Orfani: Juric - Il fiore del male.


LORENZO BARBERIS

Hypocrite lecteur, — mon semblable, — mon frère!

Spoiler presenti: leggere prima l'albo.

Si apre con la bella cover di Nicola Mari (colori di Barbara Ciardo) e con una appropriata citazione a Baudelaire questo primo albo dei tre che presenteranno le vicende della despota del Nuovo Mondo prima delle vicende degli Orfani.

Dopo la notevole conclusione della terza serie di Orfani (rimando qui per la mia recensione) questa miniserie si promette molto interessante. Già nelle passate stagioni Roberto Recchioni collaborava, inevitabilmente, con altri autori; ma qui co-firmataria del soggetto e autrice della sceneggiatura è Paola Barbato, nome importante del fumetto Bonelli, da Dylan Dog in poi, riconosciuta come portatrice di una voce narrativa particolarmente forte.

La sfida, dunque, era quella di amalgamare due narratori di questo livello, entrambi con una forte e distinta personalità autoriale. Recchioni, tra l'altro, si riserva anche prologo ed epilogo come sceneggiatura, realizzati in bianco e nero da Andrea Accardi, che con Recchioni ha realizzato - su Le Storie - il ciclo dei samurai. Dai "fiori del massacro" a quello del male.

Il "Fiore del Male" è ovviamente Jsana Juric. La consuetudine dell'infobox d'apertura, tipica della serie, è mantenuta, e ci presenta stralci dalle bozze della biografia di Juric stesa, a fine delle vicende di Nuovo Mondo, da Emile Bogdan, il biografo da lei prescelto.



Soprattutto in queste pagine Recchioni concentra un rimando alle fonti di quest'opera (e non solo): il William Golding de "Il signore delle mosche", gli opposti Rousseau ed Hobbes (addirittura con citazione latina non spiegata) e, a proposito di Homo Homini Lupus, la citazione di Andrea Pazienza, che si immagina nel futuro inserito come artista e letterato del XX secolo.

(A margine: quella di inserire i grandi fumettisti nella Letteratura e nell'Arte, faute de mieux, in modo da inserirli nel canone che altrimenti li ignora, è una battaglia che nel mio piccolo da sempre condivido.)

Si inizia quindi col magistrale B/N di Accardi, una scelta che Recchioni, su Orfani, usa spesso per spiazzare, dopo aver imposto per primo il colore su una serie Bonelli (ora, fra breve, toccherà al restyling di Martin Mystere, con Cajelli e altri; oltre che alla riedizione degli Orfani in un formato "non bonelliano").

Griglia rigorosissima per le prime due tavole, splash page (in B/N, su Orfani, è forse la prima) che ci dà l'importanza del biografo. La giornalista di NMN (Nuovo Mondo News, penso), già apparsa a colori, mi ricorda quella del mondo di Sprayliz di Enoch (una "citazione"?), ci riassume in breve the story so far e ci introduce ai monumentali funerali della Juric.

La tomba della Juric ha la dimensione della vignetta che la presenta (10,ii), e la sua umana miseria contrasta efficacemente con la grandiosità della statua (Juric vincitrice nella Storia, sconfitta nella sua umanità, come già in NM 12).

L'incontro con Garland ci conferma che la biografia è pericolosa (suspense: ne abbiamo appena letto, infatti, solo le bozze...), e poi, con un classico taglio orizzontale a quattro strisce, la transizione al colore nella bella doppia 14-15 (il colore arriva con una bella tavola muta, di enorme potenza espressiva, e che per certi versi riassume molto dell'albo).

Da un lato, Barbato (la palla è passata, in modo molto fluido, a lei, al disegnatore Roberto De Angelis e al colorista Andres Mossa) ci ribadisce che un certo lucido sadismo di Jsana era presente prima della svolta tragica nella sua già tragica vita. La splash page di p. 19 (unica a colori), comunque, sferra un attacco terribile all'Hypocrite lecteur (proprio come quello di Baudelaire: Recchioni e Barbato non si possono sottrarre, e lo sanno, al J'accuse che - giustamente - ci rivolgono).

De Angelis, maestro della "Scuola Salernitana" del fumetto e storica firma della fantascienza bonelliana su "Nathan Never", serve perfettamente la storia. Il suo tratto è sia molto adatto allo stile di Orfani (che è molto vicino, per certi versi, all'efficacia comunicativa dei "salernitani"), sia allo stile della Barbato (che, su Dylan Dog, ha scritto molte storie importanti "in doppia" con Brindisi, altro autore di quella corrente). Il colore di Mossa, molto efficace e molto importante in quest'albo, valorizza bene i suoi disegni.

Nelle mani della Barbato la griglia torna più tradizionale, mi pare, ma efficacissima quando serve (belle - e terribili - le sequenze virate in rosso che iniziano da una p.21 disposta in taglio verticale); più comunemente usa comunque le tre bande orizzontali, spezzate in due o meno. Unica la splash page, le semi-splash come p.30 diventano per conto sobriamente efficace nel segnare uno stacco nel racconto, ad esempio.

Sandor Kosma, di EMR, è uno dei più disturbanti, freddi sadici mai caratterizzati, molto più vicino a quello che è un vero sadico nella realtà (mentre di solito l'immaginario letterario-filmico-fumettistico tende a creare una caricatura di un praticante del BDSM, che è una cosa totalmente diversa, e molto più innocua), e perciò estremamente disturbante; ancor più se consideriamo, ovviamente, che EMR suona pericolosamente simile (nel nome e nei fatti "superficiali") a EMeRgency, il pilastro laico della medicina di guerra.

Il sadismo algido di Kosma è da manuale, e quindi un sado-masochismo (p.35). Efficacissimo il "taglio orizzontale" (un marchio di fabbrica di Orfani) di p.37. La semi-splash a 38 segna di nuovo, come detto prima, un nuovo capitolo interno di narrazione. Prosegue la sciente costruzione di un clone-mostro da parte di Kosma, che culmina nella potentissima p.44 (che richiama la scena della morte della famiglia nel camion, nelle sequenze iniziali virate in rosso).


Jsana si rassegna così alle regole perverse della prigione innanzitutto mentale creata da Kosma per, ancora una volta, gli Orfani, dove viene tollerata la violenza ma non i contatti umani amichevoli (47), osservando gli altri ragazzi come il formicaio andato a fuoco all'inizio.

L'incontro con il laido Mazur segna il punto di svolta dell'albo, dove la Juric trova un viscidissimo alleato nella sua lotta di sopravvivenza (notare che, dai vestiti, Mazur è chiaramente un sacerdote a capo di una Onlus religiosa simmetrica alla EMR laica; però, viene sempre chiamato "signor", per un minimo residuo di dissimulazione).

Molto significativa anche p.55, dove il gesto sprezzante con cui Mazur usa la foto di una donna africana come portabicchiere ne svela la cinica malvagità, ma anche la natura edonistica e disgustosamente epicurea del personaggio (evidente anche dalla sua stazza) opposta alla freddezza di Kosma.



Jsana inizia in questo momento un suo piano autonomo: pur sapendo di incorrere in ulteriori punizioni inizia una strategia autonoma all'interno dell'EMR, mentre appare anche Endre Khun, medico volontario (questo, sì, personaggio molto affine come ruolo sociale a un medico come Strada, mentre Kosma è più il classico burocrate "ONU style") che sarà una pedina importante nel suo gioco. Di nuovo, il passaggio è punteggiato da una semi-splash (61).

In 62 (idiosincrasia mia personale) non mi piace l'uso - per me superfluo - delle frecce direzionali per orientare in una tavola comunque chiara; ma sono dettagli. Dopo un confronto in cui Jsana mostra le sue capacità, giungiamo al salto temporale (nuova semi-splash, in 68).

Jsana è riuscita a costringere Kosma a un rapporto personale e anche di contatto fisico, come il padre che egli aveva - falsamente - promesso di essere. La scena di p.85 è l'unica che non mi convince del tutto, dato il sadismo asettico di Kosma: l'unica spiegazione che trovo è che il contatto fisico "caldo" a lui sgradito va purificato con una auto-tortura più forte. La scena è comunque molto significativa cromaticamente: al rosso - aggressivo-caldo - di Jsana si oppone il verde livido di Kosma.

La vittoria totale di Jsana è prevedibile, la scena in 90.V è perfettamente simmetrica all'ultima scena in 42. La sconfitta di Kosma è totale (91), ma Jsana vuole aggiungere una ulteriore vendetta, in 95 (bella tavola a nove riquadri, dominata dalla luce rossa che è il "tema della Juric" in quest'albo). La tavola è particolarmente elegante come costruzione per la perfetta scansione: tre momenti sincroni sulla striscia orizzontale, lo stesso personaggio sulla verticale.

La transizione da 96 (sempre in viraggio rosso, a chiudere l'albo in questo segno) al B/N di 97 è di nuovo magistrale (ogni elemento di 96 ha un corrispettivo in 97, con preciso valore simbolico. La splash page finale in 98 è simmetrica a quella iniziale in 7, con un perfetto ribaltamento dello stato psicologico del personaggio nell'epilogo di Recchioni.

Concludendo, tema dominante risulta quindi la "fearful symmetry" di cui parlava Blake, e che aveva ripreso il Moore di Watchmen (forse un rimando è implicito nella "tavola a nove quadri", tipica di questo fumetto).

Rispetto agli standard di Orfani, si rinuncia all'azione frenetica per una distopia più piana e realistica, ma ugualmente - forse più - terrificante.



Il sadismo freddo di Kosma è superato da quello lucido, fermo ma "caldo" di Jsana, e la cover di Mari rivela una sua bellezza anche nel riprendere questo tema (la bambina nel tema cromatico rosso, la despota del futuro sullo sfondo, nell'ombra). Il rosso, in tutto Orfani, è colore-simbolo della violenza, opposto alla freddezza dell'azzurro, che simboleggia l'asetticità tecnologica (a Kosma è negata anche questa, ed è infatti rivelato nel giallo malato che il medioevo attribuiva alla lebbra e al diavolo).

Paola Barbato si inserisce perfettamente nella storia, segnando anche il suo taglio personale nella tipologia della narrazione, ma anche dall'uso "sobrio" della semi-splash (le splash pages sono tutte del breve raccordo col presente di Recchioni - in B/N, per sottolineare che sta "sullo sfondo"). Le semi-splash però sono usate in modo molto efficace, come "quadri di raccordo" che sottolineano le tappe scandite di una tragica metamorfosi.

In sintesi, ancora una volta, un albo di alto livello.

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