamente, venendo spesso associata alla figura demoniaca, che appare spesso solo, appunto, come ombra nera, come nell'immagine sopra (dalla Chiesa di Santa Caterina presso Villanova Mondovì). Una connotazione negativa che si lega spesso al valore demoniaco affidato al teatro di figura, che si ricorda espressione - spesso iniziatica - della cultura classica.


William Daege, XVII sec., "L'invenzione della pittura"

Ma il Rinascimento invece riprende il mito classico, da Leon Battista Alberti in poi, con i prodromi della lanterna magica e con tutte le sue ricche valenze platoniche, che saranno esaltate ancor di più dall'età barocca. E' nel '600 infatti che il tema della "Invenzione della pittura" diviene un frequente soggetto pittorico (appunto, in chiave barocca, meta-artistico).

La pittura torna Ombra nel senso classico: in parte negativo, perché può essere solo illusione del reale, non reale esso stesso, ma anche positivo, perché "ombra" del divino, dell'assoluto, che non può esser percepito direttamente ma "per spaecolum et in aenigmate".



Il Seicento, secolo della rivoluzione scientifica, sarà affascinato anche dall'elemento meccanico insito nella riproduzione pittorica dell'Ombra, oltre che dai portati filosofici, elemento che sarà sviscerato nell'Ars Magna Lucis et Umbrae (1673) di Athanasius Kircher (notiamo che l'Ombra si affianca alla Luce ed è figura comunque benigna nell'incisione di antiporta del libro). La Luce e l'Ombra collaborano a pari livello nella meraviglia dell'arte, tra Camere Obscure sempre più avanzate e il conseguente diffondersi della pittura chiaroscurale.

Una compensazione sempre esistita, tra Luce e Ombra, sul piano simbolico, ma che da qui in poi diventerà non solo simbolico ma scientifico (portando al miglioramento dell'ottica, poi nei secoli seguenti alla fotografia, al cinema...).


Anche nell'arte di Gavatorta, come abbiamo visto, l'Ombra ha un senso in relazione alla Luce, al disco solare che spesso è giustapposto all'Ombra, da cui è inseparabile, come nella più celebre immagine iconica dell'autore, il "Bacio al sole" più volte riproposto.


La riscoperta del teatro delle ombre orientale (le "Ombre Cinesi") col Settecento e l'avvio di intensi rapporti commerciali con l'Oriente (avviati dai gesuiti nel '600) porta anche alla moda rococò delle Silohuette (qui sopra, una di Goethe, del 1780), a partire da quelle di Etienne de Silouhette, l'odiato ministro delle finanze di Luigi XV (quello di "Avec nous, le deluge!").

Ovviamente il neoclassicismo settecentesco ricollega tali figurazioni alla nascita stessa dell'arte classica, per nobilitarle. Ma principalmente incide l'importanza per una borghesia in espansione di acquisire una forma di facile ritratto, che facendo coincidere la figura col contorno trova anche un modo per dare una dignitosa eleganza a figure che il realismo pittorico avrebbe rischiato di mostrare nella loro gonfia e bolsa decadenza fisica, segno di una vita di lavoro opposta a quella nobiliare. E, indubbiamente, vi è nella Silouette del Settecento anche la volontà di un ritratto "scientifico", esatto, non soggettivo, quale quello che sarà poi dato (illusoriamente) dalla Fotografia nell'Ottocento.


La Silohuette del '700 non aggiunge molto alla riflessione pregressa, tra età classica e rinascimento: sotto un profilo tecnico ha però, come vediamo, una vicinanza molto stretta al lavoro di Gavatorta, specie le opere più "archetipe", che potrebbero in un paradosso spazio-temporale esser quasi esposte in qualche Salon di Silohuette senza suscitare troppe perplessità negli spettatori d'allora.


La Silohuette, passata la moda settecentesca (dove per la nascente borghesia era anche un modo di procurarsi a poco costo un ritratto, sia pur essenziale) resta nell'Ottocento, ove si accompagna alla riscoperta della xilografia, l'incisione su legno, tipicamente medioevale, declinata nel Rinascimento a fronte della più dettagliata litografia o calcografia, su pietra o rame.


Nel Romanticismo l'Ombra della Silohuette diviene qualcosa di più ambiguo, più inquietante della pura e semplice caricatura settecentesca, e recupera quel tanto di inquietante e di pagano che aveva nel medioevo. Ne è consapevole Gavatorta che omaggia la più celebre di queste Ombre / Doppio Ribelle: l'ombra di Peter Pan, che gli sfugge ed è recuperata da Wendy, nell'opera resa famosa dalla trasposizione disneyana dei '50.


La silohuette resta molto diffusa, senza soluzione di continuità, anche nel '900, dove anzi inizia ad esser nuovamente preferita per la sua essenzialità.


Sarà soprattutto il cinema dell'espressionismo tedesco (che poi ebbe influenza mondiale) a usare la Silouhette nel suo aspetto romantico di inquietante spettro gotico, proiezione rivelatrice, minaccia terrificante proprio nella sua nera vuotezza.

Da qui, negli anni '50, anche il maestro moderno dell'horror gotico, Alfred Hitchcock, riprenderà la sua Silouhette, che ne diverrà il marchio di fabbrica.


L'ombra come Silouhette inquietante è invece studiata in arte già dal Surrealismo, che se ne serve ovviamente per effetti stranianti come nelle opere di Magritte, dove diviene riflessione sul tema del Doppio.


Da qui la riprende la Pop Art, in primo luogo con lo Shadow Painting del nume tutelare Andy Warhol.



E da qui la recupera, oggi, Gavatorta, che è di fatto uno dei principali (il principale?) custode e tutore di tale tradizione.






Un ruolo che Gavatorta non svolge in modo statico, ma continuando a variare, sperimentare, modificare. Molto interessante è questa linea di sviluppo ultimo, molto postmoderna, dove la classica Ombra di Gavatorta (il primo paesaggio, con montagne sullo sfondo, il sole al tramonto, i campanili) viene ripresa in un secondo quadro sottoposto allo sguardo di due osservatori che sono, ironicamente, due suore (torta il tema della "donna in nero", donna velata delle origini).

Infine, il quadro si moltiplica e nasce un vero e proprio Museo delle Ombre, dove i visitatori sono ombre che osservano ombre spesso più vitali di loro, tanto che fuoriescono dai confini ristretti del "quadro nel quadro" per interagire con la realtà pittorica.

Un'arte delle ombre, dunque, quella di Fabrizio Gavatorta, in continua, vulcanica e multiforme evoluzione. Questa mostra cuneese, per intanto, "fissa un punto" sulle sue ricerche, con una retrospettiva ampia e ragionata. Fino a prossimo appuntamento, alla prossima evoluzione.

Come ci insegna Peter Pan, non è così facile domare e trattenere le Ombre.

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