Dylan Dog 357 - Vietato ai minori


LORENZO BARBERIS.

Non importa come, le fauci della morte 
prima o poi ci raggiungeranno tutti,

e tocca al fumetto raccontare questa verità. 
Le opere che lei ha appena visto 

la raccontano al meglio.


(Maximilian Reinardt in DD. 357, semi-cit.)

Spoiler alert: leggere prima l'albo.

Il Dylan Dog 357 continua la serie di copertine shock (per gli standard bonelliani) cui il Rinascimento Dylaniato ci ha abituati, a partire dal titolo, efficacemente illustrato da una cover di Stano che ricorda il dylaniano Saudelli per i temi (da poco apparso sul Color Fest) e il Frank Miller di Sin City, ovviamente, per la soluzione grafica. 

Del resto, sceneggiatore di questo mese è Pasquale Ruju, reduce da una brillante miniserie bonelliana come Hellnoir, che riprendeva, per tramite di Freghieri, disegni di forte contrasto chiaroscurale che non potevano non ricordare la città del peccato milleriana. Le promesse della copertina, comunque, saranno pienamente mantenute dall'albo al suo interno, raramente così splatter perfino nella nuova fase del personaggio.



Ai disegni interni, un ottimo esordio, quello di Davide Furnò e Paolo Armitano, che con Ruju, come chiarisce la prefazione del curatore Recchioni, avevano collaborato già a Cassidy, in questi giorni in ristampa di lusso in libreria, e anche qui servono perfettamente la storia col loro segno pulitissimo e inquietante, dai forti contrasti chiaroscurali anticipati dalla cover.

Si inizia subito con una colonna sonora a livelli alti, con "Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen" (La vendetta dell'Inferno ribolle nel mio cuore), la seconda aria della Regina della Notte nel Flauto magico di Mozart. Del resto le citazioni della classica sono frequenti in Ruju.

L'alto è subito sposato col "basso", come tipico del miglior Dylan delle origini, e assistiamo così a una scena splatter di buon livello, anche se metanarrativa (bella la "semi-splash page" a p. 8).

Anche il gioco tra i vari livelli di finzione letteraria è un marchio di fabbrica della testata (specie tra cinema e fumetto, il "cinema di carta" di Pratt), e Ruju ci si muove fin da subito abilmente con l'intervento di Dylan che cambia nuovamente le aspettative dello spettatore su finzione/realtà, e ci ripiomba immediatamente nello splatter da snuff movie.

Un flashback ci riporta all'inizio della storia (bella 14.vi: "Possibilmente evita battute come... bloody hell!": Dylan sorpreso dall'arrivo della cliente, a un primo livello, ma anche l'ironia sulla nuova esclamazione, poco amata dai fan storici).



Ma i simbolismi dissimulati nell'albo sono anche più sottili e significativi. In 21.iii, l'oscuro destino che incombe sulla diva al tramonto è suggerita anche dal manifesto col Baphomet dei tarocchi che è posto alle sue spalle. Il demone porta aggiogati un uomo e una donna, ma la donna non c'è e il suo posto è occupato da Vanessa Wilson.

Bella la sequenza splatter 23-25, a bordi smussati. Ruju gioca da maestro su una convenzione Bonelli (che a me piace poco), nata dalla necessità di rendere il più chiaro possibile la tipologia delle varie sequenze. Prima, ovviamente, non la ha adottata (vedi 5-8), mentre qui la usa: toglie così il dubbio che sia la realtà in cui vive Dylan Dog, ma gioca sul confine tra film e sogno.

Fumetto / Sogno / Cinema (traumfabrik, la "fabbrica dei sogni" secondo una antica definizione) divengono i tre livelli intersecati nella storia.

Su questo gioco metaletterario opera magistralmente anche tavola 29, prima di lanciare Dylan Dog in una delle sue rare trasferte (in questo caso, Los Angeles, dove non era ancora mai stato - 32.i) pur avendo già visitato New York e il New England di Lovecraft.

La colonna sonora diviene Pitbull (un altro Dog, in fondo), che crea un bel contrasto con la classica d'esordio e richiama il tema cinematografico dell'albo ("let's make a movie").

Altra battuta metafumettistica in 35.iii, e poi a metà albo arriviamo al dunque, allo show dell'Emperor anticipatoci già dalle prime vignette.


Reinardt, il gran maestro dei Bloody Awards che avevamo già visto nelle prime tavole, è ricalcato sul presidente Snow di Hunger Games, citazione coerente.

"Dead Leaves" dei Sentenced fa da colonna sonora all'avvio della rassegna, che mostra a p.60 l'inverarsi del più grande mito sul mondo del cinema (specie horror). Il discorso di Reinardt è particolarmente affascinante (p.64): appassionata e colta difesa dell'orrore, potrebbe divenire (tolto l'elemento mitologico dello snuff) una difesa della tradizione dell'orrore più spietato, vista talvolta nel Dylan Dog sclaviano delle origini.

La raffinatezza sta nel mettere questo discorso (che, riferito all'horror, io stesso sottoscrivo pienamente) nelle vesti di una degenerazione mitologica del colto appassionato del genere, lasciando un subliminale dubbio nel lettore: l'ossessione per una figurazione "adulta" dell'orrore è sempre motivata e giustificata, o include un certo cinismo nel pubblico e il gusto gratuito per lo spettacolo della violenza?



Il rovesciamento finale (necessario e inevitabile, e ripreso da un capolavoro di Tarantino come "Bastardi senza gloria", che a sua volta citava il finale di Metropolis) è particolarmente efficace in un passaggio come 81.v-vi, in cui è disvelata l'ipocrisia del cinismo dei cultori dei Bloody Award: l'iperviolenza affascina finché è separata da uno schermo (non solo quello del cinema o della carta) dalla nostra esperienza reale. In qualche modo, un manifesto della nuova fase dylaniata, che ha promosso un ritorno dell'orrore (e dell'eros) ma finalizzato alle esigenze della narrazione, senza eccessive concessioni gratuite.

L'albo procede poi verso il classico twist finale; l'ultima pagina, molto metafumettistica, esplicita con l'ultima vignetta l'insistito parallelo tra cinema e fumetto d'orrore che tutto l'albo conduce con grande abilità.

Un metacinema che ricorda quello recentemente apparso su DD ne "Il Generale Inquisitore", ma che è parte della grande tradizione del personaggio (fin da N.1, p.10.iii). Non ci resta che attendere il prossimo albo dylaniato, che promette di nuovo bene (la cover pare quasi richiamare la p.48 di questo albo, in antifrasi) e, almeno personalmente, il prossimo capitolo di Hellnoir, se mai Ruju e la Bonelli vorranno regalarcelo.


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