Numero Zero


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert, as usual.

Ho finalmente letto l'ultimo romanzo di Umberto Eco, "Numero Zero", uscito nello scorso 2015.
Dedicato alla nipote Anita, il volume è ultimo in tutti i sensi, dato che Eco, come noto, ci ha lasciato in questo inizio 2016.

L'apertura, invece che la selva di citazioni e rimandi delle altre opere, è affidata a una singola citazione, dal Forster di "Casa Howard": "Only connect!"

Se nel romanzo dell'autore britannico la cosa stava a significare il considerare le piccole cose a quelle grandi come il fondamento nel senso della vita, qui acquista - come spesso in Eco - un senso duplice.

Innanzitutto c'è quello di Forster, che Eco condivide, già palesato nel Pendolo di Foucault, dove troppo tardi Casaubon scopre che Lia ha ragione, e che la felicità sta in questo:

"That was the whole of her sermon. Only connect the prose and the passion and both will be exalted, and human love will be seen at its height. Live in fragments no longer."

Qui il redattore capo Colonna alla fine capirà il disgusto di Maia, "quasi autistica", per il mondo complottista del giornale, e fuggirà per tempo, con lei, pure in un finale cupissimo, come vedremo.

Ma il senso è ovviamente anche quello dei complotti: tutto può essere connesso in una grande trama, connessione però illusoria e fallace, come dal Nome della Rosa in poi. Curiosamente, il "Nome" si apriva con una Rosa che si scopriva nulla (nomina nuda tenemus); qui la produzione di Eco si chiude con un Numero che è pari a Zero.

E non solo, ovviamente, perché la fantomatica rivista "Domani" deve creare dodici illusori "Numeri zero" da non pubblicare, ma da usare per fini ricattatori ad opera di un imprenditore che è, abbastanza scopertamente, Berlusconi alla vigilia della discesa in campo; ma perché Zero è ormai il valore di questo giornalismo totalmente asservito (anche questi Numeri Zero sono falsi: si realizzano a grande distanza di tempo in modo da dare a un ingenuo l'illusione di una macchina giornalistica dotata di enorme potenza, quando invece ci si limita a sfruttare il maggior tempo a disposizione e i trucchetti da illusionisti del complottismo più accorto).

Come nel Pendolo, c'è un gioco di cornici, ma molto più semplice: il protagonista Colonna, nel il 6 giugno 1992, rievoca l'avvio dell'esperimento della rivista, avvenuto due mesi prima, il 6 aprile, esattamente come Casaubon rievoca il Piano chiuso nel museo della scienza e della tecnica francese. Ma là i giochi di cornice erano infinitamente più ampi: qui è l'unico, e marcato anche (per il lettore meno abile?) da un cambio di carattere tra incipit e conclusione, senza grazie, e il corpo del romanzo, in Times New Roman o simili.

Lineare è anche il mistero: come capiamo fin dall'inizio, il collega di Colonna, Braggadocio, ha fatto una brutta fine per alcune sue indagini, e lo stesso protagonista è a rischio. Dato che sono passati due mesi esatti dall'inizio dell'esperimento giornalistico, si intuisce come qualcosa vada subito storto.

Colonna è, tra l'altro, nostro compatriota cuneese, almeno in parte: avrebbe esordito (p.17) "per un giornale di Saluzzo".

*

Il losco Simei dunque crea a Milano il giornale Domani per un grosso imprenditore, Vimercate, incaricando Colonna come caporedattore e al contempo suo biografo (per una ricognizione di quell'anno preparatorio dal titolo "Domani: ieri". Appare evidente il rimando - non in senso diretto - ad Oggi: rivista non-berlusconiana ma della Rizzoli. Tuttavia la fusione Mondadori-Rizzoli (da lui definita "Mondazzoli") fu oggetto di una tarda polemica di Eco e, rilevante per la trama, il giornale nasce al culmine dell'età fascista, nel 1939 (dopo la forzata chiusura dell'Omnibus di Longanesi).

Riunisce così un manipolo di spiantati redattori tra cui il protagonista troverà l'amante Maia (che lo aiuterà a squarciare il "velo di Maia" delle illusioni complottarde) e lo sgradevole Braggadocio (in inglese, "spaccone, smargiasso", da to brag, con una sfumatura spregiativa verso gli italiani, pare di cogliere nella formulazione "all'italiana" del termine inglese).

Ci sono altri personaggi minori, Cambria, Lucidi, Costanza e Palatino, tutti nominati da caratteri tipografici come lo stesso Braggadocio, ma totalmente lasciati sullo sfondo. Lucidi, forse, è l'unico che ha un potenziale ruolo funzionale come contatto coi servizi, ma restano appunto pure funzioni.

Tre sono le trame che si intrecciano, dunque: la decostruzione ludica della follia complottista e della sciatteria della pseudocultura operata da Maia tramite il gioco linguistico, il piano pragmatico di Simei (per conto di Vimercate) e il piano delirante di Braggadocio.

Il Piano pragmatico (illustrandolo, Eco dà gustose lezioni sul "cattivo giornalismo", ovvero su quello volto a costruire tesi preconcette tramite una falsa aria di oggettività) parte dal 17 febbraio e l'arresto di Mario Chiesa. Il primo "numero zero" dovrà incentrarsi su questo evento, che va riletto qualunquisticamente, condannando la corruzione ma iniziando a insinuare connessioni con le sinistre.

Poi bisognerà invece mostrare di saper mettere sottotono l'uccisione di Falcone, e in generale stigmatizzare, in una seconda fase, i magistrati della crescente Mani Pulite, insinuando il giusto venticello di calunnia anche su loro.

Bisogna invece favorire nel costume il gusto per la pornocrazia, unendo un articolo nostalgico sulle case chiuse a uno sulla prostituzione da strada, suggerendo sottotraccia l'idea della riapertura. Utile anche la creazione di un clima di malevolo gossip sulle tendenze omosessuali - vere e presunte - di politici e potenti potenzialmente sgraditi.

L'ultimo passo di questo "Piano", che poi viene spezzato dal corso degli eventi, è propugnare la nascita di un "Partito degli Onesti" che, da fuori della politica politicante, giunga a salvare l'Italia dal gorgo della corruzione magnificata ad arte. Appare evidente che stiamo nelle "prove generali" di Forza Italia, dato che Vimercati condivide con Berlusconi anche l'ossessione di "parlare ai lettori come bambini di dodici anni" ("e non quelli che stanno nei primi banchi", aggiungeva l'originale).

Il Piano Pragmatico, si lascia intendere, diverrà operativo con altro organico, dato che il progetto di "Domani" naufraga con l'omicidio di Braggadocio.

*

Questi, invece, mestatore sgradevole fino alla necrofilia culturale (è speculare al taxidermista del ben più complesso Pendolo di Foucault, che svolge uguale funzione), ha creato un suo "Piano" molto più onirico e delirante, che rimescola varie ossessioni del complottismo di destra in un incubo lucido folle ma dotato di una certa coerenza, che è forse l'unico elemento davvero gustoso del romanzo (forse Eco, come Borges in Ficciones, poteva più proficuamente recensire un suo romanzo immaginario, e limitarsi ad approfondire questo aspetto).

Braggadocio, ovviamente, è affascinato dai complotti su Mussolini, una sua versione personale che fonde la smania per l'Oro di Dongo e "I ragazzi venuti dal Brasile" col Führer sopravvissuto in Sudamerica. In soldoni, il Duce non è stato eliminato, hanno ucciso un sosia e lui è fuggito con la complicità del Vaticano, forse finendo in Argentina, oppure (la tesi per Eco più succosa, si intuisce, ma che dissimula lievemente) rimanendo tra le mura dello Stato Pontificio, per cercare di orchestrare il suo ritorno.

L'ossessione parte dal rifiuto del "Mussolini/sosia ucciso" di vedere la sua famiglia, unitamente alle torbide vicende che effettivamente capitano alla salma dopo Piazzale Loreto: Mussolini dissepolto nel 1947 da un colpo di mano neofascista e risepolto in un convento, e poi dal 1957 finalmente a Predappio, dove darà origine al suo ambiguo mausoleo.

Tutte le Trame Nere dallo Stay Behind in poi servono, per Braggadocio, a riportare al potere un Mussolini sempre più anziano. Il '68, il (conseguente, per lui) avvio dello stragismo con Piazza Fontana nel 1969, portano al 1970 come data idonea per il ritorno, da propiziarsi col Golpe Borghese. Ma intanto Mussolini muore e, per questo, si arresta tutto.

Allora il neofascismo orfano si dà alle stragi: bomba alla Questura di Milano (1973), Strage dell'Italicus (a bordo del quale doveva esserci Aldo Moro) nel 1974, e omicidio di Moro nel 1978, anno in cui muore anche Papa Luciani, in condizioni misteriose, forse per il suo interesse agli affari loschi della banca vaticana di Marcinkus con Sindona, il Banchiere di Dio, e Calvi (poi morti entrambi in circostanze misteriosissime il primo, massonico-deviate il secondo).

Nel 1981 l'attentato a Woytila, che forse aveva ottenuto le stesse carte; ma poi il pontefice se ne disinteressa e diviene inconsapevolmente anzi un alleato contro il pericolo rosso. La furia neofascista così si spegne, ma per Braggadocio è evidente come ci siano loro dietro la storia d'Italia.

E viene ucciso.

*

Questo porta allo sbrigativo finale del romanzo: un po' di titubanze del protagonista, paranoiche o realistiche a seconda di come vi pare, la chiusura del giornale da parte di Vimercate ma, subito dopo, esplicitazione dei complotti ricostruiti da Braggadocio con la sottrazione dell'elemento cruciale (la sopravvivenza segreta di Mussolini).




Anche Eco insomma è consapevole di creare il suo illusorio "Numero Zero" su quegli anni, una riflessione cupissima sull'Italia berlusconiana che riprende nella cover (credo volutamente) la copertina del penultimo romanzo, "Il cimitero di Praga"; modernizzandola un poco (siamo al postutto in una ambientazione di un secolo dopo).

La l'Ombra di una scrittura complottista scompaginava, per confonderle, le carte dell'Unità d'Italia (il romanzo, del 2010, partecipa un poco anche del clima di attesa per il centocinquantenario del 1861); qui il malvezzo di fondare lo stato su illusione e menzogna si estende, quasi senza soluzione di continuità, all'età attuale (controluce ritornano vecchi spettri, si evoca la Banca Romana sfuggita di mano al monregalese Giolitti, e i massacri repressivi del fossanese Bava Beccaris).

Il libro, più che un vero romanzo, è un pamphlet, non privo di alcuni guizzi di sagacia tipici di Eco ma anche con qualche generoso prestito da Bustine di Minerva assortite, inserite nella solita "vertigine della lista" che a volte è anche un prezioso alibi di copertura per l'auto-trovarobato culturale.

A destra il romanzo ha suscitato comprensibili urticazioni e accuse addirittura di scrittura tramite ghost writer (a sua volta lo stesso Colonna, del resto, è nel romanzo lo "scrittore fantasma" della autobiografia di Simei: quasi una autodenuncia metaletteraria). Si spiegano anche i giudizi al vetriolo di Panorama, ad esempio; la stampa cattolica, per paradosso, ha accolto con più signorilità la ventilata continuità vaticana dell'antico Uomo della Provvidenza.

Ma più che un'accusa vi vedrei un prezioso consiglio: sarebbe stato più godibile forse un Eco che avesse tratteggiato l'intelaiatura di questo romanzo e poi l'avesse affidato a un volenteroso négre ben pagato: i sei milioni al mese dati al Colonna, traslati in Euro, e una copia del Pendolo di Foucault da studiare a menadito.



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