Agata Christi




LORENZO BARBERIS.

Agata è una delle sante più scabrose - e per questo, più rappresentate - della storia della cristianità.

Nata verso il 230 a Catania (di cui è protettrice: oppure a Palermo), ovviamente da una nobile famiglia, si converte precocemente al cristianesimo e all'età di 15 anni riceve il velo rosso delle vergini consacrate, divenendo poi diaconessa. Giusto in tempo per le persecuzioni ordinate da Decio nel 250, e messe in atto dal procuratore imperiale Quinziano in Sicilia: morirebbe proprio il 5 febbraio, appunto.

Quinziano, immancabilmente, si innamora della giovane aspirante martire, e cerca di ri-convertirla con le buone e con le cattive. Allora, in modo coerente, quando lei rifiuta, Quinziano la consegna ad Afrodisia, prostituta (oggi ovviamente si ipotizza prostituta sacra di Venere), che la corrompa; ma le ierodule tentatrici nulla possono contro la volontà di Agata e il supporto celeste.


Parmigianino, la tortura di Sant'Agata (1523)

Quinziano tenta allora di vincerla in un confronto retorico in cui Agata lo straccia nettamente; egli allora la fa fustigare e le fa straziare le mammelle con delle tenaglie roventi (il punto clou della trama, ovviamente: ma come in Sade la scena di tortura è diluita da pagine e pagine di filosofia).

Lanfranco, San Pietro risana sant'Agata (1614)

Di notte, San Pietro interviene e risana le sevizie ai seni; la mattina dopo comunque Quinziano, esasperato, la fa martirizzare definitivamente sui carboni ardenti, proprio come San Lorenzo, il mio protettore, che è reso noto da tale supplizi sulla graticola. Agata invece, che condivide con Lorenzo anche la posizione sociale altolocata e l'amplia cultura ed erudizione, non è ricordata per la sua bella testa ma ovviamente per la tortura delle mammelle.

Il culto di Agata è antico, e appare già in una passione del 400 d.C., dove emerge appunto come santa protettrice di Catania, cosa che resterà tuttora. Inevitabilmente in città si associa alla protezione dall'Etna, e diventa inevitabile chiedersi se ci sia una connessione tra i capezzoli sanguinanti di Agata e il vulcano eruttante rossa lava.

Come ti muovi, vengono subito fuori connessioni blasfeme: e per questo tale culto è stato a dir poco minimizzato in età recente, diciamo, direi, come grande spartiacque dopo il Vaticano II (1963), dove la consapevolezza freudiana finalmente accettata dopo i rifiuti di inizio '900 ha gettato nuova luce su molto del trovarobato accumulato.

Eppure, da cultore di Jung, ritengo invece che si debba affrontare di petto la questione: l'importanza di Agata è infatti è indiscutibile, e rifletterne non va visto come speculazione pruriginosa ma ragionamento necessario.


Lunghissimo potrebbe essere il ragionamento sul "prima di Agatha": le dee madri dell'antichità si identificano col loro seno prosperoso a partire dalla Venere di Willendorf e compagne (30.000 AC). Agatha se vogliamo riflette perfettamente il dominio patriarcale, che cerca di tagliarle quel seno che è la dimostrazione visibile del suo potere femminile (similmente alla castrazione che è il contrario, la vendetta delle Erinni sul patriarcato).


Anche l'Iside egizia è colta all'apice del suo potere mentre allatta il figlio Horus: figurazione che, come è arcinoto, passerà nella Vergine col Bambino (specialmente, come diremo, nella Vergine del Latte).


Anche nell'arte greca arcaica tale elemento permane in figurazioni come l'Artemide di Efeso. Alle Amazzoni poi, nel mito, veniva asportato il seno per facilitarne nel tiro con l'arco, in un simile, comunque, rifiuto della dimensione della maternità.


Nel cristianesimo, la figurazione puramente matriarcale passa poi nella Madonna del Latte (la più bella è quella di Fouquet), inizialmente centrale nel culto mariano, poi progressivamente censurata per ragioni di pruderie. Ne nascono anche figurazioni ambigue nell'ingenuità (ma è poi tale?) del medioevo, come quella di santi patri della chiesa che bevono una goccia del latte di cui si è nutrito Cristo (anche la Carità offre spesso il frutto del proprio seno con generosità).


L'iconografia bizantina di Sant'Agata è, al poco che ho potuto vedere, ancora molto casta, anonima, generica, come nella sfilata delle Vergini di Sant'Apollinare in Classe, a Ravenna.

E' invece il Gotico a introdurre l'elemento "splatter", inizialmente senza particolare connotazione erotica (la santa qui sopra è piatta come un asse da stiro).


Col tardo-gotico, però, le cose iniziano a cambiare, e ad esempio questa Sant'Agata di Lorenzo di Niccolò di Cianni (1390 c.) inizia a possedere, incredibile a dirsi, un corpo che non è più puro simbolo grafico.




Coi primi del '400 questa tendenza si accentua, e dai libri d'ore (prime due immagine) tracima anche negli affreschi, come in quest'ultimo, anonimo lavoro del 1490 circa.




Tra i maestri del primo rinascimento però scatta subito una nuova pruderie, e si diffonde una figurazione della santa che si vuole in apparenza più castigata (una scelta presente già in opere tardogotiche, ma che diviene un filone accentuato di qui in poi). Come in Piero della Francesca, il grandissimo, che ci mostra la santa che porta in mano i seni tagliati come un paio di bigné rosa rimasti nel vassoio di paste.

E anche Ambrogio di Fossano, detto il Bergognone, importante e un po' trascurato pittore del mio cuneese (più precisamente, proprio di Fossano, la città dove lavoro) sceglie nel 1510 questa soluzione, che permarrà nel tempo (vedi la foto in copertina).


All'apparenza più casta e rassicurante, senza tornare nel totale anonimato: e infatti l'adotta molto devozionalismo da santini tra fine '800 e primi del '900. Ma in realtà l'immagine diviene spesso disturbante (provate a mangiare un vassoio di paste nello stesso modo, adesso), con i seni serviti (implicitamente) come cibo; e ben lo sa il Cagnacci, il più erotico e sadiano dei secenteschi, che sornione adotta questo modulo invece di altri più apparentemente erotizzanti.

Guido Cagnacci

Disturbante, in verità, è anche (soprattutto?) la corrispondenza con Santa Lucia, santa dantescamente importantissima (LUCIA/ACUIL, simbolo che mette in relazione anagrammatica la Luce divina e l'Aquila dell'Impero) che porta nello stesso piattino la luce dei suoi occhi cavati dal suo inquisitore. Le due semisfere dei seni rimandano così alle orbite mozzate, il capezzolo una pupilla: e quello che si toglie in sensualità sadiana ritorna come unheimlich da Sandmann riletto da Freud.


Del resto, come già visto nel 1523 un Parmigianino azzarda comunque una figurazione abbastanza sadiana, che alla fine è spesso piuttosto rassicurante, nella misura in cui è rassicurante l'immaginario sadiano.

Notiamo come la Santa sia qui, come un'eroina dei fumetti neri da secondo ripiano di una vecchia edicola pre-internet, solo lievemente sofferente, al limite vagamente annoiata (la sofferenza è la perdita di tempo più che il dolore, pare dirci), se non addirittura sotto un vago sdegno inizia a mascherare una forma di estasi da Santa Teresa d'Avila (quella vista dal Bernini, intendo, ovviamente).


Anche il volto dell'Agata di Sebastiano del Piombo, a metà '500, non sembra così impressionato del piombo delle tenaglie che ne minacciano il seno; per contro, ancora più edulcorata è la figurazione delle mammelle, colte - come faranno i più - prima della tortura (almeno Parmigianino aveva messo una blanda pennellata di rosso). In questo modo diviene un erotismo "for the masses", e dalle oscillazioni nella figurazione del corpo della santa possiamo dedurre il grado di sadismo dell'artista (o, più probabilmente, del committente).


Il tema di Sant'Agata diviene ovviamente dominante nel Barocco, dove l'esplosione tematica rende difficile una tassonomia. La controriforma e la conseguente "arte gesuitica", volta a suggestionare lo spettatore con un realismo malizioso, chiaroscurale, "fotografico", produce un proliferare di sensuali martiri, tra i quali quello della santa ha il sopravvento.

Figurazioni secentesche che saranno viste e apprezzate da Sade durante il suo tour d'Italie, e in questo modo l'archetipo della bella Agatha avrà una indiretta sopravvivenza nelle opere del Divino Marchese e nella legione (infernale) dei suoi imitatori.


La proliferazione secentesca del tema si accompagna a una più raffinata suddivisione del tema. Da un lato, abbiamo una figurazione soft, in cui la santa appare sensualmente nuda, e la minaccia delle tenaglie è solo implicita, per accostamento.


Poi abbiamo una figurazione più hardcore, che rappresenta il secondo momento, in cui la minaccia è messa in pratica: si tratta della fase più esplicitamente sadica.


Ci sono poi numerose figurazioni "post" tortura, in cui non vi è pressoché più traccia di erotismo tradizionale, e anche l'erotismo sadiano appare in modo indiretto, ma forse, proprio per questo, più perturbante.


Col '700, il tema diminuisce la sua importanza, e resta appunto in prevalenza nella sua forma più casta, come nella figurazione del Tiepolo dove, di nuovo, l'erotismo barocco va svanendo.


Il declino del tema si conferma nell'800, e si torna, come già accennato in precedenza, alla figurazione stilizzata del '400, quella col vassoio dei seni. E col razionalismo del '900 e del modernismo la crisi si accentua sempre di più: la figurazione credo si concentri solo più nei santini devozionali, pressoché sparendo nell'arte sacra (ma sarebbe interessante una analisi dettagliata) fino al completo abbandono, penso, col Concilio, dagli anni '60 in poi.


Oggi c'è una rinascita di questa iconografia, ovviamente, nell'arte contemporanea, in modo però slegato dall'originaria committenza religiosa e inteso come tema erotico o, ancor più, simbolico, junghiano. Ma, soprattutto, internet - e google images in particolare - ha permesso il riemergere del fiume carsico delle figurazioni di Agatha la bella, archetipo del vano tentativo di sopprimere la forza dell'Eterno Femminino.

Cover photo: Ambrogio da Fossano, Santa Agatha.



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