Raccontare. Cinzia Ghigliano e Marcello Piccardo a Mondovì.



LORENZO BARBERIS

Bella mostra quella che si è tenuta, dal 9 al 28 luglio 2016, presso l'Antico Palazzo di Città di Mondovì a Piazza. L'esposizione, organizzata dagli Amici di Piazza col patrocinio del comune e della Fondazione CRC, ha messo a confronto due i due diversi modi di "Raccontare" (questo il titolo della mostra) tramite il connubio di immagini e testo.

Da un lato, il raccontare del "bambino permanente" in Marcello Piccardo, pedagogista ed artista a tutto tondo che ha messo la sua grande esperienza nel campo della comunicazione al servizio dei bambini, consentendo loro di farsi parte attiva nel processo creativo e non solo ricettori passivi di prodotti confezionati dai mass media.

Il segno di Piccardo, che era già stato presentato anni fa in una prima esposizione monregalese dedicatagli (l'autore ha infatti vissuto a Mondovì), è particolarmente efficace nel cogliere, tramite una sintesi estrema, l'essenza delle cose che va a narrare, mostrando una consapevolezza notevole del segno grafico e fumettistico (i suoi lavori in mostra datano agli anni '50), sia che mostri le proprie vicende domestiche con un garbo poetico e una leggerezza impagabile, sia che illustri il processo creativo dei suoi laboratori audiovisivi rivolti ai bambini.

Piccardo è un autore di enorme interesse, che ha all'attivo collaborazioni prestigiose con i più grandi nomi del panorama culturale dei suoi anni (primo fra tutti Bruno Munari) e che indubbiamente meriterebbe una maggiore riscoperta, innanzitutto a livello monregalese.

L'abilità nel narrare per immagini e parole propria di Piccardo torna anche nella serie che ho trovato più affascinante, per certi versi purtroppo molto moderna, in cui l'artista si domanda e domanda allo spettatore quale sarà la fine dell'Uomo, per poi chiudere con un finale ironico e profondo al tempo stesso: la fine (e il fine) dell'Uomo sarà sempre la Donna. Sdrammatizzazione ironica, certo, ma anche un modo per riflettere sul fatto che per evitare di far giungere la "fine dell'Uomo" in senso tragico è necessario un riequilibrio col principio femminile.




E, in qualche modo, la conclusione di questa storia di Piccardo ci porta perfettamente all'altra metà di questa mostra a due, l'esposizione delle tavole originali di Cinzia Ghigliano dedicate a "Lei", ovvero Vivian Maier, una figura affascinante di fotografa americana degli anni '50, che ha saputo effettuare un affresco incredibile della realtà del suo tempo tramite foto che, però, non giunse mai a sviluppare per problemi economici.

Vivian Maier non era infatti una professionista, ma una bambinaia che approfittava delle relative libertà di questo lavoro per dedicarsi alla sua grande passione, accumulando un patrimonio di rullini in cui appare uno sguardo incredibile sul mondo, scoperto solo di recente sul finire degli anni 2000, e sorprendentemente vicino alle ricerche più avanzate dell'estetica fotografica del periodo, lontana da ogni pittorialismo così diffuso invece, specie allora, nei "fotografi dilettanti" (Qui il sito ufficiale dell'artista).

Cinzia Ghigliano, che invece è una delle professioniste italiane più importanti del fumetto e dell'illustrazione (prima donna a vincere lo Yellow Kid, "l'Oscar italiano" del fumetto), ha voluto omaggiare l'autrice realizzando un volume illustrato per i tipi dell'Orecchi Acerbo, in cui è evidente come si tratti di tutt'altro che un "instant book", ma di un omaggio profondo e sentito (il volume ha vinto, tra l'altro, il Premio Andersen 2016 per il Miglior Libro fatto ad Arte).

La copertina del volume, riportata sopra, mostra Vivian Maier colta da davanti e da dietro, quasi a voler dare un ritratto completo dell'autrice che poi, all'interno, non apparirà più, privilegiando invece lo sguardo della sua fotocamera, che sarà invece protagonista dell'illustrazione. Da notare che anche nella cover gli occhi di Vivian sono chiusi: ella vede e comprende il suo mondo tramite la fotocamera (nel frontespizio, comunque, Vivian Maier alza lo sguardo verso il lettore, quasi interrogativa, come a ribadire che quella delle suo foto è una visione comunque profondamente "sua").



La storia all'interno ci è narrata da poche efficaci note in cui è la stessa macchina fotografica a parlare, mentre l'inquadratura della fumettista si stringe su di lei (Cinzia Ghigliano, attualmente più impegnata come illustratrice e pittrice, mostra sempre in modo discreto la sua grande padronanza del montaggio fumettistico).

La vicenda prosegue portandoci attraverso i luoghi fotografati da Vivian; Cinzia Ghigliano non sceglie la versione più facile di riprendere direttamente i luoghi dalle fotografie, ma offre sempre uno sguardo leggermente scaleno, reinterpretandole. Vivian non è mai "in campo"; ma la macchina lo è sempre, col suo occhio vertoviano, intermediazione tra il mondo e la "donna con la macchina da foto".

Vivian non appare mai direttamente: ma appare invece, come nelle sue foto, in una costante "mise en abime", rispecchiandosi nelle vetrate dei negozi, nella volontà di essere comunque parte, tramite la sua arte, del mondo che la circonda. Altre volte Vivian è un'ombra (sempre come nelle sue foto), ma un'Ombra gentile, rassicurante e protettiva, specie nei confronti dei bambini, di quel lavoro di bambinaia che è l'ombra, il doppio (in senso non inquietante, in questo caso: ma puramente fattuale) del suo essere fotografa.

Ma, soprattutto, a essere protagonista delle foto di Vivian e, quindi, delle illustrazioni di Cinzia, è la New York dei '50, città che Vivian amava e in cui era nata: nel docufilm realizzato sull'artista, e proiettato nella mostra, i suoi bambini ormai adulti, intervistati, si stupiscono di questo fatto, ritenendola, per le sue origini europee, anche nata in Europa.

La Ghigliano segue Vivian anche a Chicago, dove la fotografa interpreta i quartieri poveri dei neri d'America; giustamente conclude questo viaggio nella dimensione urbana, che è quella più propria e tipica dell'arte di Vivian Maier, senza includere il viaggio nel mondo da cui sono derivati altri scatti. In questo modo l'opera mantiene un perfetto equilibrio visivo, lasciando al lettore la curiosità di documentarsi ulteriormente, se lo vorrà, sulla sterminata produzione della fotografa.

Non resta che ringraziare Cinzia Ghigliano e Marcello Piccardo (e la sua famiglia) per l'affascinante mostra che hanno voluto offrire alla nostra città, nell'attesa di una prossima occasione d'incontro con la loro arte.

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