La Carne E L'Acciaio


LORENZO BARBERIS.

Non seguo sistematicamente Orfani, ma non potevo perdermi un numero disegnato da Bacilieri, sia pure in team-up col (pure bravissimo) Werther Dell'Edera.

Soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni, che apre come consueto con una splash page di quelle cui ci ha abituato, per poi lasciare spazio al tipico segno di Bacilieri, qui ormai completamente liberato della gabbia bonelliana.


Dell'Edera interagisce bene col "gran maestro" del fantastico bonelliano, con tavole più cupe e più scure che esaminano l'antifrasi del viaggio dei "Nuovi Orfani", ovvero le strategie del potere ordite dalla Juric.

Nelle tavole di Dell'Edera la dissoluzione della Gabbia in una struttura di avanguardia raggiunge probabilmente il massimo apice in casa Bonelli.

Il pensiero va a certe visualizzazioni delle matrici cybernetiche in Ronin di Frank Miller, del resto modello indiscusso per Recchioni, ma non mancano tavole (p.19) dove si va a citare direttamente il futurismo.


Recchioni così si può permettere che il ritorno a Bacilieri, comunque "out of the cage", sia comunque una pausa nella sperimentazione più ardita (certo, per i canoni bonelliani, va precisato). Il che è tutto dire.

L'albo prosegue poi seguendo un ritmo incalzante e preciso come un meccanismo ad orologeria, con i sogni dei tre ragazzi che ne disvelano le paure più recondite: essere figlia di Ringo per Rosa, non essere nessuno per Nué, non essere il figlio per Seba.

Le tavole che illustrano la Juric e i suoi tentativi di andare "down the cyberspace" nella mente del suo Corvo prediletto si intervallano ai sogni e sono per paradosso quelle più oniriche e più allucinate. A Bacilieri, con le preminenti sequenze dei sogni-ricordo, tocca così il "suo" fantastico, quello onirico di Napoleone; Dell'Edera (con qualche concessione a Go Nagai nel segno) illustra il fantastico bonelliano "nuovo", quello più propriamente di Recchioni.

E i sogni della macchina si confermano più allucinati del più onirico dei Bonelliani. Certo, per chi ha visto fumetto al di fuori di Bonelli le tavole, pur potenti, non sono in assoluto rivoluzionarie: tranne in un punto.

A p.71, infatti, come estrema sperimentazione sul colore Recchioni torna al bianco e nero: e la potenza visiva di una tale scelta è in effetti, calibrata al momento e al modo giusto, dirompente. In qualche modo l'autore (assieme ai disegnatori con cui realizza l'albo, è ovvio: ma credo di non errare nell'attribuirgli la principale responsabilità dell'esperimento) mostra come lui è il "Nuovo Bonelli" perché ha metabolizzato perfettamente l'antico, di come possa usare il colore magistralmente perché ha acquisito il perfetto controllo del B/N, tipicamente B(o)N(elliano).

Allo stesso modo, Recchioni infrange la gabbia perché con la gabbia, e nella gabbia, ha imparato a convivere, dosando al modo giusto rivoluzione e conservazione, come ricette di un singolare equilibrio zen.


Con lo scontro finale, specie da p.88 in poi, Recchioni infrange un altro tabù bonelliano sul piano, questa volta, della narrazione: dopo aver portato al parossismo la sperimentazione grafica, cambia ancora una volta le carte in tavola e ribalta un'altra regola del gioco.

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Il risultato è notevole, ma albi come questo - e, in parte, come gli Orfani precedenti: ma qui in effetti la rupture è più evidente ed accentuata - sono forse significativi anche per quello che, da ora in poi, rendono "dicibile" nel fumetto avventuroso bonelliano, più che per il loro innegabile, alto, livello qualitativo.

Nonostante che l'operazione di una "Sergio Recchioni Editore" abbia in sé anche degli evidenti rischi, e sia utile trovare anche altre voci che si affianchino all'autore romano, da vecchio appassionato del Nathan Never degli esordi non mi dispiacerebbe vedere un rilancio dell'Agente Alfa in "stile dylaniato". Del resto, è stato confermato che Nathan Never è un discendente remoto di Dylan Dog da parte di uno dei tre creatori originali. Quindi, in qualche modo, per super-continuity, può rientrare nel campo d'azione della rivoluzione bonelliana.



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