Dylan Dog Color Fest 18


LORENZO BARBERIS

Possibili spoiler: leggere prima l'albo.

Il Color Fest, giunto al numero 18, presenta in questo numero tre remake di storie classiche (uno, il primo, già edito). L'esperimento ritornerà in futuro con altre tre storie (una, probabilmente, è quella già apparsa, il Lungo Addio riletto dalla Barbato).



La nuova alba dei morti viventi

"La nuova alba dei morti viventi"
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Recchioni
Disegni: Emiliano Mammucari
Colori: Annalisa Leoni

La prima storia è il remake del numero uno, "La nuova alba dei morti viventi", ad opera dell'attuale curatore Recchioni, già utilizzata, come detto, per inaugurare, con un inedito, la collana di ristampe del Color Fest.

Ne avevo già scritto ai suoi tempi, su questo blog (qui l'articolo), e rimando a quanto già detto; aggiungo che Recchioni firma anche un'interessante prefazione in cui riflette sul ruolo del remake: oggi lo si critica ma anche molti classici anni '80 erano remakes. Tra questi, tra le righe, non si può non leggere un rimando allo stesso Dylan Dog, che con Sclavi aveva inaugurato una raffinata moda citazionista (a partire dal primo numero appunto, riscrittura di Romero).

Si aggiunge come valore speciale anche la copertina di Claudio Villa, copertinista del primo numero, che è una "mise en abime" della sua cover originaria del 1986. Egli la rifà pressoché identica, ma appare come un manifesto spiegazzato, un poster cinematografico ripiegato in quattro, rimandando ancor di più al discorso del remake.


Ho riletto la storia e non ho trovato nuove osservazioni da fare rispetto quelle originarie (magari le integrerò se emergerà online qualche discorso interessante, citando le fonti).


Diario degli Uccisori

"Diario degli uccisori"
Soggetto e sceneggiatura: Giovanni Eccher
Disegni: Bruno Brindisi
Colori: Sergio Algozzino

Anche la seconda storia è incorniciata da una "mise en abime", costituita in questo caso dalla splash page di apertura (un classico del Color Fest), che a sua volta incornicia la storia, che noi vediamo come proiettata su uno schermo dell'archivio della polizia, tra le prove del caso riesaminato, quello degli Uccisori, il celebre numero 5 di Sclavi e Dell'Uomo.

La citazione è qui per il "Blair Witch Project", sviluppato coerentemente con una griglia rigorosamente squadrata, dove ogni vignetta (un fotogramma del filmato) è identica nelle dimensioni alle altre.

Eccher segue il gioco di Recchioni e incastra una nuova storia in quella originaria (che mi è molto cara, essendo la prima storia che ho comprato di Dylan Dog). Marvin Kendall, una sorta di Troy McClure nell'universo dylaniano invece che simpsoniano (tra parentesi, anche McClure si collega in parte al fantastico, indirettamente: l'attore che lo doppiava e a cui era ispirato morì per via della famigerata Maledizione di Atuk) infatti appare anonimo anche nella storia originaria, dov'è l'uomo con bombetta che prima salva e poi tenta di uccidere Dylan.

Insieme a Paul, Spielberg dei poveri, al rasta Kevin e all'anonima Alicia, Marvin è uno dei quattro realizzatori di un documentario sugli Uccisori durante lo svolgimento dell'evento. Dylan Dog in questo caso resta "sullo sfondo" (letteralmente, in 39.vi).

Torna protagonista nell'incontro con Marvin (Eccher spiega anche il dubbio circa l'uso di un ombrello animato: è uno dei rari casi in cui l'uccisore usa davvero un'arma - sia pure mascherata - e non un oggetto comune).

La cosa conduce alla soluzione del caso, e l'ultimo incontro con Dylan è poco prima del finale, uno dei più particolari del personaggio, con un Dylan intenzionale omicida dei vertici della multinazionale che collabora con Xabaras. Questo Dylan viene spesso giustificato con un canone ancora non ben definito, e più legato a un certo "bondismo"; nel 2016 Eccher rende il tutto ancora più disturbante perché Dylan non uccide col suo gesto solo i colpevoli, ma anche degli innocenti (avvertendoli, ma in modo piuttosto blando).

Diabolo The Great

"Diabolo The Great"
Soggetto e sceneggiatura: Fabrizio Accatino
Disegni: Valerio Piccioni e Maurizio Di Vincenzo
Colori: Paolo Altibrandi



"Diabolo Il Grande", di Sclavi e Dell'Uomo, era stato il numero 11 della serie, nell'ormai lontano 1987. Una storia relativamente "minore", per quanto possa essere minore una storia del primo anno della vita del personaggio, e di Sclavi, poi.

L'incipit è in Texas, forse residuo di quando Dylan Dog era ancora ipotizzato come newyorkese, oppure no: comunque si comincia con una rara scena extra-Londra.


L'incontro tra il debole Diabolo ed Erich mostra subito un rimando rivelatore, nell'aspetto e nel nome di Erich, a "Il Grande Gabbo" (1929) di Von Stroheim, che è fortemente citato nella storia (anche qui, siamo vicini all'idea originale di reinterpretare i grandi classici horror del bianco e nero, dandogli una raffinata patinatura splatter).

Il personaggio di Dylan è già delineato nei suoi tratti: l'alcoolismo, da cui Groucho ha il compito di distoglierlo; più continuity di quel che vi sarebbe stata in seguito (ha incontrato Vivien alla festa di compleanno di Wells, lasciando intendere il prosieguo della frequentazione), il ruolo di Groucho nelle indagini, detective per lo meno pari a Dylan (è lui che trova la connessione decisiva sulla piuma, in un ironico manuale di ornitologia di Charlie "Bird" Parker), il lancio della pistola... Dylan richiama i "poteri esp del padre", mentre Bloch dichiara che "non ha mai ucciso nessuno in vita sua" e non intende farlo (sarà un elemento mantenuto in continuity? Non mi ricordo di una esplicita violazione. Accatino, nel remake, comunque mantiene la battuta).

Se Parker è riferimento ironico, Walter B.Gibson  è riferimento vero per la prestidigitazione. Il commento musicale, invece, è "Moon Over Bourbon Street" di Sting, in riferimento alla protestata innocenza di Diabolo (e all'alcolismo di Dylan).


Il remake è molto interessante per la variazione stilistica che introduce. Infatti la storia è presentata come apparsa su "Tales from the crypt", la rivista dell'horror americano della EC Comics di Gaines apparsa dal 1950 al 1955. Questa rivista è, per molti aspetti, una delle fonti principali per l'horror di Dylan Dog. Nata a colori, dopo le censure di Wertham chiuse ma rinacque in bianco e nero, come rivista, negli anni '60 col nome di Creepy. La rinascita dell'horror splatter negli '80 la omaggia con "Creepshow" (1982), di Stephen King e Romero: sono gli anni in cui va a incubare anche Dylan Dog, che a questo clima deve molto (lo Zio Tibia Picture Show televisivo è del 1989-90, quindi successivo).

Accatino, autore estremamente abile nel dettaglio psicologico, sembrerebbe meno adatto a questo lavoro, e invece no: lui per i testi Piccioni-Di Vincenzo per i disegni (con i colori di Paolo Altibrandi) fanno un lavoro perfetto nel riprodurre le atmosfere di quel tipo di rivista, riproducendole ogni stilema, visivo e testuale, restando al contempo fedelissimi (è il gioco implicato) alla storia originaria. Oltre alla loro bravura, gli autori evidenziano quanto è profondo il debito di certo Dylan (e di sicuro questo Dylan) rispetto ai modelli apparentemente desueti.

Una maggiore verbosità di questi fumetti e il montaggio di tavola claustrofobico e affollato (solitamente sette vignette per pagina, "a mattoncino") è utile a "riassumere" la storia con più dialogo e didascalia di quanto sarebbe comunemente usato, e Accatino si ritaglia anche lo spazio per una storia di cornice ampia, in mezzatinta (da film anni '50, appunto), in cui ci viene mostrato un "orrore psicologico" sfumato ma molto potente, questo sì pienamente nelle sue corde.

Il contrasto tra l'orrore flamboyant del fumetto e quello discreto e realistico ma proprio per questo più inquietante accentua l'angoscia di entrambi, anche grazie al tema comune dell'amore/orrore materno (tema già caro a Sclavi, che qui ovviamente appare come "Guardiano della Cripta").



Il remake è piuttosto fedele, e quindi spiccano come molto intenzionali le variazioni: a partire dal protagonista, che è ispirato all'inetto Seneca Crane di Hunger Games, e che viene subito dichiarato col suo nome di Erich Dummy.

Erich il pupazzo (dummy, appunto) resta così anonimo, e gli viene invece data - solo nella seconda apparizione -  una divisa militare da generale tedesco (se non erro: non sono molto abile nell'identificare le divise). Può essere un modo per sottolineare l'ambientazione in un "passato del passato": siamo nel 1950, quindi la carriera precedente di Diabolo dev'essere negli anni della guerra, dove potrebbe aver usato il proprio fantoccio per propaganda bellica.

Un rimando possibile che potrebbe esser rafforzato dalla battuta di Bloch, che retrodata la sua "spensieratezza giovanile", un luogo comune della serie: "Non sto tranquillo dal 1937". Era stato il recensore di Szock! (bel blog dedicato all'analisi dylaniata) a cogliere come in Bloch i rimandi non erano casuali, facendo spesso riferimento agli anni della guerra, possibile collegamento anche a una sua origine ebraica (che il cognome suggerirebbe).

In questo caso, visto che nel 1938 vengono approvate le leggi razziali italiane, e nel 1939 scoppia la guerra, l'amara ironia sarebbe appropriata: in ogni caso, retrodata ancora le sue preoccupazioni, come logico se il fumetto è ipotizzabile del 1950 (perfino Scotland Yard è ancora nella vecchia sede). Sorprende come non si sia dovuto modificare quasi nient'altro, e che una storia anni '80 di Dylan funzioni abbastanza bene anche negli anni '50 (il maggiolone è del 1938, quindi non è fuori sincrono).

L'incontro tra Diabolo e Vivien è una delle cose che nel remake viene modificata: il Dylan originale, più guascone, spinge la fanciulla nelle braccia del prestigiatore; quello del remake, più "bravo ragazzo", cerca di trattenerla. Inoltre, possiede ormai il suo quinto senso e mezzo, che nell'albo originale non entra in azione.

Il remake introduce inoltre un'interessante interruzione dopo che Dylan "uccide" Diabolo, facendo così finire la storia in modo tragico, come sarebbe avvenuto negli EC Comics originali. Solo in seguito lo "zio Sclavi" riprende la narrazione dopo "lettere di protesta" (un grande classico del pulp, da Sherlock Holmes a Pinocchio, in fondo l'equivalente della tradizione musicale del bis).

Il finale avviene in modo piuttosto differente dall'originale, e sottolinea ancora di più la fusione avvenuta tra Diabolo ed Erich. Inoltre, sottolinea il parallelo col presente, con la mamma sicuramente fan di Fredrick Wertham (toglie i fumetti horror al figlio, anche se gli lascia il poster di Frankenstein in camera).


Insomma, nel complesso, un albo molto godibile, anche perché permette a chi, come me, ama una certa struttura labirintica del postmoderno di rileggere vecchi (e grandi) classici come le prime storie di Dylan Dog con uno sguardo diverso, non solo nostalgico ma anche critico, divertendosi a ricostruire i giochi delle riscritture.


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