Cubi, succubi, incubi.


LORENZO BARBERIS

Trovo sempre interessanti i fenomeni che mettono in luce aspetti liminali nella percezione dell'arte.

Un fatto particolarmente rilevante avvenuto di recente è connesso alla visita di Rohuani, il premier dell'Iran sciita, tramutatosi da minaccia ad alleato contro l'estremismo dell'ISIS sunnita (ma, più precisamente, wahabita). Va detto che Rohuani è comunque "moderato" rispetto al precedente Amadjnehad, almeno nei toni esterni se non nei fatti di politica interna.

Comunque sia, come noto, il governo italiano accogliendo il premier iraniano ha censurato le statue relative alla visita di Rohani ai Musei Capitolini, nascondendo con enormi cubi le statue contenenti soggetti di nudo, "per rispetto" all'ospite.

Sarebbe interessante capire (ma i giornali online mainstream che ho consultato non indagano questo aspetto) se ci troviamo di fronte a un eccesso di zelo italico o se è una implicita (o esplicita) richiesta di Rohuani stesso. Le analisi più raffinate parlano del fatto che sarebbe stato "pericoloso politicamente" per Rohani farsi fotografare sullo sfondo di "donne nude", dando uno strumento ai suoi nemici interni.

Ma la tesi appare debole: non si poteva scegliere, in tal caso, un altro itinerario per la visita? Se davvero è una richiesta di Rohani, sembra avere un altro possibile, sottile scopo: mostrare il potere di riuscire, con le buone, a spingere l'Occidente a una "spontanea" autocensura.

Comunque, la sostanza rimane affine, spostando solo lievemente il focus della vicenda.

La vicenda ha suscitato un certo clamore, anche se, da quello che sapevo da occasioni precedenti di visite islamiche, la procedura è una prassi consueta. Ma ovviamente adesso colpisce di più, perché si colora di una connotazione più precisa.

La guerra tra ISIS e Occidente è infatti una guerra sui simboli, ed è anche innanzitutto una guerra sull'arte e all'arte occidentale. Tale è l'attacco a Charlie Hebdo e - in misura molto minore - l'attentato al Bataclan; tale è soprattutto la distruzione da parte dell'ISIS di ogni residuo della cultura egizio-babilonese e greco-romana trovata sulla strada della loro espansione.


Soprattutto in questo senso ha colpito la censura del patrimonio classico: ciò che viene ricoperto dai cubi è proprio ciò che l'ISIS distrugge. Del resto, non era nemmeno obbligatoria la visita di Rohuani ai Musei Capitolini, se proprio ciò confliggeva irrimediabilmente con la sua cultura.

Va sottolineato, oltretutto, che l'arte classica non rappresenta semplicemente "un nudo femminile": quei nudi femminili sono una rappresentazione del divino femminile, il divino femminile erotico edulcorato già dalla tradizione cattolica, che ammette una dea madre ma non ammette una Venere, un'Afrodite, una Iside (in inglese, suonerebbe "Isis", ironicamente).

Un culto che adesso non è più in vigore, si potrebbe obiettare: ma se non è in vigore in senso strettamente religioso (nessuno venera più Venere, per dire, anche se la resilienza nel linguaggio del verbo "venerare" qualcosa vorrà pur dire...) il culto delle divinità classiche resta a livello culturale dal Rinascimento in poi. Non sono più divinità, sono ancora archetipi portanti della nostra cultura (anche, ma qui si farebbe lungo, in tutto un pensiero ermetico-esoterico che arriva fino a Jung e oltre, che non li vede solo come pilastri culturali ma come potenze operanti nell'immaginario collettivo).

Censurarle non è operazione neutra o inoffensiva, è dichiararne l'irrilevanza nella nostra costruzione intellettuale (magari mentre si sbandiera, con l'Expo, un "nuovo Rinascimento" italiano e considerazioni simili).


La censura non appare innocua, oltretutto, in quanto l'Iran, come chiarisce bene l'eccellente "Persepolis" della Satrapi, ha un rapporto tutt'altro che risolto col classico. L'Iran, unica vera e stabile teocrazia esistente al mondo, nasce distruggendo, simbolicamente, la continuità antichissima dell'Impero della Persia, sopravvissuto con quel nome in modo potenzialmente ininterrotto dal 1000 AC (sia pure nelle ovvie transizioni all'Islam e a diverse strutturazioni del potere regale). Il rinnegamento della matrice persiana nel 1979, con la conseguente adozione del nome di Iran, è un taglio con quella tradizione classica che contribuì a ispirare l'impero romano (che alla Persia guardava come un modello di potenza, senza mai riuscire a conquistarla ma imitandone la struttura basata sulla forza della perfetta rete stradale)

Altro elemento che rende la censura piuttosto inquietante è il fatto che poi Renzi e Rohani utilizzano, nella loro reciproca auto-promozione, un immaginario classico, ma depotenziato, limitato al culto della grandezza imperiale romana, tramite la diffusione di immagini in cui si mostrano affiancati ai piedi degli imperatori romani, implicandosi (con prudente umiltà: "siamo nani sulle spalle di giganti...") come i loro diarchici continuatori. In questo, Rohani in qualche modo riprende in maniera molto implicita e sottile qualche elemento dell'ideologia imperiale che è poco gradita agli Ayatollah (per cui il potere temporale deve sempre prostrarsi ai piedi di quello spirituale, che è assoluto). Ma se Rohani riprende qui qualche elemento di classicità, implicitamente ci fa sacrificare la parte più significativa (che sia una sua richiesta o meno).



Altro elemento di sottile inquietudine: nella reciproca autopromozione, Rohani non disdegna di apparire al fianco di Papa Francesco, e questo è comunque un segno di sua legittimazione, ma qui non si chiede (e, spero, non si sarebbe ottenuto) di censurare il Crocifisso che infatti fa bella mostra di sé nelle foto ufficiali, in posizione mediana tra il pontefice e Rohani. Essendo il simbolo artistico più inviso ai fondamentalisti (e comunque ritenuto poco apprezzabile anche dagli islamici moderati, che apprezzabilmente lo tollerano: Cristo è infatti parte del culto islamico come profeta, ma non è morto in croce e quindi tale figurazione, benché comprensibile ai più tolleranti, è sottilmente blasfema), non si vede perché facciano problema figurazioni apparentemente più innocue almeno sul piano religioso.


Innegabilmente la censura del cubo colpisce, infine, nella misura in cui coinvolge l'immaginario della grande frattura della storia dell'arte, tra il lungo classicismo e l'arte contemporanea: le sculture classiche vengono sostituite dai Cubi del Cubismo, tridimensionali e vuote masse bianche come una sorta di plastico "quadrato bianco su sfondo bianco" di Malevich, simbolo provocatorio dell'oltranza dell'astrazione.

Nel peggiore degli In-Cubi, l'unica possibile arte consentita agli occidentali Suc-Cubi dell'ISIS (o dei loro fantasmi mentali dello stesso, dei loro in-cubi appunto). E forse il fondamentalismo dell'autocensura è peggio del fondamentalismo originario: un fondamentalismo al cubo.




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