Libero Velo In Libero Stato


LORENZO BARBERIS.

La questione dell'estate, molto sentita in Francia e Inghilterra, dove sono appena stato - almeno stando ai giornali - è quella del Burkini Fashion (non il Burkina Faso, attenzione), che è stato da poco vietato in Francia, sull'onda del terrorismo dell'ISIS (vedi, ad esempio, qui).


Innanzitutto va premesso che il burkini (o, come dicono prevalentemente all'estero, burqini) è un'ossimorica fusione di burqa e bikini che nasce come marchio commerciale della designer Aheda Zanetti (qui il sito), ma non implica la copertura del volto. Il termine non aiuta, insomma, e meglio sarebbe il meno provocatorio veilkini della concorrenza.

A questo punto, non essendovi occultamento del volto (nonostante il nome), non mi pare ci siano i presupposti per vietarlo in nome della riconoscibilità del volto, e fatte salve eventuali normi igieniche o di sicurezza che, però, il burkini originario rispetta. Non c'è molto da discutere, su questo.


Il tema ha tuttavia un suo interesse in quanto aggiunge un nuovo capitolo a quello della visibilità del corpo femminile, tema centrale nella storia dell'Occidente e, ovviamente, centrale nella storia dell'arte, che è la ragione di queste mie poche annotazioni.

Già nella cultura greco-romana esisteva una Afrodite Pudica, che mostra come la nudità integrale maschile fosse più censurata nelle figure femminili, anche se di Dee e quindi sottratte alle comuni consuetudini.


Già presso la civiltà latina troviamo una figurazione di una sorta di Bikini Romano in alcuni mosaici d'età imperiale, che mostrano come la soluzione - a fronte di una nudità maschile integrale - fosse quella di una copertura delle aree strategiche.



Poi, con l'avvento del cristianesimo, la copertura del velo si fa consuetudine diffusa, anche sulla scorta del velo di Maria (di origine ebraica), confermata anche nell'arte sacra, dalla longobarda Ara di Ratchis (700) fino ad Antonello di Messina ('400). Il corpo femminile, in arte come nella società, è coperto nel suo apparire pubblico, e la copertura dei capelli è, sebbene non obbligatoria, commendevole. Ci si copre i capelli in chiesa, le suore si coprono i capelli, il modello femminile assoluto di Maria (madre ma vergine) ha il capo coperto, e frequente nelle acconciature medioevali l'uso delle velature. Insomma, il velo non è così prescrittivo come nell'islam radicale, forse anche per la maggior contaminazione con il passato pagano: ma esiste e pesa.



L'esplosione della nudità del corpo femminile avviene, in occidente, molto prima in arte che nella società. La Venus pudica si impone in arte con Botticelli (1478), ma la sua figurazione è limitata all'idealità dell'arte classica, e non prende piede nella vita reale: quanto appare il "Déjeuner sur l'herbe" (1863) di Manet, donna nuda reale in contesto reale, è ancora uno scandalo.


Così, quando con fine Ottocento / primi del Novecento rinasce il culto del bagno in mare, con fini terapeutici che mascherano quelli ricreativi, abbiamo costumi castigati non lontanissimi dal veilkini.

I ruggenti anni '20 segnano una svolta del costume anche in questo ambito (una "svolta del costume" in senso vero e proprio, appunto) e inizia una maggiore libertà nel vestiario anche marittimo (sono anche gli anni, ad esempio, in cui negli USA si sdoganano i "capelli alla maschietta").


Negli anni '30 si giunge al costume intero, che è ancora la "versione castigata accettabile" al giorno d'oggi.


Il bikini giunge nei primi anni '40, l'ufficializzazione degli stilisti di firma è del 1945, dopo gli esperimenti nucleari nell'omonimo atollo, a segnare una rivoluzione ancora più atomica, almeno nelle intenzioni.



Il topless si diffonde negli anni '60, prima come contestazione femminista alle imposizioni borghesi, con conseguenti roghi di reggiseni, poi dagli anni '70 in poi in modo sempre più dichiaratamente edonista.

Si giunge anche, sempre a partire dalla controcultura anni '70, al nudismo integrale o naturismo: la prima spiaggia dedicata è del 1978 (il movimento in sé è molto precedente, e risale come elemento elitario ai primi del '900).



Ma la fine dell'illusione di un "eterno progresso" che avrebbe portato al superamento di ogni censura nell'esibizione del corpo termina probabilmente nella decade successiva degli anni '80, anzi, proprio l'anno seguente, con quella Rivoluzione Teocratica (altro bell'ossimoro, altro che burkini) che nel 1979 trasforma la Persia in Iran. La sua manifestazione plastica è, appunto, sintetizzata di solito nel cambio dalla minigonna allo hijab; ma la versione balneare è appunto data dalla svolta dal bikini al burkini.

Una disillusione che gli occidentali potranno di fatto ignorare per tutta la durata degli anni '90, fino a quando, con gli anni 2000, il "clash of civilization" diverrà argomento quotidiano dal 2001 in poi.


L'ultimo caso è stato quello delle Olimpiadi 2016, dove è divenuto emblematico il match di beach volley Egitto-Germania. La foto-simbolo, va detto, è vistosamente ideologica, in quanto la donna tedesca è colta quasi preoccupata, spaventata, mentre la donna egiziana è bloccata in una espressione che sembra di ridente aggressività (anche se, in teoria, il punto sta per essere segnato nel suo campo, con un rovesciamento simbolico interno dell'immagine).


Il conflitto sul tema insomma è complesso e non verrà risolto oggi.

Ovviamente, al di là di dichiarazioni ad effetto, è pressoché impossibile "vietare di vestirsi" in luoghi pubblici. Inoltre, il veilkini stesso è visto da alcuni come una posizione "di mediazione": il fondamentalismo più radicale credo risolva la questione vietando tout court alla donna la spiaggia; consentire il veilkini permetterebbe di favorire una graduale commistione coi costumi occidentali.



Tuttavia, va detto che il veilkini è un fatto recente, derivante dalla nuova radicalizzazione dell'islam, non tradizionale: quindi, su questo, alcuni ritengono il cedimento pericoloso. Non sarebbe una reale tradizione, ma una sorta di "prova di forza", secondo i principi della "Finestra di Overton": un concetto fondamentale di psicologia sociale per cui le trasformazioni sociali in atto vengono graduate tramite prime vittorie parziali che rendono possibili successivi passi avanti, prima impossibili.

Il gradualismo di Overton (di cui parla in altri termini anche Chomsky) è stato in molti casi usato (ad esempio, nella riduzione dei diritti dei lavoratori dagli anni '90 ad oggi). Il rischio, dunque, è che una volta accettato come ordinario il burkini, si passi a usare questa base come punto di partenza per una nuova battaglia: ad esempio, limitare la libertà di vestiario dei non-islamici (considerando il "nuovo senso del pudore" ottenuto). 

Spesso nei paesi islamici laici (ad esempio, l'Egitto) è andata così, stando ovviamente alle fonti critiche. All'inizio il burkini sarebbe una isolata curiosità divertente, poi il piccolo gruppo del burkini comincerebbe a lamentare l'offensività della visione dei corpi svestiti, e quindi inizierebbero prima le critiche e gli insulti a voce, poi l'intervento di una informale "sharia police" volta a minacciare anche fisicamente chi non si adegua. Una infima minoranza estremista, ma agguerrita, determinata, supportata spesso da finanziatori abbienti e protetta da una legislazione inetta per volontà o per colpa, può così condizionare la maggioranza laica. Vedremo cosa accadrà da noi, dove le dinamiche saranno per forza in parte diverse (a favore di chi, però, difficile dirlo).

"Libero velo in libero stato", insomma, chioserebbe il conte di Cavour; e da liberali, adeguiamoci al motto del nostro padre della patria preferito. Che però, come noto, era un grande amante delle libere forme femminili.




Il monumento a Cavour del Dupré (non Dipré) a Torino.

Si dice che l'Italia procace in una posizione ambigua (specie vista di spalle) sia un ironico omaggio.

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