Nathan Never - Dove muoiono le stelle


LORENZO BARBERIS

Dopo il Nathan Never 300, un nuovo Nathan a colori in questo numero 304 va ad omaggiare i 25 anni del personaggio, nato sul finire del lontano 1991.

Fin dalla bella copertina di Sergio Giardo l'albo richiama il cyberpunk cui NN era ispirato, con il logo dell'agenzia Alfa come un occhio degli illuminati. Alla sceneggiatura Michele Medda, uno dei tre padri fondatori qui di nuovo in doppia con Germano Bonazzi (colorato da Oscar Celestini) con cui aveva firmato un capolavoro come Dirty Boulevard. Nella premessa, Medda palesa appunto di voler una intenzionale ripresa dei modelli cyberpunk nathaneveriani: e la storia, in effetto, è un perfetto tributo a quelle atmosfere. Sembra quasi che 25 anni non siano passati.

La sceneggiatura di Medda è sempre raffinata, popolare e coltissima al tempo stesso. Una Charade noir, come il profumo di Sadie che ci appare fin dalla prima semi-splash page di apertura.
Il Gus Light Café sembra invece uno dei suoi tipici giochi di parole con gaslight (il lume a gas ottocentesco), e attrae col suo passatismo Nathan Never, confermandoci il leitmotiv della nostalgia che contrassegnerà tutta la storia.

Il fido robot delle Mac-Antiquities ci suggerisce invece la colonna sonora dell'albo, un Bon Dylan del '66 (p.9: ma per loro, '66 non dovrebbe essere 2066?), mentre l'eroe dichiara il suo rifiuto di interessarsi ai videogames (9.v). Forse una presa di distanza, con bonaria ironia tra colleghi, dagli Orfani di Recchioni, la fantascienza a colori di Bonelli - che all'estetica del videogame guarda invece con attenzione; bello anche il calembour di p.28, che definisce Nathan Never come Clint Westwood (casa di videogame d'antan, nota per l'eccellente Dune II coetaneo di NN). Si fa anche riferimento al venticinquennale (p.10).

Pag. 11 e 12 sono un omaggio nostalgico alle bevande neveriane, Koronju e Govos' Eye, poi la storia entra nel vivo con l'arrivo della diva e un massacro che Medda e Bonazzi riescono a rendere estremamente dinamico ed efficace anche nella classicissima griglia bonelliana.

Il tema della manipolazione dei media e del montaggio ha invece qualcosa di metaletterario (p.26-27: e le vignette di ripresa video, come al solito, riproducono lo "schermo televisivo mal sintonizzato" caro al cyberpunk).

Una magnifica semi-splash alla Blade Runner ci conduce nel vivo dell'indagine.
L'uso della griglia è fin qui tradizionale, e continuerà ad esserlo in seguito, ma in tavole come la 35 e la 36 Medda fa vedere di essere in grado di gestire con estrema efficacia le varianti.

"Paris' Apple" fa riferimento, ovviamente, sia a Parigi che a Paride, anche se la giovane star non lo sa, come reso evidente dalla scelta tra "tre dee", Sadie l'equilibrata, Mercy la misericordiosa (omen nomen) e Sierra la più cinica ed edonista.

Il ritorno al Jurassik Part neveriano (46) è di nuovo uno dei numerosi tributi nostalgici di quest'albo, mentre sullo sfondo le riflessioni del bambino complottista sono la chiave di lettura che, a metà storia esatta (p. 48 su 96) ci dà la soluzione.

Se però tutta la storia è una nostalgia del Never delle origini, non si tralascia di arricchire quella mitologia originaria, introducendo elementi nuovi come le Drabble Lines e le Doubles (p.52, bella tavola a sviluppo verticale). Il tutto, certo, per portarci al solito "primo livello", i bassifondi della città (a meno che siano apparse in qualche albo intermedio: non seguo più da molto il personaggio, ma l'ampia spiegazione di un paio di pagine sembra introdurre qualcosa di nuovo).

Nel dialogo col mutato (non mutante, attenzione: quelli verranno dopo) Caesar, Medda spolvera il meglio del Nathan Never noir in voice over, con i costanti giochi di parole sul Cesare famoso.
Poi finalmente scendiamo al piano zero del cosmo neveriano, su sette gironi come un Inferno, e le cose vanno come devono andare nel migliore dei noir.

Il buon Jell-o richiama una gelatina americana, e batte Nathan Never (campione di Jet Kune Doo) usando il trucco che un analogo mutante ciccione aveva usato per battere (il primo round, ovvio), Ken Shiro della scuola di Okuto. Il finale è notevole, e chiude magistralmente la charade giallistica ricomponendo i frammenti della mela olografica.

Insomma, un albo che mi ha suscitato una notevole nostalgia del Nathan Never delle origini, col suo neuromanticismo esasperato che, forse, ha ancora molto da dire.

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