Quell'albergo isolato: il romanzo inedito di Simone Tempia.


(Simone Tempia nella foto di Stefano Moscardini)


"Della mia vita con un maggiordomo immaginario di nome Lloyd e di quell'albergo isolato"
un romanzo inedito di Simone Tempia.

Recensione.

LORENZO BARBERIS.

Per una fortunatissima circostanza, mi è capitato di leggere in anteprima il romanzo - ancora inedito - di Simone Tempia, “Della mia vita con un maggiordomo immaginario di nome Lloyd e di quell'albergo isolato”.

Cominciamo subito con dire che Simone Tempia è, a mio avviso, il più interessante dei nuovi autori italiani che si sono approcciati alla rete utilizzandone vari aspetti in modo intrinseco alla scrittura.
Una sua prima ricerca, “Contemporaneo Indispensabile”, era una collana di racconti spediti solo per via mail. Tutto questo in un momento in cui il medium appariva già relativamente retrò, creando un curioso clima cospiratorio tra i fruitori del suo lavoro. In questo caso, ancora, lo strumento informatico era relativamente “esterno” ai racconti (deliziosi racconti, in cui io – per deformazione professionale – leggo molto Buzzati, ma vi è molto altro): sarebbero una raccolta eccellente anche in forma tradizionale. Ma la fruizione con questo metodo inconsueto, quasi un po’ alla Eyes Wide Shut (nel senso buono del termine), dava loro una patina di esoterica sacralità che li rendeva, almeno personalmente, ancor più affascinanti.

La seconda importante ricerca letteraria di Simone Tempia si sviluppa principalmente tramite Facebook, ove ha creato una serie di micro-narrazioni legate a “un maggiordomo immaginario di nome Lloyd”. Facebook è il media più ovvio della rete oggi, quindi il più pericoloso: eppure, Tempia ha saputo creare una narrazione dotata di una sua forza garbata, leggera eppure eccezionalmente solida, in grado di navigare efficacemente nei marosi di Facebook.

Su Lloyd credo che valga il senso di (ancora una volta) “La goccia” di Buzzati, che era semplicemente “una goccia che saliva le scale”: non una metafora, in quel caso, del tempo che passa, della morte, del fato, della punizione divina, e così via. Una semplice goccia che sale le scale: e quello era il suo aspetto terribile. Così come la forza di Lloyd è nel non essere la metafora che, come lettori, ci tenta (fallacemente) ad appiccicargli: la voce della coscienza, l’etico, l’Ego (la voce della ragione che, per Freud, per quanto debole, non rinuncia mai a chiedere udienza). No: la forza di Lloyd è proprio nel suo essere “un maggiordomo immaginario”. Personaggio, discreto ma niente affatto minimale in realtà, e non emblema.

Ora, in una nuova fase della sua produzione, Simone Tempia sviluppa il senso delle micro-narrazioni di Lloyd in una macro-narrazione romanzesca, sia pur come romanzo breve (anche se dal titolo chilometrico alla Wertmuller che dicevamo poc’anzi). La narrazione regge benissimo, a riprova della sua solidità già iniziale: ma fin qui nutrivo pochissimi dubbi al proposito.

Come molte narrazioni di Tempia (cosa che, mio solito inciso, le rende perfette per la didattica: questo forse sarebbe “lungo”, il racconto è ancor più congeniale) parte da un dilemma etico (per introdurne poi vari, in qualche modo consequenziali, nel corso della storia).

Il protagonista (“Sir”: mai ne sapremo il nome) riceve in eredità 25.000 euro, che decide – nello sdegno del gretto fratello – di investire in una vacanza eccezionale. Ma presto scoprirà qual è la vera vacanza esotica: non nei mari della Polinesia cantati da Pratt (e in cui avrebbe ritrovato solo un diverso setting, ormai, del villaggio-vacanze globale), ma la vacanza “out of your social class”. Che è anche, ovviamente, la vacanza estrema più pericolosa.

E a questo punto tocca arrestare la mia tentazione di una analisi passo-passo che, al limite, potrei sviluppare dopo la pubblicazione dell’opera (magari a qualche distanza dal debutto, per sicurezza).

La forza della scrittura di Tempia sta nella sua autonomia: ma di nuovo, da professore di Lettere non riescono a non sedurmi certi paralleli che, tuttavia, non vanno letti come un debito: anzi, piuttosto come una “presa di distanza”, nel rispetto ovviamente dei (non)modelli letterari.

Tentatore è il parallelo con Wodehouse: ma il suo maggiordomo Jeeves (c’era anche un motore di ricerca AksJeeves, ai primordi della rete, l’attuale Ask.com) è un maggiordomo reale, e il “Sir” corrispondente è un annoiato e vagamente inetto giovane aristocratico, non il “Sir” di Tempia (fedele proiezione dell’autore quanto Zeno Cosini lo è di Svevo, per dire: cioè in modo tanto suggestivo quanto in definitiva ingannevole) che è invece un piccolo borghese affascinato dalla ricchezza (appunto, il possesso di un maggiordomo, che nel romanzo amplifica tale suo significato).

E, per certi sviluppi della storia, viene da pensare ad Agatha Christie, coi suoi enigmi “della stanza chiusa” che può divenire un lussuoso albergo o l’Orient Express: laddove però la Christie mostra il suo fascino per l’aristocrazia inglese, la satira di Tempia dell’alta borghesia nostrana è tanto più caustica quanto formalmente garbata.

Ma in fondo l’aria british in generale mi pare ingannevole: piuttosto, oltre al già citato Buzzati (impossibile non pensare allo straniamento di “Stanza d’albergo”, in certi punti, specie nelle snervanti attese notturne), trovo qui alcuni elementi di Campanile, debitamente aggiornati.

La surrealtà delle situazioni è evocata in modo meno stralunato, ma è indubbiamente presente, e la Vacanza come momento rivelatore che da relax (piccolo-medio-alto)borghese si trasforma in incubo metafisico è un tema che Campanile per primo ha indagato in “Agosto moglie mia non ti conosco”. L’umorismo anglosassone filtrato, quindi, con un certo distillato umorismo pirandelliano: ma se vogliamo azzardare un parallelo, anche in Campanile troviamo tre poli di una scrittura solo apparentemente ironica: i romanzi, i racconti e le tragedie (appunto) in due battute, la cui brevità, in un’epoca totalmente diversa, evoca quella delle “brevi” di Lloyd sulla sua pagina FB.

In epoca più vicina a noi, un altro autore aveva indagato il “peccato originale” sotto l’enigma della vacanze, ed è ovviamente Tondelli in “Rimini Rimini”; ma qui i personaggi erano “ognuno nel suo umore”, ovvero pienamente incasellati nelle rispettive classi sociali, il protagonista giornalista a suo agio (sebbene infine ingannato) in quella Italia in miniatura. E la scrittura è radicalmente diversa, negli intenti e negli esiti.

In fondo comunque il gioco delle citazioni lascia il tempo che trova, proprio in quanto nessuna è in verità decisiva, ed è utile semmai per un raffronto “di contrasto”, non come rimando seminale. Tuttavia, al di là della necessità di evitare spoiler, non vi è molto da dire anche perché l’eleganza del meccanismo narrativo scatta con una precisione e una naturalezza che sembra auto-evidente, ma in verità è oggetto di una abilità compositiva che Tempia poche volte rimarca con piccole citazioni interne su cui il critico letterario-velleitario si può sbizzarrire. Una di queste poche è forse la simmetria Lloyd/Lloyds che viene appena accennata sul finale, e che può divenire una chiave di lettura della storia, nel contrasto tra la (r)assicurazione interiore di chi possiede un maggiordomo immaginario e l’assicurazione sterile, cinica e puramente finanziaria del meccanismo perverso in cui il Sir si trova invischiato.

L’ultimo riferimento significativo che vorrei riprende in chiusura è quindi l’unica citazione letteraria interna esplicitata da Tempia, nella sede cruciale che narra della nascita di Lloyd, nell’infanzia del protagonista perduto nella lettura di Alan Ford. Forse è solo una citazione casuale, ma certi scorci inquietanti e ironici al tempo stessi ricordano certo Max Bunker dipinto da Magnus (e Tempia ha di sicuro il pregio di una grande cultura fumettistica, e vicinanza col meglio del fumetto in specie “milanese”), col loro fittizio mondo anglosassone, in verità così italiano. Non spiacerebbe vedere Lloyd disegnato da un esponente di quella scuola fumettistica gloriosa (avrei detto, fino a pochissimo tempo fa, Piffarerio...), anche se per i fondali di questo romanzo preferiremmo il Brindisi dello sclaviano “Ghost Hotel”.

Post più popolari