Guido Gozzano, 1916-2016



LORENZO BARBERIS

(Per Margutte)

Si è celebrato - molto sottotono - questo 9 agosto il centenario gozzaniano e "Margutte", stante anche la sua vocazione poetica, non può non scriverne. Guido Gustavo Gozzano (1883-2016) è sicuramente il poeta più piemontese della letteratura italiana, l'unico che - a volte - si ricava uno strapuntino nell'affollato canone.

Non fosse altro (ma c'è molto di più) per ragioni biografiche, dato che Gozzano, come noto, nasce ad Aglié, nel Canavese. Umberto Eco dà al nome dell'arcinemico del suo "Pendolo di Foucault" (che ha come eroe positivo Jacopo Belbo, dichiarato alter-ego di Pavese...) quello di Aglié (da un possedimento di famiglia). Mi sono sempre chiesto se vi fosse una citazione interna, dato che Aglié si pone come un gentiluomo ottocentesco fuori tempo massimo, affascinato dal ciarpame esoterico antico in quanto "buone cose di pessimo gusto" (sotto questa maschera vi è però una figura ben più cupa).



Gozzano nasce nell'Ottocento, ma la sua pur breve esperienza poetica si sviluppa nel Novecento. Nel 1903 infatti si iscrive a Giurisprudenza, ma poi frequenta le lezioni di letteratura di Arturo Graf, dove incontra gli altri esponenti di quello che sarà definito come il circolo dei Crepuscolari, tra cui Massimo Bontempelli (che nell'anno in cui nasce Philid Dick, il 1928, scrive il primo racconto alla Philip Dick, "Minnie la Candida") ed Eugenio Colmo, in arte Golia, che realizza l'immagine della Goliardia torinese di cui sopra, in quello stesso anno.

Eugenio Colmo (1885-1967), fratello minore di Giovanni (1867-1947), anch'egli artista, è una gloria cuneese, tra l'altro: garessino d'origine, sarà il più importante caricaturista della sua epoca, con frequentissime puntate sul monregalese Giolitti, che segna quell'Italietta felice, prima della guerra mondiale e del fascismo.



Nel 1904 Gozzano inizia a comporre poesie, che raccoglie nel 1906 nella raccolta poetica "La via del rifugio", prima testimonianza della sua poetica. Il volume si apre con la poesia omonima, basata all'apparenza su uno svagato intreccio di blande riflessioni nicciane e melanconia di filastrocche infantili: in realtà, di una struttura raffinatissima nell'ironia. Dal tema della farfalla Gozzano sarà sempre profondamente affascinato, e la sua ultima opera incompiuta, che sarebbe stata il suo unico poemetto, è dedicato a quest'argomento (così come la sua unica collaborazione cinematografica).

La filastrocca della conta infantile parte dal campo cromatico del bianco, ispira al poeta una riflessione sulla serenità nirvanica cui aspira (connessa al simbolico rifiuto ricorrente di "cogliere il quadrifoglio"). Ma poi la poesia si spezza, e all'idillio infantile si sostituisce la crudeltà infantile verso la farfalla "nera come il carbone". Che è anche un transitare a un'altra nota filastrocca, quella della Vispa Teresa di Luigi Sailer (del 1850, il "metà Ottocento" di cui Gozzano spesso fantasizza, e che tornerà di lì a poco nella famosissima "L'Amica di Nonna Speranza"), l'Alice In Wonderland di noialtri (qui sotto, nella fumettizzazione art decò del grandissimo Rubino).


Questa fusione di nichilismo e carineria borghese viene solitamente letto come un ingentilimento crepuscolare: è quello che invece a me provoca un sottile stordimento abissale nel leggere le poesie dell'Avvocato (le brutalità del death metal, ad esempio, mi lascerebbero indifferente).

Un elemento che torna ne "Le due strade" (che tornerà nei Colloqui) dove alla leggiadra crudeltà dell'infanzia si sostituisce la leggiadra crudeltà della giovinezza diciottenne. Ma anche la graziosa Grazia, nel ripartire, è condannata come l'Amica ormai sul punto di sfiorire:

Volò, come sospesa la bicicletta snella:
"O piccola Graziella, attenta alla discesa!". 

Il capolavoro della raccolta è - in modo scontato - appunto "L'amica di Nonna Speranza" (l'altro testo ripreso nei Colloqui) dove appaiono le celebri "buone cose di pessimo gusto" al centro della malinconia gozzaniana per questa vetustà ottocentesca. Un passato che è luminoso proprio perché passato, il fulcro della nostalgia crepuscolare. E un bellissimo crepuscolo fa da sfondo alle meditazioni romantiche delle due giovinette. Bellissimo e inquietante, come sempre in Gozzano, a ben guardarlo.

Non vuole morire, non langue il giorno. S’accende più ancora
di porpora: come un’aurora stigmatizzata si sangue;
si spenge infine, ma lento. I monti s’abbrunano in coro: 
il Sole si sveste dell’oro, la Luna si veste d’argento.

Pensai, all'epoca della mia prima scoperta di Gozzano, a scuola, con questa poesia, il curioso parallelo che si veniva a creare con l'eroe della fantascienza di quel periodo, il Martin McFly della trilogia dei viaggi del tempo di Zemeckis (1986-1990), conclusosi l'anno prima. Iniziavo ad accorgermi, grazie all'affinamento liceale, che il "ritorno al 1950" del viaggiatore della DeLorean era anche la metafora della nostalgia per l'età ingenua della fantascienza, l'età dell'oro a cui l'immaginario anni '80 (da Star Wars in giù) attingeva a piene mani - e tuttora non ha smesso di farlo.

Nel secondo film (1989) Martin McFly scopre che, nel 2015, sono gli anni '80 i nuovi anni '50 della nostalgia. Profezia azzeccata, naturalmente.

All'epoca tenni per me il parallelo, che mi parve quasi provocatorio. Ma in seguito scoprii che probabilmente Gozzano non l'avrebbe disprezzato, avendo cantato da poco un sonetto funebre per Giulio Verne, da poco scomparso nel 1905:

O che l’Eroe che non sa riposi
discenda nella Terra, o che si libri
per le virtù di cifre e d’equilibri
oltre gli spazi inesplorati ed osi

tentar le stelle, o il Nautilo rivibri
e s’inabissi in mari spaventosi:
Maestro, quanti sogni avventurosi
sognammo sulle trame dei tuoi libri!

La Terra il Mare il Cielo l’Universo
per te, con te, poeta dei prodigi,
varcammo in sogno oltre la scienza.

Pace al tuo grande spirito disperso,
tu che illudesti molti giorni grigi
della nostra pensosa adolescenza.

E alla fantascienza parla anche dopo, Gozzano, quando in "Nemesi" si rivolge al tempo esplicitando più chiaramente di altre volte la sua cupio dissolvi:

E invece, o Vecchio pazzo,
dà fine ai giochi strani!
Sul ciel senza domani
farem l’ultimo razzo.

Sprofonderebbe in cenere
il povero glomerulo
dove tronfieggia il querulo
sciame dell’Uman Genere.

Cesserebbe la trista
vicenda della vita e in sogno.
Certo. Ma che bisogno
c’è mai che il mondo esista?



Il volume sollecita una discreta attenzione critica: ma l'anno dopo gli viene diagnosticata la lesione polmonare che meno di dieci anni dopo ancora lo porterà alla morte. Il 1907 è anche l'anno dell'incontro con l'amante Amalia Guglielminetti (con cui si lascerà l'anno seguente); la malattia lo spinge all'abbandono degli ormai inutili studi giuridici per la poesia (nel 1908 avrebbe scritto: "ho venticinqu'anni: sono vecchio").

L'abbandono - e la piena scelta poetica - avviene nel 1909: nel 1910, Giuseppe Borghese parla per la prima volta di "poesia crepuscolare", la melanconica decadenza della poesia italiana. Quello che non è a volte noto è che la metafora è in verità una compiuta allegoria, con il vigoroso mattino di Dante e Petrarca, il mezzogiorno luminoso di Ariosto e Tasso, il meriggio di Parini, la sera di Foscolo e Leopardi e, finalmente, il crepuscolo, prima della notte perenne. In fondo, questa viene certificata da Montale, che stima Gozzano come il superatore di D'Annunzio, e che nel prendere il Nobel nel 1975 dichiara la morte della poesia che lo rende, opportunamente, ultimo poeta.



"Ho scritto venti drammi: in verità mi tedia /
colui che mi sovrasta con solo una Commedia!"
(Golia)


Questa ampia visione è interessante, perché tutta l'opera di Gozzano è percorsa di rimandi alla poesia precedente. Viene da dire, un esempio per epoca. Dall'alba, egli cita il Petrarca, nel Totò Merumeni:

Non ricco, giunta l'ora di "vender parolette"
(il suo Petrarca!...) e farsi baratto o gazzettiere,
Totò scelse l'esilio. E in libertà riflette
ai suoi trascorsi che sarà bello tacere.

La grande epoca della poesia serve per la presa di distanza dall'oppurtunismo dannunziano, giornalista scandalistico e autore pubblicitario.

Dell'età mediana sceglie soprattutto il Tasso, che ritorna nella celeberrima Signorina Felicita. La gloria poetica del sommo poeta si riduce a trovarobato, tra le cose buone di pessimo gusto che gli sono care:

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato delle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perchè su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliegie?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!



La stessa sorte tocca, nell'era appena prima di lui, all'altro Grande Piemontese che l'ha preceduto, che appare ne L'Amica di Nonna Speranza:

Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto)

Il Busto d'Alfieri trionfa proprio nel distico che definisce la poetica crepuscolare gozzaniana. Poi, moltissime menzioni polemiche - tra i coevi - contro D'Annunzio, seguito giovanilmente come modello di dandysmo e poi rifiutato (per un dandysmo, in realtà, solo più ironico, più smaliziato, più distaccato: più piemontese, insomma). Una polemica diffusa e strisciante, che però si fa manifesto ne "L'Altro".

Mi è strano l’odore d’incenso:
ma pur ti perdono l’aiuto
che non mi desti, se penso
che avresti anche potuto,

invece di farmi gozzano
un po’ scimunito, ma greggio,
farmi gabrieldannunziano:
sarebbe stato ben peggio!

Buon Dio, e puro conserva
questo mio stile che pare
lo stile d’uno scolare
corretto un po’ da una serva.

D'Annunzio è un frequente bersaglio polemico dell'amico Golia, a volte bonario come la tradizione gli attribuisce, a volte no (come nella vignetta - con distico - dell'impietoso paragone con Dante).



Nel 1911 Gozzano elabora così la sua opera più importante, "I colloqui", che lo trasforma nel simbolo stesso dei crepuscolari, mortifero fin dalla bella copertina. "Colloquio" riflette sulla sua vecchiezza di venticinquenne (certo, di venticinquenne che sa di morire. Ma non c'è moltissima differenza, filosoficamente, dal Gozzano della Via del Rifugio). Gozzano si sente arrivato al mezzo del cammino di sua vita con dieci anni di anticipo su Dante: come il sommo, sbaglierà per eccesso.

Venticinqu’anni!... Sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell’abbandono!

Venticinqu’anni!... Ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi.... ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

*

Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo
che fosti bella come un bel romanzo!

La lirica più ampia - quasi un breve poemetto - è La signorina Felicita, ovvero "La Felicità".

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l'orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa....

Fin dalle prime strofe troviamo un'immagine che ricorrerà in Montale, quella della cinta irta di cocci di vetro. Montale - non casualmente: stimò Gozzano come colui che aveva saputo superare il Dannunzianesimo ed entrare nella vera modernità - la esplica, la "muraglia" con sopra "cocci aguzzi di bottiglia" è la Vita. Gozzano non ha bisogno di spiegare, grazie all'accumulo di buone cose di pessimo gusto che tutte ci parlano di mortifera nostalgia. Anche l'immagine delle formiche che il poeta osserva, e che torna nel paradigmatico Meriggiare montaliano, è presente in Gozzano (qui è Gozzano che esplica la metafora mentre Montale la lascia implicita; in Gozzano c'è anche già qualcosa del "Quel che non siamo / Quel che non vogliamo").

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere...

.Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa - oimè - che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro....



Nella lirica è anche presente un rimando implicito alla ceramica monregalese negli occhi di Felicita, "bellezza fiamminga" dagli occhi azzurrissimi:

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia...

Non un caso, ovviamente, perché tutto in Felicita deve rimandare all'agognata solidità della casa, della cucina, della prosaicità del quotidiano. E i piatti col gallo avrebbero potuto benissimo essere una delle buone cose di pessimo gusto care al Gozzano, come nella foto che lo ritrae mentre gioca al Totò Merumeni col suo gatto.

La raccolta presenta anche una lirica dedicata all'amata Torino, tra le ultime, in cui appare una nostalgica maschera di Gianduia.

L'opera è il suo testamento poetico. Le "Farfalle" (poemetto entomologico con cui avrebbe chiuso come aveva iniziato, in certo senso, con la prima della Via del Rifugio) resta inedito: però scrive le didascalie per un documentario sulle medesime (1911), il suo unico approccio al nuovo medium cinematografico, che lo affascinava (progettava un film su San Francesco d'Assisi).

L'anno dopo, nel 1912, Gozzano parte per un vano viaggio in India, "Verso la cuna del mondo", di cui scriverà un reportage per "La Stampa" al suo ritorno nel 1913. L'anno seguente escono le sue fiabe (1914) mentre il mondo si avvia al delirio dell'Inutile Strage, la Grande Guerra in cui l'Italia entrerà nel 1915. Gozzano, quasi simbolicamente, esce di scena l'anno seguente, il 1916 mentre lentamente muore l'eterno Ottocento da lui sognato con malinconica mestizia. L'amico Golia ne illustra la fiaba "La principessa si sposa", nel 1917, come estremo omaggio, in tavole incredibilmente belle.








(vedi qui)

Gozzano muore, ha vissuto una breve stagione, 32 anni (uno in meno dell'"età di Cristo").
La sua poesia vivrà per sempre.

"Non vuole morire, non langue / il giorno. S’accende più ancora
di porpora: come un’aurora / stigmatizzata di sangue."






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