Vattimo a Mondovì



LORENZO BARBERIS

"Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus;
quibus transactis, civitas septicollis diruetur,
et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis."

Domenica sera si è tenuto in Mondovì un primo e molto interessante appuntamento di "Teologia per San Bernolfo", un ciclo di dialoghi teologici dedicati al santo monregalese e alla sua cappella, antica quanto la città stessa, di cui ho più volte anch'io avuto modo di parlare (alcuni accenni qui e qui, sul blog).



Dato che il più interessante elemento del retablo di San Bernolfo è il Cristo Melanconico, figurazione nordica rarissima (ancor più da noi) di Cristo meditabondo prima della Crocifissione, si è scelto di dedicare un primo incontro al tema del rapporto tra Fede e Azione, come ha spiegato bene il moderatore Cesare Morandini, che ha anche condotto un interessante parallelo con l'immagine dell'annunciazione di Maria in cui il Christus Melanchonicus si inserisce: in entrambi i casi, si tratta del tema di una scelta di fede.


Questo primo dialogo si è tenuto ancora nella sala conferenze della città di Mondovì (da poco dedicata al partigiano Scimé, siciliano liberatore di Mondovì), nella speranza magari di portare prossimi incontri in San Bernolfo restaurato a dovere. I nomi sono fin d'ora importanti: da un lato Don Duilio Albarello, teologo monregalese direttore del seminario interdiocesano, figura comunque di dimensione non solo locale (è stato tra i cinque relatori finali del recente Convegno ecclesiale di Firenze).

Dall'altra, un personaggio ancor più noto della filosofia contemporanea, Gianni Vattimo, il padre torinese del Pensiero Debole, che negli anni '80 era divenuto un tormentone culturale (citato perfino ironicamente nei coltissimi programmi di Arbore) di grande successo, più o meno compreso: la via italiana al relativismo filosofico postmoderno.



Personalmente ho sempre apprezzato molto Vattimo, anche per la capacità di confrontarsi autenticamente col Post-Moderno a tutto campo; anche, ad esempio, con la fantascienza, tuttora snobbata da molti accademici, mentre la sua analisi della distopia (vedi un breve esempio sopra) è interessante ed aggiornata, giungendo ai tempi del suo "Pensiero debole" (1983) fino a "Blade Runner" (1982). Un mio riferimento per la filosofia come Eco lo è stato per la letteratura (indubbiamente, campo personalmente più rilevante). Non potevo quindi mancare.

*

Il livello si è rivelato molto alto: questa sbrigativa sintesi da blog non può dare pienamente ragione. Tuttavia, più che altro come annotazione personale, riporto qui i miei sintetici appunti della serata, sperando di non aver compiuto troppi fraintendimenti del raffinato dialogo andato in scena.



La serata è stata dunque introdotta da Albarello, che offre una efficace sintesi delle evoluzioni novecentesche del tema, nel dibattito ecclesiale. Si parte da Emmanuel Mounier (1905-1950), che negli anni '30 criticava la quieta indifferenza religiosa del "devoto di provincia", legato a una comoda "fede tascabile" agitata da facili spauracchi mal compresi (il socialismo, il comunismo, oggi forse l'Islam...), che concepiva la religione come un ambito da delegare volentieri al clero quale casta braminica di funzionari del sacro, in modo da permettergli di ignorarne le implicazioni nella vita quotidiana.

Il Concilio Vaticano II (1962-1965), di cui è appena ricorso il cinquantennale (celebrazione che è a sua volta un paradosso, per un evento ecclesiale che si è voluto animare di uno spirito all'opposto della celebrazione antiquaria), ha in buona parte ripreso le idee dei cattolici engagées alla Mounier e Maritain, cui ancora oggi si ispira certamente il magistero di Papa Bergoglio.

La contrapposizione non è quindi tanto quella (apparente, per le opposte schiere di progressisti e conservatori) tra Relativismo e Intransigenza, ma tra Relativismo e Dialogo, inteso naturalmente quest'ultimo come autentico polo positivo (il relativismo, in fondo, esime dal dialogo quanto l'integrismo: dire valide tutte le altre posizioni è come dirne valida nessuna).

La dimensione autentica della tradizione è la sua ermeneutica, il "governare il cambiamento" (né arrendersi mollemente, né opporsi rigidamente), sempre in un'ottica in cui la Chiesa, nella sua presenza nel mondo, si pone non come imperialismo ma come servizio disinteressato.

Qui la sintesi di Albarello per come l'ho colta a grandi punti e parole chiave.



La posizione di Vattimo è ovviamente differente, a tratti anche garbatamente provocatoria. Egli parte, invece che da Mounier, da Sergio Quinzio (1927-1996), nato ad Alassio ("dalle vostre parti, più o meno"), le cui posizioni il filosofo sintetizza nei titoli di alcune sue opere: "La fede sepolta" (1978), "La croce e il nulla" (1984) e l'interessante "Misterium Iniquitatis" (1995), di cui Vattimo illustra la trama "quasi alla Dan Brown": seguendo le profezie di Malachia (1595?), l'Ultimo Papa (è il prossimo, se consultiamo la lista) dichiara lo scioglimento della chiesa con un'Enciclica, ponendo fine al cattolicesimo.

Malachia (che con Quinzio ha un'aria di famiglia)

Quinzio insomma è scettico rispetto alla possibile "riforma" della Chiesa auspicata da Mounier (rispetto al quale, ricorda Vattimo, negli anni '60 era stato il presidente del Circolo Mounieriano di Torino), perseguita dal Concilio e da esperimenti come il comunitarismo di Olivetti ad Ivrea.

Il cristianesimo ormai è smaterializzato, il rinnovamento non è più possibile. Siamo a fronte di un fallimento del cristianesimo di cui il simbolo (per Vattimo) è lo IOR, con tutte le vicende passate e presenti (credo dal caso Sindona e dintorni in poi).

"Con Francesco almeno non mi vergogno di essere cattolico" concede Vattimo, che apprezza nel Papa un attivismo volto a mettere in crisi i ricchi, mettendoli di fronte alla durezza evangelica (e forse a dire anche ai poveri di non subire troppo passivamente, sempre nella lettura vattimiana).

La Resurrezione, chiosa Vattimo, va in definitiva considerata come un momento eminentemente simbolico: Cristo risorge non col corpo, ma nel "corpo mistico" della Chiesa, vive ancora perché vive il suo messaggio. Al limite è il Cristo di Emmaus, che "va riconosciuto" in un viandante che non è immediatamente identificabile come lui, ritrovato nel Prossimo, insomma.

Mattia Bortoloni, "Cena di Emmaus" (1750 c.), Santuario di Mondovì presso Vicoforte.

Il Pensiero Debole, in questo, per Vattimo, è da intendersi non come puro relativismo, ma come "pensiero dei deboli", degli ultimi della storia ("dei proletari", esplicita chiaramente, "si sarebbe detto una volta"), contro il Positivismo e lo Scientismo di cui si dichiara insofferente.

Il comunitarismo di Maritain è in fondo ancora un programma, un progetto, troppo positivistico: il rischio è che a fare il comunitarismo "si finisce a fare la DC" (come lo IOR, per Vattimo antonomasia di tutti i mali, in questo caso del cattolicesimo laico in politica).

A questo, Vattimo oppone Quinzio ed Heidegger ("non è il Vangelo, ma insomma, quasi"), il Da-Sein citato per esteso in tedesco, l'Esserci concreto contro l'astrattezza dell'Ente.

*

Non ho seguito il dibattito successivo (non escludo di integrarlo, se ottenessi qualche nota valida) ma le posizioni mi sembrano sufficientemente chiare, e molto interessanti. Per quanto, almeno mi pare, difficilmente conciliabili.

Spero dunque che Teologia per San Bernolfo possa continuare, crescere e andare magari in scena, un giorno, nella magnifica cornice dell'antica cappella campestre, creando un filo di riflessioni cui si presterebbe bene, tematicamente, anche la vicina San Bernardo.

(in cover, il Vattimo di Pericoli).

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