Quasi Infinito


LORENZO BARBERIS


"Quasi infinito" è il romanzo dell'amico Demian Endian (bello pseudonimo, dove il cognome immaginario è quasi perfetto anagramma del nome, basta cambiare una M in una in fondo simile N. E per un libro che parla di quasi in-finiti il riferimento alla fine - end-ian è perfetto).

Edito per ora in una tiratura riservata in cento copie (di cui mi pregio di averne una), questa Edizione Zero del 2015 è inserita in un'immaginaria collana del "tempo libro", e l'autore ci fornisce già una doppia lettura di un critico e di un banditore: il critico volto alla stroncatura più sprezzante, il banditore alla laudatio più sperticata.

Demian ha quindi già previsto l'alfa ed omega della ricezione critica, a cui poco posso aggiungere: ma, come al solito, lui lo sa bene, non rinuncerò per questo alle mie solite note di lettura.

Nella premessa, Demian racchiude nuovamente il suo infinito in una precisa gabbia temporale, quella della composizione: dal 19-2 al 27-4 del 2015 (la nota conclusiva è del 30-4); e spaziale, tra la Gare de Lyon e Torino Porta Susa.

La gabbia spaziale extra-diegetica riecheggia in quella intra-diegetica, offertaci nella mappa di pagina 8, realizzata con i forzati stilemi di una poesia futurista alla Marinetti, con i segni tipografici che si fanno immagine grafica.

Ma - nasca pure magari da un limite tecnico - è molto più efficace così, nell'incorniciare tra quattro punti cardinali il "muro del sonno" che racchiude le sue "terre d'orizzonte, tra città degli Esili e Villaggio degli Orsi.

L'opera - resisto alla tentazione dello spoiler, perché così diviene più prezioso averla letta - si muove poi sulla linea di confine del fantasy moderno: da un lato, vi appare un rimando a convenzioni tolkeniane (a partire dalla "mappa iniziale", sia pure evocata in forma sintetica): ma come la mappa diviene un fantasma della classica carta iniziale di un regno incantato, ridotta al suo osso di seppia, così l'incontro di quattro viandanti intorno a un fuoco è tolkeniana (o meglio ancora, in un fantasy più dichiaratamente allegorico, alla Ende della Storia Infinita) ma ridotta a puro scambio di dialogo, che crea la stessa sensazione di vuoto.

Vuoto che è più forte proprio per il "troppo finito" tipico dell'archetipo della narrazione fantasy, in cui immagineremmo più volentieri ricchezza cesellata di descrizioni (parlo ovviamente dell'aspettativa del pubblico "generalista", come me, che arriva al genere dalle poche strade maestre dei grandi, i già citati Tolkien ed Ende, ma anche Moorcock, Pratchett, C.S.Lewis, ognuno diverso dagli altri ma accomunati da una certa personale, magari ironica, magniloquenza).

Un vuoto di descrizioni, di parole, di nomi, ma anche di azione, specie che stona rispetto all'evocazione di un certo clima fantasyco che per contro non cessa mai del tutto.

Ecco, se devo azzardare un parallelo, mi ricorda il "giallo indiano" che Borges (non) ha scritto in Ficciones, "Avvicinamento ad Almotasim", in cui similmente, in modo programmatico, si inventa una spiazzante violazione delle norme della detection: non la cerca di un colpevole da parte del superuomo holmesiano, ma la cerca di un Messia da parte di un criminale.

Borges, dopo aver abbozzato l'idea nella finta recensione, come tipico in "Finzioni", nega validità al tentativo (lapidario: "non è stato in grado di sottrarsi alla più rozza tentazione dell'arte, quella di essere un genio, senza tuttavia riuscirci").

In questo modo Borges sia anticipava, sia stroncava preventivamente (nel 1935) il Gadda del Pasticciaccio, lo Sciascia di Todo Modo, il Benni dei Comici spaventati guerrieri. L'arte del giallo (l'arte del "genere") è "nel genere", non "fuori da esso". L'eccezione pare, per Borges, esservi quando si accettano le regole del genere e le si trasfigura in Arte - o perlomeno si prova a farlo. Altrimenti, non avremmo avuto i casi di Isidro Parodi.

Demian Ending, similmente e in rapporto al fantasy, elabora un romanzo breve (sui confini perfetti col racconto lungo: 156 pagine, ma in un piccolissimo formato) fortemente simbolico ed asciugato delle volute barocche del genere, in cui il Viaggio - archetipo centrale - diviene la ricerca di un Messaggero (con scopi delittuosi) da parte dell'Io Narrante.

Terminata la lettura, nell'ultima pagina ritroviamo le due opposte note critiche che avevamo intercettato all'inizio: e il gioco ironico ci pare più ricco di significato.

Come dice "un critico", il libro "delude qualunque aspettativa", in effetti è vero: ma intenzionalmente, usando una iniziale allusione al genere per meglio spiazzare il lettore. "Molesto", quindi, nel senso di non-rassicurante, in grado di perplimere e inquietare sottilmente: "Patetico", nel senso proprio, ovvero in grado di muovere al pathos, e "fortunatamente breve", in quanto anche la forma breve risulta congeniale (e spiazzante rispetto alle attese fantasyche).

E anche la metafora del "banditore" risulta così vera: il libro, come una gemma, offre una molteplicità di sfaccettature da cogliere. Questa che ho cercato di individuare mi pare poter essere una.


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