Dylan Dog 349 - La morta non dimentica


LORENZO BARBERIS.

Spoilers alert: analisi passo-passo.
Leggere prima l'albo e poi tornare qui.


Siamo alle soglie ormai del 350, la prima celebrazione importante del Nuovo Corso, ma questo 349 è tutt'altro che un albo interlocutorio: anzi.

Intanto, abbiamo un ritorno della Barbato, molto presente nella nuova gestione Recchioni; in coppia, per di più, con Bruno Brindisi, con cui ha scritto pagine fondamentali del personaggio (appunto, i celebrativi 200 e la storia doppia del ventennale).

La storia inizia con una semi-splash page (5,i) con titolo (che riecheggia Carolina Invernizio al pari del numero precedente). Nell'affastellata casa di Dylan notiamo un florilegio di citazioni, riviste horror o di atmosfera come Creepy e Heavy Metal, ma anche giochi in scatola come D and D., Cluedo e un terzo ("Coldif..." qualcosa, non riesco a decifrare), oltre a miniature ancora impacchettate (cosa che rende i trofei dylaniati molto meno "fighi", chiarendone la natura di collezionismo nerd più che cimeli delle sue imprese, che in tal modo divengono molto più proiezione sua piuttosto che reali e documentate avventure).

p.6 ci rivela, in modo sorprendente, una continuity nel fidanzamento di Dylan. Connie, la fidanzata del 344, torna dal Sahara dove ha sepolto il monile delle acque maledette, e Dylan la reincontra. (6,i). La patologia di Dylan che non riesce a buttare via niente è molto metaletteraria, come tutto questo nuovo corso: trecentocinquanta albi alle spalle, senza ordine e continuity, sono un fardello pesante in cui bisogna sbarazzarsi. Ovviamente una mise en abime molto cauta, in modo da poterla tranquillamente sconfessare.

Le sorprese non cessano qui: a p.8 un nuovo "doppio cliente" per Dylan, non solo Bloch (era già capitato), ma anche Jenkins come cliente (a 9.i, un blooper minuscolo: "oggi è il '23", dice Jenkins fraintendendo il giorno per l'anno: ma in questo caso non ci vuole l'apostrofo). Il registro è subito quello dell'ironia, con una situazione quasi alla Ionesco nei formalismi bizzarri (che offrono l'occasione di una nuova stoccata al voi/lei, in 9,v).

Il gioco della Barbato è raffinatissimo: se Bloch ex-capo di Dylan poteva essere un padre per lui, il Bloch cliente è di nuovo il suo capo/datore di lavoro, e quindi rigido e formale (come, un po', l'avevamo visto nella Wickedford di Medda): vedi 15,v, e altrove. Altro che Carpenter, c'è di nuovo un poliziotto inflessibile in città. Ed è Bloch, quando è in pensione.

Il caso su cui indaga Dylan Dog, sia voluto o no (non credo), è identico agli inizi al caso della celebre Mummia di Borgo San Dalmazzo, a pochi chilometri da casa mia, nel "cuneese profondo" (poi ovviamente la trama si complica). Anzi, quello di San Dalmazzo è un caso più da Dylan Dog di questo, perché i parenti avevano mummificato una santona per estorcere denaro ai suoi vecchi clienti, essendo il mana della medesima aumentato dopo la sua "miracolosa" conservazione (la stessa dei santi regolari, in fondo, solo che qui ottenuta, ovviamente, solo per causa divina, senza aiuto di fedeli interessati).

Finalmente a p.24 appaiono Gus & Nora (una versione dark dei Chuck&Nora di Guzzanti?), l'elemento di continuity promesso dalla bella cover di Stano (la linea weird già seguita dalla Baraldi sembra continuare. Dylan si conferma un fastidioso animalista (27,ii).

La morte di Connie risolve abilmente una continuity sentimentale già sorprendente così (su una Dog-Girl qualsiasi, ovviamente, non su un grande amore) con la bella semi-splash in 28,iii (cellulare in mano, notare).

Entrano in scena gli Abbott e Costello di Scotland Yard, che stanno per una volta bene nel clima comico-surrealista che si è creato (e, abilità della Barbato, non per accumulo di surrealtà, ma per un sottile straniamento in tutta la storia). La "P. Bearded" firma anche l'articolo di testa del Times in 31,i, dove continua la texture della fitta continuity (è questo, credo, il primo albo di Dylan Dog che è impossibile da leggere senza conoscere davvero i prerequisiti).

Nora artista maledetta (p.37 e dintorni) ricorda il Dottor Morte et similia, e quasi può sembrare una garbata parodia delle litigiose dark lady della Baraldi. Altro che fisime mentali su un paio di delitti, qui si sciala in corpi - e in corpses - come se piovesse. E la folle Nora (c'è molto dello Zemeckis de "La morte ti fa bella", ma in chiave totalmente diversa) ha anche un suo contraltare in Lauren Stetson, che fa la sua apparizione a metà albo, sulle soglie di p.49. Curioso che, nonostante tutto la renderebbe una cattiva irredimibile e odiosa secondo i canoni sclaviani (51,ii sarebbe la sua condanna inderogabile, nei parametri dell'under-100), Lauren è simpaticissima e Dylan il noioso moralista. E si allude a ben peggio, in tono ilare, tra 52,vi e 54, iv: non c'è lo splatter dei "fumetti horror proibiti" degli anni '90, ma (sottotraccia) la loro stessa, cinica ironia sì.

L'incontro Sherlock/Tyron a p.55 offre un piccolo frisson nel piattume (finora) di Carpenter: poi le cose accelerano, precipitano, riuscendo a mantenere un tono da commedia dell'assurdo in sottofondo pur mettendo in scena una ottima dose di horror, che in altro registro più convenzionale avrebbe dato stura allo strappalacrime. Qui invece ci sta il citazionismo di Walking Dead e l'omaggio ad Adam Worth, il defunto "Napoleone del crimine". La folle - ma in fondo divertente, e quasi simpatica - Nora e la sua corta di freaks (per fortuna!) malefici celebrano la morte del mito del ladro gentiluomo: sovrannaturali, e quindi superiori agli altri gangster londinesi, sono piuttosto l'emanazione sulla Terra dell'inferno sclaviano (che ormai è una nuova categoria dell'Inferno, nella lunga sequela occidentale che partiva da Dante e si fermava - finora - a Sartre).

La necrofilia gerontofiliaca della Stetson è perfettamente simmetrica al sadomasochismo di Nora (su Sade non credo di dover specificare al lettore dell'albo, ma c'è perversamente anche Masoch - come già in Sade stesso: 70,iv, e ancor più p.82, o p.84). Due mostri assoluti, e al tempo stesso presentati con una certa fascinazione (quella di Holmes per Moriarty, senza il coté orrorifico). Nell'horror con venature splatter, ci sono solo due modi di maneggiare questo materiale: quello più facile è quello creepy dell'horror degli '80, la commedia noir-brillante è quello difficilissimo, scelto da una Barbato che è particolarmente abile a ballare sulla lama del rasoio.

La falsità di 81,i è evidente anche a chi non coglie la piccola spia testuale (svelata subito dopo); eppure è una tavola che un piccolo brivido da what if. Il finale è perfetto: ricollega al numero uno, creando una fearful simmethry che rende quest'albo conclusivo della "metà del cammin di nostra vita" dylaniato, che si chiude col 350. Inoltre, c'è un parossismo che amplifica il finale del già citato Death Becomes Her di Zemeckis. La Barbato non si risparmia nemmeno l'esplicita allusione di 95,ii, mentre Carpenter è ancora una volta il loser che conosciamo (95,iv: Dylan liquida il "terribile ispettore" nell'arco di mezza vignetta: "sticazzi, ho fatto saltare il palazzo, sì, ma non c'era nessuno, Tyron stai sereno").

La - ipotetica - distruzione di Irma è un passo avanti nella decadenza grouchiana (96,iii) ma anche Dylan non riesce a separarsi del suo passato ingombrante (96,v) e lo stesso cinismo indifferente verso il fraterno Groucho è segno del sotterraneo delirio weird che ha preso la serie, come un muto urlo di Munch. E, ovviamente, come Nora, anche Irma è probabilmente lontana dall'essere sparita. Anzi. Se La mosca di Cronenberg non dispiace a Barbato e Recchioni, non escludo che a breve incontreremo Norma, o qualcosa del genere... Curioso anche il tema della crocifissione in sottotraccia, in 6-96, ma anche in 59.

Ovviamente, infine, anche la soluzione fisica (l'esplosione) adottata contro una minaccia sovrannaturale è sempre una pessima, pessima idea (97-98, se aveste bisogno di saperlo). Ma il Dylan della Barbato è totalmente naif sull'esoterismo, come da tradizione (fin dall'1, appunto), e quindi aspettiamo, tra una decina di numeri o giù di lì, il ritorno di Nora-Evolution contro l'indagatore dell'incubo.

Update: la morte del Galeone.

(da una storia di Accatino)

Leggendo il sempre utile forum dylaniato, ho colto il rilievo della distruzione del Galeone accennata da Dylan in un passaggio volutamente svogliato.

Probabilmente verrà spiegato il destino del mitico Veliero (nome usato talora agli inizi...), perché tecnicamente non può essere semplicemente sostituito (distrutto sì, quasi sempre, come Tela di Penelope da ricostruire), essendo oggetto mistico in grado di scatenare, quando compiuto, la riunificazione di Dylan con Xabaras.

La questione è affascinante e complessa, perché proprio la Barbato ha dato al mito del Galeone un importante elemento di continuity fin dal celebrativo 200 del ventennale (nel 100, appunto, "l'ultimo Dylan Dog sullo scaffale", Sclavi spiegava il suo fondamento nel 1666 e la sua funzione). Infatti appare essere Safarà a consegnare a Dylan il Galeone per conto di Xabaras con una finta asta (Safarà/Xabaras, questa omofonia mi ha sempre affascinato).

Nella recente 344, Simeoni ricordava già "l'asta di 12 anni prima" tenuta da Safarà, in cui Dylan comprava il Galeone (e il numero veniva 100 numeri dopo il 244-45 del ventennale, in cui la Barbato, in modo di nuovo apparentemente incongruo, aveva ucciso Xabaras, apparentemente). Il curatore Recchioni, inoltre, ritagliandosi come al solito il ruolo più modesto, aveva riscritto di recente il numero uno della serie, sottolineando come anche la custodia esplosiva avesse un ruolo pensato da Xabaras (sempre per la mediazione di Safarà).

Nel 346, il numero di svolta verso la "fase 3", la Barbato aveva mostrato l'importanza delle cose di Dylan, ribadita anche in questo numero ad inizio albo ma, paradossalmente, anche alla fine: mentre Dylan pensa di sostituire clarinetto e galeone, non riesce a buttare via una insulsa bambolina voodoo, che all'inizio voleva buttare, assieme alla Croce Ankh - e il simbolismo crocifissorio acquisirebbe un suo sottotesto. La bambolina impagliata è Dylan e la sua identità in crisi, in modo ancor più evidente in un albo tutto incentrato sulla creazione di taxidermie umane.

La perdita (impossibile) del Galeone dimostra quindi un Dylan che sta - scientemente - sempre più perdendo la sua identità, nell'attesa che questo porti a un ulteriore collasso nel caos.

*

Insomma, aspettiamo comunque intanto il 350, con piena soddisfazione.
E ricordiamo al curatore Recchioni che, a questo punto, non ci spiacerebbe ricevere una telefonata da John Ghost.

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