Intervista ad Andrea Roccioletti


LORENZO BARBERIS
(Articolo per Margutte.com)

Andrea Roccioletti è un giovane artista italiano che opera con ricerche a loro modo interessanti. Con la nostra NonRivista abbiamo voluto intervistarlo per indagare meglio il suo lavoro, in un'indagine che non è comunque esaustiva, ovviamente. Un primo punto da cui partire per l'esplorazione della sua arte è il sito http://p-ars.blogspot.it/ dove si possono ammirare diverse sue opere e trovare riflessioni e riferimenti sul suo lavoro. E con questo, facciamo accomodare Andrea su una sedia immaginaria e cominciamo la nostra intervista.




Iniziamo da una curiosità che però per noi è importante: da dove deriva il nome P-ARS che assegni a molti dei contenitori dei tuoi progetti?

Ad un certo punto della mia carriera artistica – ed in occasione di una delle mie numerose e necessarie ridefinizioni del sè, che credo siano un passaggio obbligato per ogni artista – mi sono reso conto che tutti i miei progetti avevano in comune alcune linee metodologiche. Potremmo definire P-Ars un marchio: e questo stesso concetto è diventato il centro di gran parte della mia indagine creativa (che cosa sia un brand oggi, se appartenga di diritto soltanto al mondo del marketing oppure possa essere una definizione anche per il mondo dell’arte, e quali siano le contraddizioni, i pericoli). La parola “pars” in latino ha molti significati interessanti... “Partecipazione”: P-Ars partecipa e fa partecipare alla progettazione artistica, all'atto creativo e alla sua diffusione tutti gli artisti interessati. “Ruolo”: P-Ars agevola e fornisce gli strumenti a tutti coloro che vogliano riappropriarsi del proprio ruolo di artisti, in una realtà che ha derubato tempi e spazi a vantaggio di pochi. “Dovere”: P-Ars basa il suo operato nella convinzione che al giorno d'oggi sia necessario un profondo senso di responsabilità sociale per risollevare le sorti della cultura, che è nutrimento e miglioramento della qualità della vita per il singolo così come per la collettività... Scrivevo queste righe nella mia dichiarazione di intenti, circa otto ann fa. Parte del mio lavoro è indagare se siano ancora vere. Inoltre, la “P” di P-Ars è anche l’iniziale degli ambiti della mia ricerca artistica, in inglese: paintings, photography, performances, portraits, publications...




La tua arte si muove sicuramente in un ambito che potremmo definire "concettuale", che va a indagare i limiti e i confini della rappresentazione artistica nella nostra cultura. Ad esempio, nella ricerca di "aura". Cosa ti ha spinto a questo approccio particolare al mondo dell'arte?

Ci troviamo in un’epoca di profondi, radicali cambiamenti. Molte di queste trasformazioni sono sotto agli occhi di tutti, e coinvolgono ciascuno di noi nella vita quotidiana; altre sono più sottili, impercettibili, e non siamo pienamente consapevoli del loro essere in atto. Abbiamo due alternative: vivere passivamente oppure attivamente questo cambiamento epocale, cercando – per quanto è possibile – di indirizzarlo in direzione di un mondo equo, vivibile, dove sia possibile a noi e agli altri esprimere la propria natura, oppure lasciare che siano terze parti a gestire la creazione di questa nuova realtà, non sempre per il bene di tutti bensì spesso solo a favore di meschini interessi personali e calcolati su un breve periodo, indifferenti alle generazioni successive. Alcuni punti chiave del cambiamento in corso oggi sono rappresentati dai concetti di identità, possesso, condivisione, realizzazione personale. L’idea di identità oggi si confronta con la possibilità, tra le altre, di realizzare ad hoc “personalità alternative” e di diffonderle in Rete, producendo dunque conseguenze che poi si rivelano reali nonostante le premesse siano fittizie. Se un artista in passato era “raccontato” soprattutto dalle sue opere – e di molti artisti dei tempi che furono sappiamo pochissimo, nonostante le loro opere siano entrate a far parte dei libri di storia dell’arte – oggi la Rete offre a ciascuno la possibilità sia di “creare” che di “cercare” informazioni, anche piuttosto approfondite. Per quanto riguarda il concetto di possesso – e dunque quello, connesso, di condivisione – oggi siamo in grado non solo di riprodurre tecnicamente un’opera d’arte, ma (ad esempio nella realtà fatta di bit della Rete) anche di creare copie indistinguibili dall’originale, falsificando addirittura la data di creazione tra le maglie del codice informatico che ne costituisce la materia di fondo. Così, le idee viaggiano in modo a volte a noi sconosciuto, inafferrabile, ci raggiungono e ripartono per altre destinazioni senza che ne possiamo controllare destinazione e successive trasformazioni. Forse qualcuno, in Giappone, sta usando (consapevolmente o meno) una mia fotografia per un suo lavoro creativo... non verrò mai a saperlo, ma la mia idea proseguirà la sua storia, si realizzerà in altri modi, senza di me. Il metro di misura della “proprietà intellettuale”, in uso fino a poco tempo fa, oggi non è più del tutto applicabile...


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Naturalmente, la Concept Art gode di una cospicua e solida base storica, dal cavatappi di Duchamp in poi (e, con vari precursori, anche prima, volendo). C'è qualche particolare punto di riferimento a cui ti sei ispirato nel tuo lavoro artistico?

La suddivisione in capitoli dei libri di storia dell’arte è comoda per classificare e studiare la realtà, ma non è “la” realtà. Forse tutta l’arte è, in qualche modo, concettuale. Siamo propensi a credere che l’arte figurativa sia più “facile” perchè ci parla con immagini immediatamente intelleggibili, narrative, descrittive; ma affermare che sia più semplice capire l’arte rinascimentale piuttosto che quella astratta è una sorta di forte semplificazione dell’esperienza percettiva dell’osservatore. Quanti sanno davvero “che cosa c’è dietro” all’Ultima Cena di Leonardo, oppure quale è il “concetto” che abita l’Apollo del Belvedere? Più che ad uno specifico periodo artistico, sono interessato al motore primo che muove un essere vivente in un approccio creativo con la realtà (e dunque non solo “utilitario” o “strumentale”), dalle mani dipinte sulle pareti delle grotte di Altamira ai più contemporanei esperimenti di arte digitale e di interazione tra quello che definiamo “essere umano” e ciò che descriviamo come “macchina”. Molte delle chiavi di lettura del passato sono saltate, e non sono più applicabili: “artista”, “opera d’arte”, “galleria”, “critica d’arte”, “pubblico” sono definizioni al giorno d’oggi dai contorni sfocati, mutevoli; ciascuno di noi ha fatto e fa continuamente esperienza personale della domanda “ma questa è arte?”, ma non solo: quale ruolo oggi hanno le gallerie, in un mondo che consente nuovi modi di “esporre”? In definitiva, credo che l’idea di “installazione” sia stata un momento chiave per un salto storico e artistico di portata notevole: nello specifico, è un’installazione solo se la espongo in una galleria che gode del credito necessario per operare la trasformazione da “oggetto qualsiasi” a “opera d’arte”? Oppure, da un altro punto di vista: che tipo di pubblico è – e come reagisce, come interagisce – quello che un artista può “muovere” nell’interesse non solo attraverso i “luoghi istituzionali” ma anche attraverso la Rete, e quali sono le logiche intrinseche all’uso di questo mezzo, che sembra essere più portato a viralizzare contenuti superficiali piuttosto che approfonditi, così veloci da non essere a volte “a misura d’uomo” e ai suoi tempi di elaborazione dell’informazione percepita? Se il mezzo è anche il contenuto, molta arte “esposta in Rete” è anche, per definizione, un pezzo della Rete, della sua stessa materia, reagisce al mondo e ai suoi stimoli in modo diverso da come, fino a ieri, ha reagito un dipinto esposto in un museo, oppure una scultura collocata al centro di una piazza. E che dire delle nuove forme di collaborazione artistica nate con la Rete? Non solo il crowdfunding, ma anche il crowdworking...



A noi di "Margutte", come nonrivista letteraria con un penchant particolare per la poesia, piace conoscere anche le "basi letterarie" degli artisti visuali che ci piacciono e con cui entriamo in contatto. C'è qualche influenza trasversale (della letteratura, ma anche del cinema, del fumetto, del videogame...) che è stata rilevante per la tua arte?

Assolutamente sì, ma non trovo semplice definire esattamente quale sia stato e sia tutt’ora il carburante del mio motore creativo. La mia infanzia era immersa in una realtà in pieno boom economico, oggi vivo la mia maturità in un periodo di crisi economica, sociale, culturale, chissà che cosa accadrà in futuro. Ciascuno di noi ha la presunzione (in buona fede) di sapere esattamente quali siano i propri ascendenti, ma se si trovasse di fronte alla necessità di elencarli tutti, non potrebbe essere preciso e completo. Mi chiedo quanti e quali siano tutte quelle esperienze scese nel profondo del mio inconscio che ispirano i miei lavori, senza che me ne renda conto; esperienze personali oppure collettive che in questo preciso momento influenzano il mio approccio con la realtà, e le mie aspettative. Se è vero che nella comunicazione ben il 70% è non verbale e dunque arriva direttamente dall’inconscio, dobbiamo ammettere che anche durante l’atto creativo l’artista infonde – senza saperlo – concetti inconsci nella sua opera d’arte. Concetti che verranno percepiti e rielaborati dall’inconscio dei suoi osservatori. Forse, è più facile descrivere quello che “mi piace”: gli scrittori della cosiddetta “gioventù cannibale” – ma quando ero un adolescente, oggi forse meno – il mondo della Rete e le sue peculiarità di interazione con esso (dai primi videogames multiutente fino alle dettagliatissime esperienze di mondi paralleli creati in Rete), tutte le contraddizioni delle personalità pubbliche del cinema e della televisione in rapporto poi con la loro vita privata – ma diffusa comunque dai media... 





Personalmente trovo molto affascinante il vasto  ciclo di lavori che hai dedicato all'estetica  internettiana dei social, con lavori paradossali, molto semplici e molto spiazzanti al tempo stesso. Come nasce questa specifica riflessione, come si  collega al tuo lavoro in generale?

E’ facile (e comodo) pensare che la Rete se ne stia dietro allo schermo, e che la realtà “esterna” ne sia impermeabile; che la distinzione cioè tra “reale” e “virtuale” sia netta e precisa. Non è così. La Rete, con le sue logiche, è uscita fuori dallo schermo, è entrata dentro di noi e ha pervaso il mondo circostante. Non c’è ambito della vita esperienziale (personale, lavorativa) di ciascuno di noi che ne sia rimasto immune. Dal “social” che mi ricorda quando è il compleanno di un amico (dunque, è come se avessi delegato ad un pezzo di codice informatico parte della mia memoria e, dunque, dei miei affetti), alle nuove parole (che non sono solo “parole” ma descrivono la realtà e il modo in cui mi relaziono con essa), ai dispositivi di geolocalizzazione, alla possibilità di essere continuamente “connesso” con molti altri individui ma, paradossalmente, io riceva messaggi pubblicitari ad hoc che altri invece, per via dei loro interessi diversi dai miei, non vedono (e dunque io sia più “solo” nel mio reperire automaticamente informazioni diversamente da altri). Immaginiamo che cosa significhi tutto questo anche per il mondo dell’arte, che pur sempre dall’essere umano prende il primo slancio. E se l’essere umano oggi non è più quello di vent’anni fa, e sta diventando “altro”, anche l’arte a sua volta rivela aspetti inediti dei suoi creatori e dei suoi fruitori. Non è l’arte ad essere diventata “strana”, sono le persone ad essere profondamente diverse anche solo dalla generazione precedente, sia nel concepire se stesse che il mondo circostante.



Chiudiamo con un grande classico: quali sono i tuoi progetti per il futuro del tuo percorso artistico?

Esplorare. Riconoscere e, se possibile, padroneggiare tutte le esperienze che fanno di me quello che sono, quelle in chiaro come quelle a me ancora inconsce. Indagare le contraddizioni dell’essere “artista” in un mondo che ne sta ridefinendo il concetto, e per quali ragioni questo si verifichi, e se sia possibile intervenire oppure le forze in gioco siano troppo grandi e distanti per essere piegate, indirizzate. Capire fino a che punto posso spingermi nel ritenere una mia creazione un’opera d’arte, se sia ancora necessario l’iter istituzionale che la “sacralizza”, oppure se ci troviamo di fronte ad un nuovo inedito modo non solo di concepirla ma anche di presentarla, condividerla, rielaborarla. Se sia ancora necessaria una certa distanza tra l’artista e il suo pubblico, oppure se sia naturale presupporre che ci sia un coinvolgimento, un’interazione; sperimentare, a partire dalla consapevolezza di quanto fosse importante il concetto di “permanenza” dell’arte passata, la “falsa” permanenza dell’opera d’arte oggi, di fronte a mille fattori che la trasformano, la cambiano, anche a dispetto dell’intenzione di integrità desiderate dall’artista.

E con questo è tutto! Non ci resta che ringraziare di cuore Andrea per la disponibilità dimostrata rispondendo ampiamente alle nostre domande, augurandoci di avere presto nuove occasioni di seguire le evoluzioni potenzialmente molto interessanti del suo agire artistico.

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