L'autoritratto di Norman Rockwell


LORENZO BARBERIS.

Un breve post su un capolavoro di Norman Rockwell, il celebre autoritratto del 1960, realizzato quando l'autore, nato nel 1894, ha ormai 64 anni (morirà 18 anni dopo, nel 1978). L'opera di Rockwell mi ha sempre affascinato per la molteplicità di piani visivi e di significato che sa intersecare, in grado di rappresentare - e anticipare - lo spirito del postmoderno. L'ho di recente rivista su questo curioso articolo di Giornale Pop (vedi qui) e mi è venuta voglia di scriverne due righe.


Al centro c'è l'autoironia. Il Rockwell del "piano della realtà" del dipinto, che appare di spalle e nello specchio, è meno solenne di quello del bozzetto, che ha un'aria perfetta di ironica superiorità. Notiamo i vari studi preliminari, indice della serietà del lavoro (che entrerà in polemica, sottile, con l'arte astratta, come vedremo poi). 


L'elmo dorato e l'aquila che sovrasta lo specchio hanno due significati distinti e comunque connessi, a loro modo, dalla comunanza visuale. L'Aquila è quella americana (infatti lo scudo a stelle e strisce non è dorato, a esplicitare ancor meglio la valenza del simbolo) ed è significativo che sia sullo specchio, che ci mostra il volto dell'artista: Rockwell si rispecchia nella sua america.




L'elmo dorato è simbolo dell'art pompier, così detta per "gli elmi da pompiere" che forniva ai suoi dei ed eroi; in fondo, in continuità con la tradizione del "lungo rinascimento", come nel Marte di Velasquez qui sopra (il riferimento principe è però il Gerome del secondo quadro, che ha dato origine alla definizione a fine Ottocento). In una finta umiltà artigiana, Rockwell "mette il cappello" della tradizione alla sua arte.



Una citazione, quella dell'art pompier, che si collega agli "studi" laterali, che ricreano una storia dell'arte dell'autoritratto in miniatura, perfetta: Van Eyck per il Rinascimento, Rembrandt per il Seicento, la già detta Art Pompier (non gli impressionisti), e infine Van Gogh, di fine Ottocento, ma come simbolo dell'arte "moderna" come l'Espressionismo (ha la stessa giacchetta azzurra, da pittore, di Rockwell).



Interessante l'inserimento di un Picasso, riferimento che Rockwell, a quanto so, non amava. Non a caso Picasso non conclude la serie in senso storico, viene "scavalcato" da Van Gogh, come a dire che è quello il massimo di modernità che Rockwell accetta (detestava ancor di più il dripping a lui coevo, di Pollock e soci). La sua arte comunque è in continuità con un altro Ottocento ancora, quello dell'Art Pompier, appunto.


Non molto altro da dire: il libro simboleggia lo studio teorico, il cestino, credo, gli scarti di bozzetti precedenti (usati per pulire del colore), ovvero il lavoro di selezione. Il bicchiere credo sia di coca-cola, giusto per non far mancare nessun simbolo americano.

Come si può vedere, quindi, un'immagine molto programmatica, molto costruita, con almeno tre livelli che si intersecano e influenzano a vicenda. Il primo è l'autoironia critica verso di sé: il Rockwell della realtà dipinge un Rockwell del quadro, bonariamente comico, che dipinge un Rockwell serioso e signorile. Ma tutto il quadro "dipinge" un Rockwell colto e consapevole, subliminalmente, creando un voluto e sottile cortocircuito comunicativo.

Il secondo livello è, appunto, la "storia dell'arte" dell'autoritratto. La scelta è quella dell'Art Pompier, ma il rifiuto degli astratti è meno caricaturale di quanto si possa pensare, perché comunque il modo in cui Picasso è inserito è ambiguo, non chiaramente critico. 

Il terzo livello è quello "politico", l'Aquila americana, Rockwell come cantore dell'America sana, tramite la propria arte. Tre livelli intersecati, analizzabili come opera stratificata, ma in grado di passare allo spettatore in modo quasi subconscio. 

Un artista, quindi, molto più raffinato di quanto si possa pensare, e indubbiamente uno dei padri (involontari?) del postmoderno.

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