La vita non è un film di Doris Day


LORENZO BARBERIS

(per Margutte.com)

Bello spettacolo teatrale al Teatro Baretti di Mondovì ieri sera.

La stagione 2015/16 si è degnamente conclusa con questo recupero, mentre l'ultimo spettacolo avrebbe dovuto essere quello dedicato alla rilettura di Masoch, non molto gradita a una parte del pubblico (personalmente, invece, l'anno prossimo voglio la chiusura con la rilettura teatrale di Sade).

Anche quest'opera di Mino Bellei però non lesina nulla in quanto a divertita crudeltà: la chiusura cita, e in modo non incongruo, l'Inferno in una Stanza di Sartre.

Tre arzille e incarognite sessantottenni (anche se la padrona di casa, Amalia, attricetta ormai ben oltre il viale del tramonto, se ne toglie a decine ogni volta) si incontrano periodicamente a casa di una di loro per malignarsi a vicenda, costrette dall'abitudine e dal fatto che nessun altro le sopporta, come confida Augusta, la più scorbutica delle tre.

Ma se la gretta avidità di Augusta è fin da subito vistosa, anche la vacua piccolo-borghese Angelina mostra ben presto la propria tirchieria ossessiva, mentre la stessa Amalia, alla fine, mostra la falsità della sua ostentata gentilezza teatrale quando si scopre che è lei la padrona che sfratta Angelina dalla propria casa (sia pure se spinta, a sua volta, da Augusta, che per pura speculazione ha sfrattato lei).

La cena di Natale delle ex compagne dalle elementari finisce quindi per diventare un match di pugilato (e non in senso figurato: volano proprio pugni - nei guantoni da boxe, per giunta) e la riconciliazione finale (con cui Augusta lascia intendere di non sfrattare Amalia, che a sua volta non caccerà Angelina, si presume) è solo perché al di là dell'orrore delle maschere c'è l'orrore del nulla, che è ancora peggiore, e a settant'anni (ma anche a quaranta, credo) è troppo tardi per abbandonare il cerimoniale delle relazioni in cui ci si è incastrati.

"Non ti sopporto quando ti incespichi nei tuoi ragionamenti alla Pirandello" è infatti l'accusa che Augusta rivolge ad Amalia: ma proprio Pirandello è una chiave che permette di capire questo spietato (e divertentissimo) giuoco delle parti; forse quella più ovvia ed evidente.

Più originale ci pare il rimando, lasciato tra le righe, all'altro grande pilastro del Novecento italiano, "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo: come le tre figlie dei Malfenti che egli ama ed insidia, a modo suo (la piccola Annina, ancora alle elementari, è fuori dall'equazione, anche se si diverte a terrorizzarla con la sua "faccia da pazzo") che per un risparmio borghese (mentale, più che economico, sul corredo) hanno tutte A. come iniziale. Una, quella che Zeno alla fine, controvoglia, sposerà, è proprio Augusta (le altre sono Ada ed Alberta).

Anche qui infatti abbiamo lo spaccato impietoso delle miserie comicissime della borghesia italiana: e quindi anche questo ritratto al vetriolo non può far meno di prestarvi un omaggio.

Ma al di là di queste connessioni che, letterariamente, ci piace evidenziare, resta uno spettacolo brillante e divertentissimo, un fuoco di fila di gag adorabilmente malvagie che lasciano indubbiamente lo spettatore nel pieno della soddisfazione mentre - come sempre il buon teatro riesce a fare - gli offre un perfetto specchio in grado di riflettere il suo Io più vero.


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