Intervista a Cutter




LORENZO BARBERIS

Cutter è un artista visuale  molto interessante.

Il suo lavoro mette in scena una forte seduzione visiva, basata su un mélange di vari elementi miscelati in modo piuttosto vertiginoso. Il cocktail funziona. E quindi, inevitabilmente, fa venire la voglia di smontare il giocattolo.

Analizzare le varie ricerche e scomporre i vari elementi per vedere se si riesce a capire meglio questa particolare sintesi. Oppure - è anche un rischio - se semplicemente il gioco si rompe e non si riescono più a rimettere i pezzi insieme.

Questa intervista - come già altre in passato - nasce per questo esperimento. La fase di "smontaggio", diciamo, in cui esaminiamo gli ingranaggi visivi assieme a chi  li ha assemblati per primo.

Cominciamo dal nome. Come nasce Cutter come nome d'arte?

E' un omaggio al personaggio di una serie di film horror. Diciamo che è il nick di un nick.
Qualche anno fa, realizzavo alcune produzioni musicali, elettronica minimale e cose rumorose. Allora usavo diversi nickname. Qualche volta mi sono anche esibito. Cutter era uno di quei nick e credo abbia a che fare con la street art, il writing, la cosa di avere un nome da battaglia

Ho fatto qualcosa del genere, inzaccherato qualche muro, ma non era decisamente la mia via. Tra l'altro, Blu era mio compagno di corso a bologna. lui si che sta al top nel genere ed è un altro con un nome da battaglia semplice e incisivo.

Seconda domanda praticamente obbligata: il bildungsroman.
Qual è la formazione di Cutter, come artista?

Classica trafila: Liceo Artistico (i miei primi esperimenti artistici risalgono alla prima metà dei '90) e Accademia di Belle Arti, frequentata prima a Firenze, dal 1998 al 2000, e poi a Bologna, dal 2000 al 2004. La biblioteca dell'accademia a Firenze è stato il posto dove ogni giorno andavo a studiare i maestri. ci ho passato davvero tante ore. All'inizio lavoravo sulla pittura informale, in un formato piccolo, dipingevo su questi grandi fogli che poi sezionavo (col "cutter"), e poi intervenivo sui frammenti. ho creato un bel po' di schifezze. Lentamente ho focalizzato le mie esigenze come pittore in un ibrido figurativo/astratto che fondeva Pollock ai manga di Go Nagai.

Ma in realtà cambiavo genere di continuo. guardavo soprattutto al Gruppo Cobra, De Kooning, Kiefer, i Fauves, ma anche Murakami, Charles Burns, David Salle, Schnabel.

Partendo da grandi tele, pian piano ho ridotto lo spazio a un semplice foglio. una sera ero a casa della mia ragazza (anche lei dipingeva), stavo per trasferirmi a vivere da lei ed esploravo la casa. aprendo un cassetto trovai un'enorme collezione di Pantoni. Non ne avevo mai visto uno. Presi una risma di carta e iniziai a disegnare con quei meravigliosi aggeggi. Nel giro di un mese avevo una quarantina di nuovi lavori e stavo organizzando una mostra. Progressivamente abbandonai i lavori in grande formato e iniziai a comprare penne, pennarelli ed evidenziatori. Magari i pennelli li usavo per creare lo sfondo: lo faccio tutt'ora,

Comunque non posso che spendere buone parole per l'accademia di Bologna e il mio insegnante dell'epoca, Massimo Pulini. Lo studio mi dava completa libertà d'azione, arrivavo con le mie birre e la mia carta scenografica, dipingevo tutto il giorno fino a tarda sera fino ad avere le allucinazioni. c'era un grande fermento, i ragazzi si sentivano liberi di sperimentare. era una bella festa.



Come hai detto, tra gli altri riferimenti uno che è piuttosto evidente è quello ai manga giapponesi (agli hentai giapponesi, verrebbe voglia di precisare). Tu stesso infatti parli di un mangaka come Go Nagai e - sul piano della rielaborazione artistica - di Murakami. Quale la ragione di tale scelta?

Una bella domanda! All'epoca ero convinto che l'eccessiva stilizzazione di alcuni personaggi manga avesse a che fare con un processo di astrazione figurativo simile a quello che operava Picasso in opere come Les Demoiselles d'Avignon.

Siccome amavo moltissimo Picasso e i suoi disegni, ma leggevo anche una caterva di manga (poi la lista si è assottigliata parecchio), mi venne l'idea di creare un ibrido tra i due linguaggi. Alla fine venne fuori un piccolo catalogo di disegni che realizzai appositamente per Nut, stampato artigianalmente, una cosa molto carina: disegni in bianco e nero pieni di reminiscenze picassiane, immersi in un'atmosfera languida e fortemente ambigua tipica degli hentai.

Ma visto che non mi bastava, iniziai ad innestare alle figure uno strano linguaggio che sembrava mutuato dai simboli che si vedono nelle catacombe paleocristiane. una sorta di alfabeto squilibrato che collega un lavoro già bello stratificato e denso ad un'idea di pittura "archeologica". questo contrasto tra vecchio e nuovo mi sembrava abbastanza destabilizzante.

Una ragazza-minotauro da Nut.

In effetti sotto il riferimento ai manga, a volte più esplicito, a volte più nascosto, ma sempre presente, c'è il riferimento alla tradizione artistica astratta occidentale. Vengono in mente nomi in fondo ormai molto classici, come Picasso (ad es. i lavori sul minotauro) o Francis Bacon (p. es. in Moleskine). Perché la scelta - accanto ad altri prima da te menzionati - di questi modelli?

Oh, le tauromachie di Picasso e Goya sono tra i miei modelli di riferimento principali. Vidi una mostra di Goya da adolescente, acquerelli e acqueforti: fu un bello shock, la scintilla fondamentale al mio modo di vedere l'arte. mi affascinava il carattere sanguigno e al contempo cerebrale di quelle opere, e inconsciamente ho cercato di riprodurlo per anni.

Per quanto riguarda Bacon, concordo con quanto sostiene David Lynch: era un genio, e sta in cima alla lista degli artisti che amo. Molti pittori lo imitano spudoratamente, e questo non è bene: vedere i cloni di un pittore dai tratti distintivi così marcati può risultare realmente fastidioso. a me interessa l'aspetto mutante delle sue figure, vedo una sorta di continuità del suo linguaggio nella filmografia di Cronenberg. In un certo senso tutto il cinema body horror degli anni '80 può essere visto come una messa in scena delle ossessioni di Bacon. Da grande fanatico di cinema horror, tutto questo arriva direttamente nei miei lavori sotto forma di segni e corpi mutanti, frantumati, corrotti.



L'amalgama che emerge dai vari riferimenti, pur mostrando ovviamente molti rimandi (che hai citato) alla pittura "colta", può avere anche un rapporto (ovviamente, in senso critico, non "ingenuo") con l'Art Brut, specialmente nelle forme contemporanee diffuse appunto su internet (fanart, etc...)?

Provavo un certo interesse per il lavoro di Dubuffet agli esordi delle mie sperimentazioni pittoriche. A un certo punto, sentivo di dover rovinare quello che poteva essere un buon disegno per renderlo concettualmente impresentabile. Internet però non era ancora così diffusa a quei tempi: agli albori di Deviantart, cominciarono a spuntare cose veramente orrende e ingenue, eppure così piene di vitalità... pensai di attingere anche da quel bacino di orrori e mi cimentai in alcuni esperimenti di pixel art (fatta rigorosamente col paint). Ne approfitto per evidenziare come in effetti io iniziai lavorando come artista digitale, nella produzione video, col vecchio Amiga 500 a 16 anni, nel 1994. Avevo tanto di quel materiale da parte, tutto stipato nei floppy. Qualche anno dopo, a bologna, conobbi il lavoro di gruppi come eBoy. Se avessi avuto un attimino più lungimiranza avrei potuto veicolare molto bene la mia attitudine. Tutt'ora medito di riprendere in mano la tavolozza digitale.



Nonostante temi visivi spesso "radicali", volutamente estremi, nelle opere a colori sembrano prevalere (come nei manga, ma anche in Picasso e, fuori dall'equazione strettamente pittorica, Kubrick) cromie accese, allegre, vivaci. Perché?

La causa scatenante potrebbe essere stata la visione di Sogni di Akira Kurosawa, regista su cui tra l'altro ho fatto la mia tesi sull'uso del linguaggio pittorico nel cinema. il film è strutturato a episodi. Il secondo episodio contiene uno studio rilevante sull'uso del colore, in questo caso reso fotograficamente. più tardi, seppi che Kurosawa faceva dipingere ettari di prato di un particolare colore pur di rendere pittorica la scena (si parla di Ran in questo caso). Quell'ossessione sul colore rifletteva la mia: un colore artificiale, quasi psichedelico, lisergico. Credo di essere stato influenzato anche dalle copertine dei dischi metal, dalle tavolozze appariscenti e scombinate. Ho sempre cercato di creare un impatto accattivante mediante accostamenti cromatici azzardati. A differenza di Kurosawa, che si rifaceva a Matisse e Chagall, non ho mai cercato l'accostamento perfetto.



Nelle tue ricerche c'èanche il bianco e nero. Disegni quasi xilografici (wood-cutter?), quelli di Bic, ma ancora più quelli di Nut How Fuck. A cosa si deve la scelta del B/N, qui?

Il disegno a Bic è una delle cose che preferisco. Senza alcun ausilio della matita, si procede direttamente a creare l'opera strada facendo. entro in una sorta di frenesia che non mi permette di staccarmi dal lavoro per lunghi periodi, pena la perdita di quel particolare tipo di segno. Se inizi con un segno veloce e controllato, a metà dell'opera non puoi metterti a zappare sul foglio. Un percorso liturgico. Quelli con l'Uniposca nero invece fanno parte di alcune serie che mi sono state commissionate. hanno una velocità di esecuzione molto breve, e quindi conservano la freschezza di un'idea che prende subito forma. al momento, non riuscirei a fare qualcosa del genere, ho bisogno di un processo lunghissimo per concretizzare un lavoro. Ho un po' di nostalgia di quando facevo venti lavori al giorno.


Una delle tue ricerche più interessanti è a mio avviso Moleskine, una specie di libro d'arte a metà tra Necronomicon e Codice Voynich, ma senza lo stucchevole infingimento manzoniano del libro ritrovato. Come nasce questo progetto?

Innanzitutto apprezzo moltissimo il formato e la carta di alcuni tipi di Moleskine. Ci si può creare dei lavori di spessore non solo qualitativo, ma anche fisico. Di fatto, i lavori che hai menzionato sono talmente stratificati dalla materia da essere "pesanti", fa uno strano effetto sfogliarli. Questo lavoro è totalmente privo di connotazioni erotiche, per ora: racconta una storia, suddivisa per immagini a due pagine. riguardo la storia, non ne so molto. Credo che una volta arrivato alla conclusione, sarò in grado di ricomporre i pezzi. Si tratta di un lavoro che dura da anni, al momento lo sto lasciando in stand-by poiché uno degli ultimi lavori è andato distrutto: ho scoperto quant'è la quantità effettiva di materiale che si può accumulare su un singolo foglio mio malgrado.

Inoltre, visto che utilizzo dei reagenti per liquefare determinate aree di colore, è capitato che certe pagine, rimanendo chiuse e pressate tra di loro, si siano incollate, costringendomi a una continua opera di ristrutturazione. non amo tornare sui lavori, quindi ho preso nota del naturale decadimento dell'opera quasi come se si trattasse di un organismo senziente in rotta verso il suo destino.

La Moleskine è un lavoro di cui vado molto fiero, e in genere piace molto alle persone a cui la mostro. ma per sua natura è poco esponibile, quindi dovrò inventarmi qualche strana modalità per farla circolare. sul mio sito c'è n'è una versione simulata.

Un luciferiano triplice demone da "Bestiale Commedia"

Mi intriga molto anche la Bestiale Commedia, una riscrittura abbastanza diffusa in ambito artistico, da Botticelli a Dorè ad, appunto, Go Nagai. Forse solo i Tarocchi sono più citati della Divina Commedia. Come nasce il tuo personale Inferno dantesco?

Una bestiale commedia è un libro scritto da un amico, Alessandro Barocchi. Qualche tempo fa mi ha contattato proponendomi una collaborazione, ovvero qualche tavola a compendio del racconto. Abbiamo pescato qualche vecchio lavoro che lega bene con alcuni passaggi del libro, ed io ho realizzato quattro nuovi lavori ad hoc. A breve uscirà un teaser trailer piuttosto corposo su youtube, visto che il libro è finito sotto contratto con un editore che presto lo darà alle stampe in formato cartaceo, e digitale. La forma libro/illustrazione mi è parsa subito inusuale, ma avevo bisogno di una spinta per creare qualcosa di nuovo. Visto che di diavoli e demoni ne ho disegnato tanti, mi sono trovato subito a mio agio nel raccontare per immagini questa bizzarra commedia horror.


Una delle "Dolls"

La ricerca di Dolls ha un segno più tondeggiante, che per qualcosa ricorda anche le bambole, appunto, di Hans Bellmer, e dove c'è anche, pare, un minore tasso di violenza visuale. Come nasce questa ricerca?

Dolls è nato d'estate. alcuni di quei lavori sono andati venduti, per fortuna, anche se mi dispiace non poterli più avere sotto mano. All'epoca frequentavo spesso Mondo Bizzarro Gallery a Roma, di cui conoscevo il proprietario fin da quando aveva il negozietto a Bologna. Col tempo si è espanso ed ha saputo muoversi davvero bene, tanto da fare convergere su di sé alcune delle cose migliori dal pop- surrealism al fumetto, senza trascurare mostri sacri come Giger, Richardson, Miguel Angel Martin, Junko Mizuno. Quest'ultima mi colpì con le sue bambole ferocemente pop. Iniziai a lavorare per raffinare il segno: rispetto ai miei lavori precedenti qua appare tutto più controllato, cristallizzato in istantanee prive di sbavature. Partii dall'idea di creare dei totem di carne, pensando al fumetto, ma cercando di mantenere le distanze. Lentamente sto tornando a quella forma di pop-surrealism, guardando per esempio - negli intenti - a Mark Ryden, ed evitando le trappole insite a una visione troppo surreale. Nell'illustrazione su cui sto lavorando attualmente, c'è un ritorno a quella forma di totem.

Un grande mélange, lo so: eppure non riesco a fermarmi dall'assorbire quanto di meglio offra l'arte contemporanea di nicchia cercando di tenere saldi gli insegnamenti dei maestri; alla fine il mio lavoro evolve con me, senza riuscire a mantenere un DNA stabile.



Come abbiamo visto nel corso dell'intervista, molto nelle tue opere parla di "fumetto", non solo nipponico come detto all'inizio, ma anche - come tu stesso hai precisato - occidentale.
Perché non fare il salto Kierkegaardiano, per dire, e passare decisamente alla Nona Arte?

Questa è una domanda traumatica. Non posso sentirmi completamente avulso dal medium fumetto, tuttavia cerco di usarlo solo come tramite per veicolare determinati messaggi.
Effettivamente, quando il fumetto diventa predominante sul lavoro che sto realizzando, vengo preso da un terrore senza nome che scuote le mie convinzioni. allora cerco di abbassargli le penne introducendo false piste e segni di natura opposta. Amo il fumetto, ma è sottoposto a dei codici di linguaggio ferrei che restringerebbero il campo delle mie incursioni artistiche. Inoltre sono un pessimo narratore. Un'altra cosa che mi frena è il fatto che trovo difficoltoso lavorare su una sceneggiatura, e quindi rappresentare esattamente quanto essa indica: i miei disegni nascono in una forma per diventare tutt'altro. Sempre. Se si facesse una radiografia di tutti i miei disegni, salterebbe fuori materiale per almeno ottanta mostre.

Una crocifissione, da "Violent"

Andiamo verso la conclusione con un'altra questione interessante, che abbiamo già accennato in alcune domande (i vari temi sono in fondo interconnessi). Nelle tue opere c'è un certo tasso di violenza visiva (come si evidenzia fin da titolo di ricerche come "Violent" e altre). Una scelta in linea, del resto, con molta dell'arte contemporanea più aggiornata. Da dove deriva però, per te, questa scelta?  Ma soprattutto: perché nessuno pensa ai bambini?

Un'altra bella domanda.

Davvero vedi tutta questa violenza? Credo che inizialmente fosse un modo per stregare, catturare l'occhio del beholder. Un bieco trucchetto insomma. Poi ho capito che nella violenza c'era una sorta di poesia, e molti giapponesi come Yoshitoshi e Shueiro Maruo sono lì per ricordarcelo. Tutto deriva da quell'estasi della carne inspiegabile, quasi tabù. Hai presente il nonsense dell'ero-guro nelle opere di Maruo? Così estremo, disgustoso. eppure non significa nulla, è una visione morbosa dissociata da qualsiasi interpretazione. La violenza c'è, e va rappresentata perché alcuni ne apprezzano la poesia.

E per chiudere, una domanda classica: quali ritieni saranno i prossimi sviluppi futuri del tuo percorso di ricerca?

Sto lavorando parecchio perché ho trovato un buon filone da approfondire. Credo che ne avrò ancora per molto prima di concedermi una pausa. Sì, ogni tanto appendo i pennarelli al chiodo e non tocco più materiale da disegno per mesi, o anni. Per adesso mi sento molto ispirato, e quando lavoro sto davvero bene. E questo è fondamentale.

*

Bene, innanzitutto ringrazio Cutter per la disponibilità e l'esaustività con cui ha risposto alle mie domande. Abbiamo messo molta carne al fuoco, come si è visto. Molto più delle canoniche "Cinque Domande" su cui mi sono attestato come "regola non scritta" delle mie interviste d'arte, e molto altro si potrebbe ancora dire.

Molto di questo altro, però, se l'arte di Cutter vi ha affascinato, potrete leggerlo nel saggio che sto preparando per "Margutte".  

Navigando gli anfratti della rete, potreste trovarne altre taglienti testimonianze, oppure visitare il suo sito qui: http://www.cutterslab.com/.

Per ora qui è tutto, e come si suole dire, Stay Tuned.

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