Marino, Marino, Marino


LORENZO BARBERIS

Gianbattista Marino (Napoli, 1569 - 1625) è il massimo esponente della poesia barocca italiana, che non a caso prende da lui anche il nome di "marinismo".

"Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de' poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da' più chiari uomini di quel tempo." lo definì Francesco De Sanctis, nella prima grande storia della letteratura italiana.

Giovane inquieto, avviato dal padre agli studi giuridici verso il 1583, già dal 1584 inizia a comporre poesia, tra cui l'abbozzo dell'Adone che lo impiegherà l'intera vita. Si avvicina alla cerchia dell'accademia napoletana degli Svegliati in cui agisce anche l'ultimo Tasso; nel 1586 il padre lo caccia di casa per il suo abbandono degli studi, gli amici letterati lo ospitano e nel 1588 esce una sua prima lirica in una raccolta. Nel 1595 la morte del Tasso - che egli aveva conosciuto e naturalmente ammirava - consente a Marino di porsi quale il suo implicito erede. Divenuto segretario del nobile Di Capua (1596), accede alla biblioteca e alla quadreria del principe insieme, iniziando a comporre quelle liriche ispirate alla pittura che faranno la sua fortuna economica e letteraria.

Nel 1598 viene incarcerato una prima volta, probabilmente per omosessualità; compone infatti per excusatio "Invettiva contra il vitio nefando", pubblicata postuma, mentre numerose sono le sue poesie di tema omosessuale, sotto la finzione di "scrivere per commissione" per una donna.

Ma presto nel 1600 fa seguito una seconda condanna per documenti falsi, prodotti per scagionare il ricco colpevole di un omicidio. Imprigionato, gli amici organizzano quindi la sua fuga da Napoli e si rifugia a Roma. Marino così organizza e pubblica per la prima volta una sua raccolta poetica, le "Rime" del 1602. Sono un successo enorme, che lo fa risollevare e lo inserisce definitivamente nel giro artistico.

Marino rinuncia ad elaborare una sua complessa poetica, come quelle su cui si affannavano i poeti cinquecenteschi, massime il Tasso: sostiene la "poetica del rampino", ovvero saper acciuffare dove capita uno spunto interessante per rielaborarlo (è già, come i neobarocchi post-moderni, un "citazionista", ovvero un collagista di citazioni e non il devoto di una singola fonte); lo scopo, spiega nelle sue lettere a più giovani colleghi, è colpire il lettore, stupirlo, meravigliarlo.

Nel girovagare per le varie scene e corti sceglie infine nel 1608 di puntare a Torino, dove il duca Carlo Emanuele è il signore di una corte rozza, montanara ma ricca e vicina alla Francia, possibile trampolino di lancio per il centro dell'Europa e del Mondo.

Qui conosce e apprezza il fossanese Emanuele Tesauro, che sul modello delle sue opere comporrà il suo "Cannocchiale Aristotelico" (1648) che sarà il modello del marinismo fino alla fine del secolo.

Subito Marino si scontra quindi col Murtola, il poeta di corte che vuole scalzare; nella disfida poetica (oggi si direbbe un dissing tra rapper) conia la sua definizione di poesia, divenuta la definizione stessa del barocco.

Vuo' dar una mentita per la gola
a qualunque uom ardisca d'affermare
che il Murtola non sa ben poetare,
e ch'ha bisogno di tornar a scuola.

  E mi viene una stizza mariola
quando sento ch'alcun lo vuol biasmare;
perché‚ nessuno fa meravigliare
come fa egli in ogni sua parola.

  È del poeta il fin la meraviglia
(parlo de l'eccellente, non del goffo):
chi non sa far stupir, vada a la striglia.

  Io mai non leggo il cavolo e 'l carcioffo,
che non inarchi per stupor le ciglia,
com'esser possa un uom tanto gaglioffo.

Molto si è obiettato che il sonetto, nella sua interezza, mostrasse una poetica della meraviglia in modo puramente funzionale alla satira del Murtola. Bisogna vedere se l'ironia si estende al Murtola soltanto o anche alla meraviglia barocca; io propendo per la prima ipotesi.

Il Murtola comunque per tutta risposta gli spara, viene incarcerato e Marino ottiene il suo posto. Nel 1609 il duca lo fa perfino cavaliere di San Maurizio e Lazzaro.


Nel 1610 l'Inquisizione ne esamina però la produzione, perlomeno spesso licenziosa se non blasfema, per il suo mescolare spesso il tema religioso e quello sensuale: non in modo volutamente provocatorio, però, ma più per il semplice amore del bel concetto (e questo forse è fino peggio). Nel 1611 è comunque incarcerato, forse per alcuni sonetti blasfemi di cui l'accusano gli avversari, che forse addirittura ne compongono dei falsi. Nel 1612 è comunque scarcerato: per riabilitarsi, compone il testo religioso delle "Dicerie Sacre" (1614).

Dedicate a papa Paolo V, contengono tre prose, che portano i seguenti titoli: 1) La Pittura. Diceria prima sopra la Santa Sindone. 2) La Musica. Diceria sopra le sette parole dette da Cristo in croce. 3) Il Cielo. Diceria terza. L'oratoria sacra si mescola con la vasta e varia erudizione del Marino, in un testo che ne dimostra la cultura anche saggistica.

Inoltre lo stesso anno pubblica "La lira" (1614), una seconda raccolta poetica che integra le Rime e vi aggiunge le nuove liriche. Poesia simbolo è "Bella schiava" tra quelle nuove, che costituisce quasi un manifesto dell'anti-petrarchismo: non canta una donna eterea di luce, bionda e con occhi azzurri, ma nera come l'ebano; non nobile ma schiava.

Nera sì, ma se’ bella, o di Natura
fra le belle d’Amor leggiadro mostro.
Fosca è l’alba appo te, perde e s’oscura
presso l’ebeno tuo l’avorio e l’ostro.

Or quando, or dove il mondo antico o il nostro
vide sì viva mai, sentì sì pura,
o luce uscir di tenebroso inchiostro,
o di spento carbon nascere arsura?

Servo di chi m’è serva, ecco ch’avolto
porto di bruno laccio il core intorno,
che per candida man non fia mai sciolto.

Là ’ve più ardi, o sol, sol per tuo scorno
un sole è nato, un sol che nel bel volto
porta la notte, ed ha negli occhi il giorno.

Ma finita l'operazione riabilitativa (e forse quella sistematoria) decide quindi di lasciare Torino per la Francia, dove si reca nel 1615, poeta di corte e quindi "servo", ammette, ma "servo al più gran Re del mondo".


Nel 1620 pubblica "La Galeria", che è la sua raccolta di rime più significativa: una raccolta poetica che mira a essere una sorta di museo in versi, dove cioè ogni componimento descrive un soggetto pittorico o scultoreo. L'opera è estremamente innovativa, esempio perfetto dell'Ut Pictura Poesis caro al Barocco, ma anche ottima strategia personale: Marino, "critico d'arte" in forma artistica, pubblicizza così le opere degli autori amici e riesce in cambio ad acquisirne le opere, da lui scelte con grande acutezza commerciale. Proprio la galleria del Marino (quella fisica, non quella letteraria) gli permette di crearsi un patrimonio notevole, da cui attinge vendendo i quadri man mano che si alzano nel valore per rimpinguarli con nuovi, come un ottimo mercante d'arte.

Due grandi sezioni compongono l'opera: Pitture (quella più ampia e direi preferita, baroccamente), a sua volta suddivisa in: Favole, Historie, Ritratti e Capricci; e Sculture, a sua volta suddivisa in Statue, Rilievi, Modelli, Medaglie e Capricci.


"Favole" raccoglie ovviamente le opere di origine mitologica, in cui trionfa naturalmente la sensualità, e si apre con la Venere di Jacopo Palma, citato esplicitamente nella lirica (non sempre avviene).

Copri, Ciprigna, copri
le belle membra ignude,
ché quanto più si chiude
amorosa beltà, più si desia;
né d'uopo fia, per crescer ésca al foco
del tuo caro diletto,
di più lascivo oggetto.
Sì sì: l'opra è del PALMA, e tu la scopri
per palesar, sì come grata a lui,
ne le vergogne tue gli onori altrui.

Venere e Adone (i cui amori canterà nel suo poema) aprono la raccolta con varie liriche; seguono Eco e Narciso e una caterva di antichi amanti, fino a giungere alla modernità con l'Angelica dell'epica carolingia.



Di Betulia la bella
vedovetta feroce
non ha lingua, né voce, e pur favella.
E par seco si glorii, e voglia dire,
‘Vedi s'io so ferire,
e di strale, e di spada.
Di due morti, Fellon, vo' che tu cada,
da me pria col bel viso,
poi con la forte man due volte ucciso’.

Le Historie sono invece quelle d'argomento sacro, e si aprono non a caso con la Giuditta e Oloferne del Bronzino, invece di cominciare ordinatamente da Adamo ed Eva per giungere ai santi martiri (come poi, dopo alcune variatio iniziali, avviene). Anche qui, prevale la volontà di colpire subito lo spettatore con il mix letale di bellezza e morte.

Sono il tipo di liriche che avevano fatto storcere il naso alla chiesa per una parallela lettura erotizzante tipica del barocco, come ad esempio in questa Santa Caterina del Contarini:



Questa in ricca tabella
bella tra i ceppi e tra le rote imago
de la real di Dio sposa ed ancella,
opra è de l'Arte, ed ella
fa che viva, e che spiri.
Chiedi tu, che la miri,
ond'è, che non favella?
Non sa la Vergin bella
(tanta sente dolcezza in fra i martiri)
non che voci formar, tragger sospiri.




O come la Maddalena di Raffaello e del Cangiasi (di cui non ho trovato originali online) che rappresenta l'apice dell'erotismo religioso del Seicento per la sua natura di santa prostituta pentita. E, soprattutto, la Maddalena di Tiziano (la seconda lirica) quella a lui più vicina per sensibilità artistica.

Finta dunque è costei? chi credea mai
animati i color', vive le carte?
Finta certo è costei, ma con tal arte,
che l'esser dal parer vinto è d'assai.
Oh di che dolce pianto umidi i rai
al Ciel, dov'è di lei la miglior parte,
volge, e le chiome intorno ha sciolte e sparte,
altrui bella cagion d'eterni lai!
Oh come in atto e languida, e vivace,
dove manca a le labra, aver spedita
par negli occhi la lingua, e parla, e tace.
E par tacendo dir, ‘Già spirto e vita
diemmi il Pittor, ma l'anima fugace
fe' poi da me col mio signor partita ’.

*

Questa, che 'n atto supplice e pentita
se stessa affligge in solitaria cella,
e de la prima età fresca e fiorita
piagne le colpe in un dolente e bella,
imago è di colei che già gradita
fu del Signor seguace e cara ancella,
e quanto pria del folle mondo errante,
tanto poscia di Christo amata amante.
Ecco come con lui si lagna, e come
del volto irriga il pallidetto Aprile,
e deposte del cor l'antiche some
geme in sembiante languido ed umile;
e fanno inculte le cadenti chiome
agl'ignudi alabastri aureo monile:
le chiome, ond'altrui già, se stessa or lega,
già col mondo, or col Cielo; e piagne, e prega.

La canzone si frammenta in questo caso a descriver di Maddalena ogni singolo elemento, con una dovizia di contrasto tra la precedente prostituzione e l'attuale santità che mira al pruriginoso e non poteva non esser ritenuta eccessiva (e forse sarcastica) dagli inquisitori:

Bocca, ove 'l Cielo il nèttar suo ripose
tra vive perle e bei rubini ardenti,
e, tra vermiglie ed odorate rose,
per ferir l'alme altrui, spine pungenti,
felice e te, ch'alte dolcezze ascose
traesti da que' piè puri innocenti,
che tra nodi d'amor saldi e tenaci
avezzàr le tue labra ai casti baci.

Candida man, che già maestra impura
fosti d'immondi studi e d'artifici,
per accrescer le pompe, e di Natura
le malnate bellezze allettatrici:
ahi con che dolce affettuosa cura
larga ministra di pietosi uffici,
come dianzi de' Vaghi affanno e pena,
fosti de l'uman Dio laccio e catena!

I Ritratti d'uomini non hanno quadro di partenza, e sono elaborazioni totalmente autonome di Marino, che riparte di nuovo dal mito ebraico e greco per poi passare in fretta alla storia (primo personaggio storico, Alessandro Magno) e poi alla contemporaneità. Citiamo qui lui, Cesare e Costantino (con qualche timido accenno di critica alla ricchezza della chiesa, di sapore dantesco).

Alessandro Magno.

Di progenie celeste in terra nato,
affrenator d'indomiti destrieri,
tuo grand'emulo, o Sol, chiaro e lodato,
gli spazii misurai degli Hemisperi.
Vidi in su 'l fior degli anni, e vinsi armato,
barbare terre, e popoli stranieri;
e detto fui felice e fortunato
ladron di Regni, e predator d'Imperi.
E stato sarei certo un novo Marte,
se l'ira, che fu sola atta a domarmi,
de le vittorie mie non era a parte.
D'Apelle i lini, di Lisippo i marmi,
e del gran Stagirita ebbi le carte:
sola una tromba mi mancò fra l'armi.

Cesare.

Spada la penna e penna al gran Romano
la spada fu; con l'una e l'altra vinse.
La spada in vive note il monte e 'l piano
di sanguinosi inchiostri asperse e tinse.
La penna mossa da guerriera mano
Morte omicida immortalmente estinse.
Sì che con doppio onor tra studi e risse
la penna guerreggiò, la spada scrisse.

Costantino.

COSTANTINO son io. Da me si noma
il trono principal del Greco impero.
Per me n'andò di tante glorie altero
che divenne Bisanzio emula a Roma.

Scoverse al Sol del Redentor Messia,
chi mi produsse, il sanguinoso legno.
Io l'adorai devoto; e fui ben degno
figlio fedel di genitrice pia.

Purgai nel salutifero lavacro
de lo spirto e del vel le macchie immonde.
Tersemi in un con le mirabil' onde
il peccato e la scabbia il fonte sacro.

Io, che di fé congiunto in nodo santo
a la Chiesa di Dio sposo mi diedi,
dotai la Sposa di sì ricchi arredi
che n'ha d'oro il diadema, e d'ostro il manto.

Affianco ai grandi, vi è ampio spazio per l'omaggio a cortigiani e pittori amici, e ancor più ai nobili e signori di vario grado. Tra gli scrittori, citiamo solo l'omaggio al Pulci, dove si cita anche il nostro "Margutte":

Luigi Pulci.

Se bene un Granchio fe' morir Morgante
quando gli diè di morso nel tallone,
non però il mio Poema, ch'è Gigante,
morrà, quando il mordesse anche un Dragone;
però c'ha in sé tante facezie e tante,
e dà tanto sollazzo a le persone,
che son presso a la mia l'altr'opre tutte
come presso a Morgante era Margutte.

La sezione artisticamente migliore è quella dedicata ai grandi Negromanti, che inizia con Simon Mago (correttamente) e include lo stesso Merlino. Qui non c'è scopo di elogio, e quindi si dà spazio alla meraviglia suscitata dall'orrore della malvagità

Simon Mago.

Tratto da Spirti rei ten voli in alto,
SIMON, ma 'l sommo Sol ti stempra l'ale,
Icaro audace, e nel superbo assalto
mostri ch'a cader va chi troppo sale.
E qual raggio festivo, o come strale
che s'aventi nel Ciel, l'erboso smalto
mèta fai del tuo corso, ed è mortale
portando in un duo precipizii un salto.
O Fetonte infernal, non già del Sole
ma del Re de le tenebre, e del lume
nemico eterno, temeraria prole,
meraviglia non sia, se chi presume
frequentar di Lucifero le Scole,

di Lucifero ancor segue il costume.

Merlino.

Fu di Tartaree Vipere fiorito,
e di foco e d'orrore i lini e i bissi
ebbe il talamo infame ov'entro unissi
sposa mortale ad infernal marito.
Con pompa immonda ed orrido convito
le fiere nozze celebràr gli Abissi,
e faci infauste in tenebrose ecclissi
di Furor, non d'Amor v'arse Cocito.
Lagrime i versi, e fur bestemmie i canti
degl'Himenei profani, e strinse Aletto
con catena di ferro i sozzi amanti.
Seme nefando, abominabil letto,
onde il padre de' vizii e degl'incanti
fu di madre Brittanica concetto.

Henrico Cornelio Agrippa.

‘Vattene a custodir l'uscio di Pluto,
fero mastin di Cerbero compagno,
ché del commercio tuo danno è il guadagno.
In catena servil t'ho ritenuto
lunga stagione; or lasso a me conviene
roder sotto il tuo giogo altre catene.
Tardi il vegg'io: chi dietro a te sen corre,
in ruina mortal termina il corso,
preda alfin del tuo artiglio, ésca del morso’:
sì disse Agrippa, e già vicino a sciòrre
l'alma dal vel, disciolse il Can d'Averno,

che legato l'avea con nodo eterno.

Tra i maghi oscuri non manca Lutero, ovviamente: ma perfino Erasmo da Rotterdam non sfugge alla censura mariniana:

Martin Lutero

     Volpe malvagia, che ’l terren fiorito
de la vigna di Cristo incavi e rodi;
lupo fellon, che con furtive frodi
il fido ovile hai lacero e tradito;

     immondo corvo, che, de l’arca uscito,
di putrid’ésca ti nutrisci e godi;
perfida iena, che ’n sagaci modi
formi d’umana voce un suon mentito;

     iniqua aragna, che a le mosche ordisci
reti vane d’error; rana loquace,
che, sommersa nel fango, al ciel garrisci;

     Piton, che ’l mondo ammorbi; idra ferace
di mille avide teste, ahi! come ardisci
sotto aspetto vezzoso esser vorace?

Sergio, Calvino, e Lutero in un Quadro.

Con tre punte crudeli ed omicide,
onde di ferro e di veleno armato
l'acutissimo dardo avea dentato,
feriva altrui ferocemente Alcide.
Tre l'aste fur, che con le mani infide
vibrò contro Absalon Gioab ingrato,
quando di mortal colpo il cor passato
de l'infelice giovane si vide.
Tre fur gli ordigni, che con aspre pene
a chi lavò col sangue i nostri mali,
lacerando le membra, aprìr le vene.
E tre son anco i mostri empi infernali,
chiodi, lance, e saette, onde sostiene

la Cattolica fé piaghe mortali.

Erasmo.

Dottore, o Se-duttor deggio appellarte?
Di Giuda o d'Antichristo empio conviensi
il nome a te, che 'n alterando i sensi,
sai del Vangelo adulterar le carte?
Maestro rio d'abominabil arte,
falso Profeta, entro i cui spirti accensi
sol di zelo infernal, tutto contiensi
quanto dal vero s'allontana e parte:
tu mostrar il sentier ch'al Ciel conduce,
Guida fallace? e tu per via secura
scòrgere i ciechi, assai più cieco Duce?
Che val candido inchiostro, e fede impura?
ombra nel core, e ne l'ingegno luce?
scienza chiara, e coscienza oscura?

Tra i buoni anti-eretici, invece, è interessante collegare il "monregalese" Pio V, vescovo di Mondovì prima di divenire il pontefice attuatore della controriforma:

Papa Pio V

     Sotto il pietoso mio zelo paterno
fiorir giustizia e caritá si scorse;
sepolta l’eresia giacque in Averno,
con la virtú la veritá risorse.

Un lustro, o Roma, sol del mio governo
pace, abondanza e libertá ti porse.
Quando capí, dal secolo di Piero,
tanta felicitá sí breve impero?

Altro monregalese illustre (dal 1560 al 1566) è il Bellarmino, così ricordato:

Il Cardinal Bellarminio.

Del drappello d'Ignazio al bel governo
de la gran navicella
scelto quaggiù da l'Argonauta eterno,
contro il furor del gelido Aquilone,
che dal Settentrione
movea crudele ed orrida procella,
e contro i fieri inganni
degli assalti Brittanni,
trattai di santità remi possenti,
scoccai di verità fulmini ardenti.

Seguono i ritratti delle donne, con ampi omaggia alla sua amata e rispettose liriche alle nobildonne di corte, ma il pezzo forte è destinato alle donne "belle, impudiche e scellerate", che fanno il paio con la sezione eretica maschile. Si parte con Pasifae, che genera il Minotauro unendosi al Toro (la chiosa è un capolavoro di dotto concettismo): scelta, di nuovo, molto paradigmatica.

Pasife.

O GIOVE tu che 'n Toro ti cangiasti
per far d'Europa bella in mar tragitto,
perché per me tal forma non pigliasti,
c'ho per quest'animale il cor trafitto?
E tu, ch'anco in Giovenca trasformasti
la figliuola gentil d'Inaco afflitto,
perché non fai che tal diventi anch'io,
ch'amo non esser io, per esser IO?

Cleopatra.

Chi sarà più crudel? gli aspri serpenti
ch'empion le poppe mie d'atro veleno,
o io, che i morsi lor fieri e pungenti
con mano irrito, e me gli affigo al seno?
Perché lo stuol de le Latine genti
serva non miri o prigionera almeno
la Reina magnanima del Nilo,
vo' pria troncar de la mia vita il filo.

La serie si chiude con Elisabetta d'Inghilterra, e questa lirica sbarrò per sempre le porte dell'isola a Marino (che pure poi ci sarebbe voluto andare). Malvagia, ovviamente, per eresia, come i grandi negromanti.

Elisabetta d'Inghilterra 

     Chi di questa sacrilega e profana
anglica Iezabel formò l’imago,
che, di sangue innocente aprendo un lago,
fe’ di martiri ognor strage inumana;

     darle volto devea di tigre ircana
di serpe cironea, d’arabo drago;
e, se d’effigiarla era pur vago,
ritrar Progne crudele o Scilla insana,

     ritrar Medea, Medusa, Alcina, Armida,
o Circe, o Sfinge, o vipera, o cerasta,
idra, chimera, arpia, furia omicida:

     ch’indegna è ben, se l’arte a tanto basta,
che donna si dipinga o che s’incida
donna, che ’n sé di Dio l’effigie ha guasta.



A Parigi Marino completò anche il suo capolavoro, l'Adone, e lo pubblicò nel 1623, anche in modo di stampare prima di morire (ormai vessato da problemi di salute) quest'opera, a cui lavorava dalla giovinezza, sotto l'egida del re di Francia Luigi XIII, al servizio del "più gran re del mondo". Inizia con Marino l'esterofilia italiana, segno della consapevolezza della marginalità ormai del bel paese. L'Adone è  un ampio e complesso poema mitologico, tre volte la lunghezza della Divina Commedia, per oltre quarantamila versi divisi in venti canti.

L'esilità della trama fa parte del voluto gioco letterario; "poema di pace", e non di guerra, ambisce a superare quelli dell'età precedenti assommandoli nella nuova estetica barocca. I primi dieci canti parlano di come Amore, per vendetta, innamori la madre Venere di Adone; lei decida dunque di farlo suo e prima gli si presenta con un piede ferito dalla spina di una Rosa, e si fa curare; egli ovviamente contraccambia, ma la dea lo sottopone a una iniziazione "epicurea", piacevole e non dannosa, tramite i cinque regni di cui si compone il suo giardino, dedicato ai cinque sensi disposti nell'ottica edonistica dell'amore: si parte dal più lontano, la Vista, per avvicinarsi alla donna amata tramite Udito, Olfatto, Gusto e quindi Tatto, il senso più esteso che unifica tutti gli altri (confinati nella sola testa) e che occupa la torre centrale dove Adone, guidato nel percorso da Mercurio, si unisce finalmente a Venere. Appare vistosa la riscrittura della Commedia dantesca, limitata all'ascesa del monte purgatoriale (ed escluso l'Inferno), in una purificazione non tramite il dolore ma il piacere, con Mercurio-Virgilio e Venere-Beatrice (la cui unione è però molto materiale e non simbolica).

Nella seconda parte Adone prosegue la sua iniziazione tramite l'ascesa ai cieli della Luna, di Mercurio e di Venere, cui si ferma il Marino (che celebra, nel cielo lunare, il telescopio) in modo da non dover scegliere tra modello aristotelico o galileiano.

Tempo verrà che senza impedimento 
queste sue note ancor fien note e chiare,
mercé d'un ammirabile stromento
per cui ciò ch'è lontan vicino appare
e, con un occhio chiuso e l'altro intento
specolando ciascun l'orbe lunare,
scorciar potrà lunghissimi intervalli
per un picciol cannone e duo cristalli.

Del telescopio, a questa etate ignoto, 
per te fia, Galileo, l'opra composta,
l'opra ch'al senso altrui, benché remoto,
fatto molto maggior l'oggetto accosta.
Tu, solo osservator d'ogni suo moto
e di qualunque ha in lei parte nascosta,
potrai, senza che vel nulla ne chiuda,
novello Endimion, mirarla ignuda.

E col medesmo occhial, non solo in lei
vedrai dapresso ogni atomo distinto,
ma Giove ancor, sotto gli auspici miei,
scorgerai d'altri lumi intorno cinto,
onde lassù del'Arno i semidei
il nome lasceran sculto e dipinto.

Inizia così la seconda parte "ariostesca" dell'opera, i secondi dieci canti dove Marte, informato del tradimento di Venere, perseguita Adone che deve fuggire e viene imprigionato da briganti. Liberatosi, reincontra Venere che vaga sulla terra vestita da Zingara.

Venere propone una partita a scacchi ed Adone vince, anche se con la frode di Mercurio, e si guadagna così il regno di Cipro sacro a Venere. Mercurio narra la favola della ninfa Galania: essa un giorno baro' a scacchi contro Venere e Venere la costrinse a portare con sé sempre la scacchiera trasformandola in tartaruga (la favola è tratta dagli Ecatommiti, composti a Mondovì da Giambattista Giraldi Cinzio).

Tramite questa vittoria Adone finalmente torna a Cipro da Re, ma un cinghiale istigato da Marte lo aggredisce e muore.

Urbano VIII, appena divenuto pontefice, fa condannare l'opera (1624) le cui premesse religioso-moraleggianti a ogni capitolo sembrano quasi una ridicolizzazione. Il tema licenzioso è evidente; l'elogio dei sensi avvicina epicureismo edonistico ed esaltazione più segreta della visione galileiana che sarà censurata nel 1633. Il mito di Adone, inoltre, è il mito di Adon Tammuz, il seme che muore per portare frutto, e che dai rinascimentali in poi si iniziava a ritenere anticipasse il mito di Cristo. Marino si muove prudentissimo su questo fianco, ma non è sufficiente.

Marino comunque è tornato come trionfatore nella sua Napoli. Difende la sua visione con una posizione commerciale: lui non ha creato nulla, ha solo dato al pubblico quello che richiedeva.
Marino muore l'anno seguente, nel 1625, la sua eredità letteraria è enorme, nel suo secolo, poi si cerca di rimuoverlo, ma invano.

La poesia di Marino è una miniera infinita, ovviamente; per ora basti questa breve ma a suo modo sapida, per l'intenditore, selezione.

Post più popolari