Manufacturing Conte(x)t


LORENZO BARBERIS

Si è tornati a parlare in questi giorni del cosiddetto "Decalogo di Chomsky" sul controllo del consenso. Il decalogo in questione, che viene presentato come scritto dall'autore, è in realtà un fake: il che è a suo modo perfetto, perché il decalogo sulla disinformazione più noto diviene a sua volta disinformazione.

(dall'ottimo sito di Lucia Rocco, che ha analizzato con cura il fenomeno virale).

Chomsky stesso, pur negando che il decalogo sia suo di fronte a precisa domanda di alcuni giornalisti all'inizio del fenomeno, nel 2011, ha confermato che alcune cose sono tratte da quanto ha detto o comunque simili alle sue, ma non è suo. E in effetti la disinformazione è singolare, perché potrebbe essere una buona sintesi su Chomsky, ma non è di Chomsksy.



Il 2011 è una data interessante per l'avvio di questa diffusione (il decalogo sarà anche preesistente, ma la smentita all'autore avviene in tale data, che conferma essere il momento in cui diviene virale): si tratta infatti del periodo in cui cominciano le cosiddette Primavere Arabe, che godono di un appoggio incondizionato e finto-ingenuo dei media occidentali (Time definirà i contestatori arabi "Man of the Year").

Lo pseudo-Bansky divenuto l'icona della risposta alla strage di Charlie Hebdo.

La diffusione italiana (ed europea?) avviene probabilmente dopo l'attentato di Charlie Hebdo del 2015, che avvia un flusso ininterrotto di attacchi (Parigi 2015, Bruxelles 2016), stando anche alla migliore analisi online del fenomeno (qui: http://www.luciarocco.it/la-bufala-del-decalogo-di-noam-chomsky/).

Da allora, il decalogo riaffiora periodicamente. Quale può essere il senso della sua falsificazione, posto che è una sintesi tutto sommato accettabile del pensiero di Chomsky? La spiegazione, paradossalmente, è interna allo stesso decalogo, come vedremo, che viene ad essere una sintesi (e, inevitabilmente, una semplificazione, se non banalizzazione) dell'opera primaria di Chomsky in questo ambito, "Manufacturing Consent".



La cover più brillante non è quella originale, ma quella che vediamo sopra, credo quella del 2002. Molto più interessante è la cover intermedia, quella riportata in copertina, che simula la prima pagina di un quotidiano e scrive in modo ambiguo "Consent", ottenuto modificando la T di "Content". I media fingono di costruire i contenuti che vendono, ma tramite di essi costruiscono e vendono il consenso del pubblico.



La copertina è molto precisa a mostrare una biro e un cutter, con cui viene modificata la T in una S: immagine perfetta nel mostrare come la manipolazione è effettuata con modifiche sottili e raffinate del contenuto originario, rendendo difficile dimostrare la falsificazione.

Ma, curiosamente, richiama anche la T e la S sovrapposte di un noto simbolo alchemico, quella del Serpente di Bronzo di Mosé, nella Bibbia, simbolo del potere trasmutativo. In qualche modo, stanti forse anche le notorie origini ebraiche di Chomsky, si presta bene all'idea del Decalogo, che è sempre un prodotto biblico connesso a Mosé.

Credo quindi che il decalogo vada tutto sommato bene, purché si costruisca un minimo di contesto, a partire dall'essere consapevoli del suddetto valore di sintesi esterna di Chomsky, e non dell'autore stesso (da qui il titolo di questo saggio, con un diverso gioco di parole: Manifacturing Context). E, per costruire il contesto, credo sia utile anche qualche nota su Chomsky stesso.

Le avventure del giovane Chomsky.

Noam Chomsky è nato nel 1928 (lo stesso anno di Philip Dick), figlio di immigrati ebrei russi giunti in USA nel 1913. Il padre è già un autorevole studioso di ebraico, lui diviene il linguista più influente del XX secolo. Anche la sua tesi è sulla morfologia dell'ebraico moderno, nel 1950; nel 1955 con una tesi sull'analisi trasformazionale in ambito linguistico ottiene il dottorato e inizia l'attività di insegnamento al MIT di Boston.

Già nel 1957 introduce il concetto di Grammatica generativa, ovvero che la grammatica - ogni grammatica - non sia una una normativa tassonomica ma una serie di principi che si autoriproducono in modo spontaneo e intuitivo, benché spesso in modo inconsapevole. Tale concetto si estende sempre più oltre i confini della grammatica: già nel 1959 egli lo applica in una critica al comportamentismo di Skinner (che ha ricevuto un poco encomiastico omaggio nel preside di Bart Simpson).

Le sue posizioni di sinistra radicale (per gli standard USA, almeno: si definisce comunque anarco-socialista) divengono note a livello mainstream quando si schiera contro la Guerra del Vietnam (1965): contrarietà che poi elabora in una serie di saggi teorici, a partire dal 1969, con cui contesta la politica imperialista del capitalismo statunitense (e anche, con veemenza, israeliano).

Manufacturing Consent non è quindi un punto di partenza, è un punto di arrivo di questo studio, in cui egli giunge a dimostrare come i media "embedded" (letteralmente, i reporter che dormono nello stesso letto - bed - delle truppe al fronte: e in senso generale quelli connessi economicamente e politicamente) al sistema industrial-militare statunitense hanno un ruolo determinante nelle loro strategie.


L'opera esce dunque nel 1988, con l'apporto anche dell'economista Edward S. Herman (mai ricordato, di solito, online). La parte più interessante è però, indubbiamente, quella di Chomsky, che analizza la "grammatica del consenso". La copertina originaria, piuttosto anonima, è poco interessante, come pure quelle più recenti e volte a catturare l'attenzione con colori rutilanti e un'aria vagamente complottista, tra V for Vendetta e Watchemen di Alan Moore (in particolare si cita spesso, anche inconsciamente, V., Ozymandias e il loro cut up di monitor).



(Nelle edizioni più nuove si passa dalla carta al video)

L'opera nasce nel 1988, un anno prima della caduta del muro di Berlino, ed è ancora relativa a un'America influenzata dalla guerra fredda, dove il "grande spaventapasseri" è il comunismo globale: in seguito, stando allo stesso Chomsky, diverrà invece il terrorismo di matrice islamica l'elemento agitato in chiave opportunistica, nella revisione che egli attua nel 2002. Altro anno, ovviamente, non casuale: perfettamente intermedio tra le Torri Gemelle (2001) e l'avvio dell'Infinite Justice (2003), di cui le estreme conseguenze si estendono tutt'oggi.

Il Chomsky à la Warhol del Decalogo

Il Decalogo nasce, con ogni probabilità, da un processo di semplificazione che interviene in quella fase, magari prima come sintesi onesta e poi spacciato come dell'autore per ragioni di efficacia mediatica (spregiudicata).

In modo interessante, una fonte importante di molti punti (e non dichiarata) è secondo me il sistema di controllo mentale presentato - come totalitarismo - da 1984 di Orwell. In parte, forse, questo riferimento ha inciso, in modo contrastivo, sull'edizione originale del 1988: il 1984, infatti, è presentato specie in USA come paradossale rovesciamento delle profezione di Orwell. Lo scudo spaziale di Reagan del 1983 portano al boicottaggio delle olimpiadi USA di Los Angeles di quel 1984, ma nel 1985 si giunge all'elezione del moderato Gorbaciov a segretario PCUS, che tratta la resa (e in modo accelerato dopo il disastro di Chernobyl del 1986), fino agli accordi di Rekyavik del 1987.

La parte più strettamente economica dell'opera evidenzia come non siano mai neutri proprietari, azionisti e agenzie di riferimento (a loro volta orientate dai proprietari) di una testata. Si tratta della parte più basata sul contributo di Herman, la più intuitiva e quindi alla fine la meno citata.

Il decalogo riassume invece la parte di Chomsky e, oltre a riprendere in modo abbastanza puntuale i tratti del totalitarismo orwelliano, contiene i punti essenziali che giustificano il decalogo come lavoro di disinformazione su Chomsky stesso.

1. Distrarre.
Ovvero "armi di distrazione di massa".
Il primo scopo del sistema mediatico è la distrazione, ottenuta sia con la massa di notizie sia col flusso continuo delle stesse, in modo di costringere a vivere in un eterno, dispersivo presente, rendendo impossibile una storicizzazione degli eventi. All'ordine del giorno vengono posti decine e decine di problemi, spingendo l'opinione pubblica a scannarsi per ciascuno di essi, senza soluzione di continuità, quelli irrilevanti come i rilevanti.

Ovviamente un dato tema, come quello economico, può passare tranquillamente da cruciale (il default dell'Italia o della Grecia, ad esempio) a irrilevante a seconda del momento e delle convenienze, senza, più che altro, che ci sia bisogno di spiegare perché tale crisi cruciale non pone più problema (vedi alla voce disinformare, mediocrizzare).

Perfino nel totalitarismo orwelliano esiste il "prolenutro", il nutrimento di filmetti automatizzati per la plebe, per distrarli dalle questioni politiche.

2. Risolvere.
Nel senso di: "creare problemi per proporre soluzioni".
Il flusso delle notizie va canalizzato periodicamente per creare un allerta su specifici temi, in modo da creare nell'opinione pubblica la richiesta di un provvedimento che chi controlla i media vuole che sia preso. La cosa si rende evidente quando, come in casi recenti, dittatori che tutto sommato sono stati sempre accettati come parte del sistema divengono assolutamente prioritari da abbattere, magari dopo mezzo secolo di governo.

In Orwell la "settimana dell'Odio" funziona alla perfezione a tale scopo, ad esempio, mostrando attentati odiosi, costruiti in studio, dal nemico (che è quello da sempre: siamo da sempre in guerra con l'Estasia e alleati dell'Eurasia. O viceversa. Vedi alla voce mediocrizzare-disinformare).

3. Graduare.
Questo è un elemento di retorica già antica, contenuto nella novella della rana che, se gettata in un paiolo d'acqua bollente, ne fugge con un balzo: ma se immersa nell'acqua fredda scaldata gradatamente, muore bollita. Fuori di metafora: la gradualità con cui una novità prima inaccettabile viene introdotta è fondamentale per favorirne l'accettazione. Anche su questo, è abbastanza evidente come certi cambiamenti sociali "guidati" vengano introdotti in modo progressivo.

Un comma di questo principio, raramente ricordato, è quello che tende a proporre due opzioni in realtà squilibrate come entrambe possibili, per far parere una terza opzione come "giusto mezzo". Volendo ad esempio finanziare una guerra, si pone il conflitto tra le due opzioni tesi-antitesi della neutralità e dell'intervento diretto con l'invio di truppe di terra (il "foot on ground"); così appare come moderata la terza opzione "di sintesi", quella che propugna di partecipare, ma inviando solo truppe aeree e un cospicuo finanziamento.

Anche in Orwell è presente, tutto sommato, questo tema: le razioni di cibo vengono progressivamente ridotte, dichiarando ogni tanto un (inesistente, nella serie storica) aumento della produzione e fornitura: cosa più difficile nel caso di taglio drastico.

4. Differire
Un corollario del "graduare" è il differire. Presentare certi provvedimenti come drastici e inevitabili, ma tra un numero sufficientemente ampio di anni. Questo produce rassegnazione e assuefazione, perché non si protesta per un rischio ritenuto lontano nel tempo, o comunque in misura molto minore.
Forse è l'unico elemento per cui non ho trovato un parallelo orwelliano così significativo: ma, del resto, Orwell descrive una società "punto di arrivo" quasi perfetto.

5. Infantilizzare
L'ipersemplificazione nella comunicazione serve a ridurre le possibilità di pensiero. "Lo schiavo conosce trecento parole, il padrone tremila" recita un detto africano; in Orwell, la semplificazione della neolingua è essenziale.

In questa seconda parte molto del decalogo definisce il decalogo stesso, che semplifica in modo abnorme (anche se non del tutto inefficace) il messaggio di Chomsky.

6. Emozionare.
Ovviamente, un corollario dell'infantilizzazione è lo spostamento del tutto sul piano emotivo, usando un linguaggio mai neutro ma sempre fortemente connotativo. Tutta la Hate Week è basata su un condizionamento emotivo, e anche oggi, singoli casus belli sono esasperati in modo iper-enfatico per alimentare conflittualità strategiche (mentre, se necessario, altre vittime possono essere derubricate a irrilevanti: e magari ci si accanisce per un singolo caso mentre si liquidano come effetti collaterali irrilevanti centinaia di morti in un altro).

Il contesto in cui è posto il decalogo è sempre di enfasi ("leggete, prima che lo censurino" è di solito il lead più blando: "mi chiedo come mai non abbiano ancora ammazzato Chomsky" quello più tipico).

7. Disinformare.
Al di là di quanto è strettamente necessario per i propri interessi, mantenere sempre nell'opinione pubblica una conoscenza lacunosa delle questioni, specie per quanto riguarda i dati disponibili, che devono essere sempre vaghissimi, indicativi e falsati ogni volta nella direzione che interessa, scegliendo il dato opportuno. Su questo, 1984 è cruciale, il tema pervade tutta l'opera: trovo quasi sperimentale, inoltre, che a ogni breaking news nel mondo reale si diffonda quasi sempre (quasi a fini sperimentali, ma cadremmo nel complottismo) qualche filmato, video, immagine completamente falso, poi smentito (con molto meno clamore) in un secondo tempo.

Il decalogo disinforma, in quanto prende Chomsky e lo contamina con molto complottismo di bassa lega (che qui ho purificato: la semplificazione senza disinformazione non basta, difatti, nelle strategie del decalogo stesso).

8. Mediocrizzare.
Un corollario della disinformazione è porre comunque la mediocrità e l'approssimazione come fatti positivi, e ogni tentativo di ragionamento rigoroso come paranoia da nerd o noioso intellettuale. Su questo punto trovo i nuovi media siano ancora più efficaci di quelli tradizionali: per quanto la sintesi che essi impongono possa anche essere sinonimo di efficacia, spesso per molti diviene approssimazione. Tema connesso strettamente con l'altro, e cruciale in 1984 soprattutto distruggendo il pensiero con la neolingua, che descrive (encomiasticamente) questo comportamento come Ocolingo, Goospeach, "starnazzare come un'oca".

Similmente, nella cultura internettiana diventa il LOL, Laughing Out Loud, "ridere a crepapelle" presentato come il massimo scopo della vita (il troll medio fa del "I did it for the LOL" la sua bandiera personale). Il che non è esattamente rispondente alla cultura classica del risus abundat in ore stultorum.

Lo stesso decalogo mediocrizza, fa credere di essere fini esperti dopo aver letto due righe malamente attribuite a Chomsky (che il mediocre complottista non ricorderà, dicendo però "ho letto studi scientifici, di Chomsky stesso, che provano che..." e qui aggiunge le sue teorie, a scelta).

9. Colpevolizzare
Una volta reso mediocre, il pubblico va anche fatto sentire colpevole della sua mediocrità, e ritenere quindi che si merita il declino economico spesso programmato dal sistema neoliberista.
Anche in 1984, specie nel finale, diviene cruciale colpevolizzare il protagonista per la sua malvagità. Verrà ucciso (ci si lascia pensare) quando finalmente giunge ad amare il Grande Fratello, piangendo per averlo tradito: prima sarebbe un - pericoloso anche se inutile - martire.

10. Conoscere.
Ultimo ma non ultimo, conoscere il pubblico meglio di quanto il pubblico conosca sé stesso è uno dei fondamenti della comunicazione moderna, ed è il fondamento che permette i nove punti precedenti, usando in modo scientifico tutte le ricerche socio-psicologiche disponibili (anche qui, i social network con la loro auto-schedatura de facto contribuiscono a un salto di qualità al proposito).
Anche qui, la società di 1984 ha tecniche avanzatissime di controllo mentale, che non necessariamente usa (a Winston viene fatto veramente vedere, con un trucco ipnotico, che 2+2=5).

*

Insomma, il "Decalogo dello Pseudo-Chomsky" presenta molti tratti di 1984, o meglio: evidenzia di fatto gli elementi comuni tra le due opere, ovvero gli elementi comuni tra un regime dichiarato e ostentato, come quello del Big Brother, e uno dissimulato e nascosto.

Resta ad esempio fuori dal decalogo un principio che emerge, tra gli altri, nelle opere chomskiane, ovvero il principio per cui il primo punto, il distrarre per sovra-informazione, permette di fingere di essere oggettivi. Le notizie sgradite non sono strettamente censurate (come invece in 1984): vengono date, ma dissimulate in un profluvio di altri dati inutili.

Così formalmente le si sarà fornite, difendendosi da chi accusa di manipolare l'informazione ("a p. 19, colonna 8, riga 4 la notizia c'è: colpa vostra che non leggete"). Potremmo riassumerlo con: dissimulare. In un certo senso, è il vero decimo precetto, rispetto a quello di conoscere, che è preliminare rispetto a tutta l'operazione.

Insomma, comunque sia il decalogo ha una sua funzionalità, un primo strumento per muoversi nel decrittamento dei media. Eccolo qua sintetizzato, anche con una opportuna infografica.

IL DECALOGO DELLO PSEUDO-CHOMSKY


Distrarre
Risolvere
Graduare
Differire
Infantilizzare
Emozionare
Disinformare
Mediocrizzare
Colpevolizzare
Dissumulare.



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