The Mexican Standoff


LORENZO BARBERIS.

Lo "stallo alla messicana" è una situazione cinematografica (ma prima letteraria: il termine è introdotto in un racconto western del 1876) in cui due persone (o più, nel virtuosismo) si tengono reciprocamente sotto tiro.

Secondo molti è anche un riferimento alla guerra tra USA e Messico, nel 1848; in ogni caso, la citazione più o meno colta diverrà diffusa nel caso della crisi di Cuba del '62, che è un "mexican standoff" ad almeno quattro soggetti direttamente coinvolti, USA, URSS, Cuba ed Europa. Sostituendo alle pistole le armi nucleari, Cuba puntava la pistola alla testa degli USA per ordini dell'URSS, che a sua volta però aveva puntata alla tempia la pistola tenuta in mano dai paesi Nato europei (Italia in primis). In un film normalmente tutti stanno per posare le armi quando il cazzone di turno commette un errore e si inizia la sparatoria ("se c'è una pistola, deve sparare", prima legge della cinematografia, almeno quella popolare), in quel caso per fortuna andò diversamente e tutti abbassarono lentamente i missili atomici senza farsi del male.

(Giachetti nella sua auto-caricatura come portantino di Renzi)

L'Italia dopo i ballottaggi mi sembra un Mexican Standoff, di quelli particolarmente intrecciati. Teniamo conto solo delle principali città, quelle che contano di più mediaticamente (le periferie hanno certo un loro peso, ma nella comunicazione spariscono).



A Roma Virginia Raggi ha praticamente vinto, con il 35 per cento contro il 25 di Giachetti: il 20 della Meloni non può certo confluire sul PD, tanto più che Salvini ha già dichiarato il suo endorsement alle due candidate grilline.


Se Salvini e Meloni vogliono fondersi in una sorta di Front National italiano (il movimento dei Le Pen era nato a imitazione del partito poi rottamato da Fini), cosa che rappresenta la loro unica speranza su un piano nazionale, la Meloni stessa non può opporsi più di tanto a questa strategia. Berlusconi, che invece deve fermare tale piano ad ogni costo, per restare disperatamente sulla scena politica come il più imbolsito dei Re Lear, può al limite far confluire il suo 10 per cento sul PD, con scarsi esiti.



Al tempo stesso, per Silvio salvare Milano sarebbe essenziale, essendoci in loco l'unico candidato simil-berlusconiano al ballottaggio, nella capitale (im)morale d'Italia che da sempre è la massima ridotta dell'uomo d'Arcore. Sala e Parisi sono però inquietanti per quanto siano identici, anche fisicamente: due manager maschi di mezza età (unico grande comune dove è assente la presenza di una donna giovane in qualche schieramento importante) indistinguibili in ogni aspetto, il sogno dei cinque stelle, la visualizzazione dell'identità (in verità ormai superata dall'evoluzione politica) del PD/PDL. Io stesso farei fatica a dire chi è Sala e chi è Parisi, forse quello di sinistra ha la cravatta rossa, ma non ci giurerei.

Il 4 per cento della sinistra risulta utile a questo punto di quasi pareggio, mentre i grillini non possono ufficialmente spostare il loro 10 per cento. In teoria gli converrebbe convergere anch'essi al "tutti contro Renzi", ma non dichiarandolo in modo plateale, essendo in contrasto con i loro principi schierarsi tra destra/sinistra, per loro parimenti superate. Milano è quindi la città che Renzi può più credibilmente tenere, il gol della bandiera per evitare che si apra nel PD una notte dei lunghi coltelli contro di lui.


Per paradosso, la Milano tradizionalmente berlusconiana (e prima craxiana...) è ora l'unica possibile roccaforte di Renzi; perché se a Torino Fassino è teoricamente in testa e stacca di dieci punti la Appendino, 40 a 30, la "alternativa Chiara" recupera subito i quasi 9 punti percentuali della Lega, che dichiara il voto in suo favore (e forse anche qualcosa dalla destra in generale).



Napoli pare destinata a restare sotto l'ex magistrato De Magistris, che si era distinto in attacchi particolarmente violenti contro Renzi, mentre Valeria Valente è l'unica giovane donna scesa in campo a deludere come risultati: rottamato Bassolino, il PD napoletano è al 10 per cento, e il ballottaggio contro l'anonimo candidato di destra pare destinato a una vittoria in questo caso scontata (né il PD, né i cinque stelle hanno qui una ragione di esporsi in favore di un candidato molto distante che non ha possibilità concrete di vittoria; in più, De Magistris "fa parte a sé stesso", la sua vittoria è cruciale a Napoli, meno sul piano nazionale).


Queste le quattro città principali (Roma, Milano, Napoli, Torino, in ordine di importanza simbolica) che da sempre sono una cartina al tornasole importante fin dalle prime elezioni con ballottaggio (il movimento del cosiddetto "partito dei sindaci" del PDS, che avevano vinto a Torino, Napoli e Roma nel 1993, segnando l'apparente avanzata della sinistra post-tangentopoli).

Un valore importante ha anche Bologna, che però pare significativa solo se viene persa dalla sinistra, come avvenne con Guazzaloca. Il sindaco uscente Merola (non Mario) è favorito, ma la sfidante leghista Lucia Bergonzoni, l'ennesima giovane donna emergente di queste elezioni, potrebbe avere qualche minuscola chance. Ai grillini non conviene particolarmente appoggiarla in chiave anti-Renzi (non è una vittoria/sconfitta così nettamente renziana, in ogni caso), a Berlusconi conviene assolutamente che perda (worst scenario berlusconiano: unica vittoria a destra quella leghista a Bologna, indipendentemente dalle performance altrui altrove).

Insomma, Bologna è interessante perché conferma l'elemento di una ascesa di personaggi giovani e femminili in questa tornata, segno evidente di una modernizzazione del paese, ma non aggiunge molto, in questo caso, allo scenario globale.

Il mexican standoff quindi è immobile (all'apparenza) per altre due settimane. Ognuno ha la sua agenda, e a seconda di come si sviluppa, potrebbe cambiare totalmente lo scenario.

Renzi: scenario ideale vittoria a Torino, Milano e Roma. Napoli è anch'essa un po' fuori dai giochi, per l'autonomia (a sinistra) di De Magistris. Il peggio per Renzi è che il referendum di ottobre era stato lanciato come un presidenzialismo del "sindaco d'Italia", anche per la sua identità, appunto, di Sindaco di Firenze ("capitale morale della nazione" per il Renzi che intrattiene la Merkel, non senza qualche ragione - non a causa sua, certo).

Se il PD di Renzi perde ai ballottaggi, come farà a vincere al Grande Ballottaggio? Il problema è che il modello Sindaco d'Italia era ideale per sfidare l'Altro Matteo, Salvini, cui un Renzi onnipresente destinava più tempo che a sé stesso sulla "sua" RAI ("il mio avversario ideale", diceva). Salvini però cincischia e non apre, non fonda con Meloni quel Fronte Nazionale italiano che serve a Renzi come avversario del suo "Partito della Nazione" (magari in quel caso gli cambierebbe nome). Così al Sud è inesistente e anche a Nord non raggranella i voti dell'ex-centrodestra. Renzi deve affrontare così i Cinque Stelle, che col "soccorso verde" di Salvini diventano molto minacciosi.

Come in ogni film hollywoodiano, il giovane wolf of wall street che ha cercato di rinnovare la Ditta quotandola in borsa potrebbe cadere vittima delle sue stesse manovre speculative. C'è una sola cosa che salva Renzi: Bersani, Letta, D'Alema sono ormai irrimediabilmente coperti dalla polvere secolare della prima repubblica. Però anche il Matteone nazionale potrebbe cadere vittima di una insospettabile mossa Kansas City a suo svantaggio.



*

I Cinque Stelle hanno già vinto: Roma basterebbe come vittoria, essendo la capitale, Torino sarebbe la ciliegina sulla torta, e poi se Renzi perde anche Milano, meglio è. Un PD grigio-casta con un pignolo burocrate come Letta sarebbe uno scenario per loro ottimale, a meno che il PD non faccia l'unica cosa razionale, come detto sopra.



La destra arranca in terza posizione disordinata.
A Silvio B. serve vincere Milano, e che il giovanotto maleducato non conquisti nemmeno Bologna. La sua Meloni non ce l'ha fatta (per poco) a Roma, anche grazie allo sgambetto di zio Silvio, e Silvione potrebbe sopravvivere per un altro po', sempre in debito d'ossigeno, ma sempre in campo, finché salute permette.  Però ormai per la destra il Cav. B. è una palla al piede, l'ostacolo a un Front National populista unica speranza di sussistenza. A regime, forse, Salvini stesso si scoprirebbe rottamato per la sua matrice di leghista estremo (o anche di leghista tout court) indigeribile a Sud. Forse proprio la Meloni, tra le figurine presenti in campo, potrebbe essere una possibile frontwoman.

In ogni caso per ora il carillon sta ancora suonando.
Nessun contendente può rilassarsi.
E tra un paio di settimane, vedremo chi sarà ancora in piedi.

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