Il vescovado di Mondovì


LORENZO BARBERIS

(Appunti per una visita guidata da tenersi a Piazza, nel contesto della presentazione di DKMO).

Il Vescovado monregalese si trova in via Francesco Gallo a Piazza, alle soglie del giardino del Belvedere, creato attorno la Torre civica oggi simbolo della città. Poco prima vi è la Cattedrale, l'Oratorio di Santa Croce, l'Academia Montis Regalis, un complesso di edifici religiosi connessi alla presenza vescovile, qui edificati però in un periodo successivo, dopo che nel 1573 i Savoia fecero abbattere la prima cattedrale (creata nel 1388, e il cui edificio era stato rinnovato verso il 1500) per creare la loro cittadella militare.

Il vescovado invece aveva sede già qui, presso alcuni edifici acquisiti a tale scopo dalla città dalla famiglia Borghese che li possedeva, per ospitare il primo vescovo Domenico Zoagli e quelli che sarebbero in seguito venuti.



L'8 Dicembre 1560, quando Mondovì diventa sede di università, la prima sala divenne la Sala delle Lauree dell'ateneo monregalese, e dal 1566 fino al 1719 il palazzo ospita le cerimonie di laurea delle facoltà di Legge, Medicina e Teologia.



Il vescovo Giovanni Antonio Castrucci fece realizzare i primi dipinti sul finire del '500: raffiguravano le figure illustri della città, nell'attuale Sala delle Lauree. Vescovi di Mondovì, ma anche illustri prelati monregalesi, a partire da Francesco Morozzo che fu vescovo d'Asti nel 1375, e altri concittadini celebri.

In grandi medaglioni d'oro sono celebrati i filosofi principali dell'antichità, studiati presso l'ateneo monregalese.

Un ruolo particolare ebbero Pio IV, che istituì l'università di Mondovì, San Pio V, vescovo monregalese durante l'università e poi massimo pontefice della Controriforma, ed Emanuele Filiberto, duca di Savoia all'epoca, inizialmente raffigurato a cavallo (ora in armatura, ma in piedi in un rimaneggiamento successivo).

Anche il vescovo Ripa, verso il 1641, commissionò altri rifacimenti, seguito dal vescovo Isnardi nel 1711, poco prima della soppressione del diritto di emettere lauree.

Isnardi fece aggiungere i ritratti della Madonna di Vico, dei papi Urbano VIII, che aveva concesso a Mondovì il titolo di città, e l'attuale versione dei dipinti di Pio V ed Emanuele Filiberto.

Sotto il vescovo Antonio Maria Corte e il vescovo Casati ci fu un ulteriore rifacimento, a fine '700 (1785 c.), quando ormai la sala aveva una funzione solo vescovile. Vi lavorarono l'architetto alessandrino Giuseppe Castelli e quello monregalese Michele Merlo, oltre a pittore napoletano Angelo Persico (1793).

Vi sono, nel complesso, sessantasei ritratti di monregalesi, ognuno accompagnato dall'arma famigliare e dalla legenda.



La Sala dei Vescovi contiene i ritratti dei vescovi che succedettero allo Zoagli, e per quanto di grande interesse storico locale, è quella meno rilevante sotto un prospetto strettamente artistico, per quanto contenga comunque decorazioni di pregio.



Publio Decio Mure, consultati gli aruspici, riceve l'interpretazione del suo sogno che confermano la necessità di morire in battaglia per salvare la patria.


Decio esorta i soldati e poi sale a cavallo per affrontare l'esercito nemico da solo, con una morte eroica che porterà i romani alla vittoria.


La scena decisiva, del Rubens, assente a Mondovì: Decio muore in battaglia.

La Sala degli Arazzi, infine, è la più interessante: presenta quattro grandi arazzi tessuti ad inizio Seicento dal maestro fiammingo Van Den Hecke ed acquistati ad inizio Ottocento a Parigi dal vescovo Pio Vitale. Rappresentano alcuni episodi raccontati da Tito Livio della guerra del generale romano Publio Decio Mure contro i latini.

Decio Mure, esempio di virtù civile, si era immolato agli dei Mani protettori della patria in sacrificio per ottenere la vittoria. Un eroe pius, come Enea, che quindi nell'esaltare la virtù civica conferma anche quella religiosa: un acquisto prezioso per il vescovado, che ne fa quasi simbolicamente in fulcro della città.

Così ne parla Tito Livio nella sua Historia Ab Urbe Condita.

Publio Decio, al quale fu aggiunto il soprannome di Mure (Mus, muris = topo), fu tribuno militare al comando del console Valerio. Poiché una volta l’esercito romano era stato chiuso in una strettoia, Decio occupò una collina che dominava dall’alto l’accampamento dei nemici, con il suo repentino arrivo atterrì i nemici e diede al console la possibilità di trarre l’esercito in una posizione più favorevole. Perciò dall’esercito gli fu attribuita  la corona civica che di solito veniva assegnata a coloro che avessero liberato i cittadini da un assedio. 

In seguito fu console insieme a Manlio Torquato nella guerra latina. Allora, poiché entrambi i consoli avevano saputo dai rispettivi sogni che sarebbe stato vincitore quel popolo il cui comandante fosse perito in battaglia, si accordarono fra di loro che quel console la cui ala fosse in difficoltà sul campo di battaglia si consacrasse agli Dei Mani per fare salva la patria. Publio Decio, quando vide la sua parte ritirarsi, consacrò se stesso e i nemici agli dei Mani. Balzò armato a cavallo e si spinse in mezzo ai nemici che tutti quanti fecero impeto verso di lui. Alla fine crollò coperto di dardi e combattendo con grande accanimento, e in questo modo diede la vittoria alla sua patria.

I cartoni sono di Rubens e si trovano alla Galleria dei Principi di Liechtenstein a Vaduz, mente i modelli sono alla National Gallery of Art di Washington.



 Nella sala è esposto anche un crocifisso in avorio attribuito al Bernini, commissionato da papa Urbano VIII e donato nel 1826 al vescovo Buglione di Monale. L'opera è pregiata e, in ogni caso, singolare: essa infatti si compone di un pezzo d'avorio unico e, per tale ragione, non mostra il crocifisso nella posa convenzionale ma con entrambe le braccia fissate in alto, secondo la modalità sostenuta da alcune dottrine protestanti, tra cui i testimoni di Geova. La croce rimane però tale.

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