Seasons diverse: Darwin.



LORENZO BARBERIS

"Different seasons" (1982), in italiano "Stagioni diverse", è la seconda raccolta di racconti di King che riunisce quattro medie narrazioni stagionali, molto differenti fra loro.

La collana "Seasons" di Verticomics, ovviamente, fa riferimento innanzitutto alla  divisione in "stagioni" propria del telefilm recentemente ripresa dal fumetto "neo-popolare" italiano (credo il primo modello sia "John Doe" di Recchioni), in opposizione alla serialità infinita tipica (un tempo) del fumetto popolare bonelliano.

Ma il riferimento a King mi è venuto in mente perché le tre serie principali della collana, Darwin, Elvis e Kingsport rappresentano davvero tre "Seasons" diverse.



Le tre serie, realizzate da componenti dello Studio In Rosso per Verticomics, esplorano tre direzioni molto interessanti del fumetto, potremmo dire, "neo-neo-popolare": ovvero quello nato e cresciuto col web 2.0, attorno agli anni dal 2010 in poi se ci piacesse insistere sulle divisioni in decadi.

Volendo, proprio la nascita di "Verticalismi" (2009) potrebbe essere posto come uno dei possibili snodi, esperienza da cui, dal 2015, appare appunto Verticomics (vedi qui). Il motivo per cui si potrebbe individuare un nuovo "salto avanti" nel popolare è la maggiore disponibilità alla sperimentazione che nasce su "Verticalismi", a partire dal riconoscimento della dimensione verticale dello scroll, diversa dalla "sezione aurea" della Tavola, ma anche, mi è parso, una giusta ricerca di una certa velocità di lettura, portata "dal web" (o per meglio dire dall'attuale evoluzione del sistema di infotaintment nel suo complesso).

Di questi tre fumetti, la "Stagione Uno" di Darwin si presenta, per certi versi, come il fumetto più sperimentale (non c'entra con il romanzo a fumetti di Paola Barbato per la Bonelli, nonostante l'omonimia) dei tre.



Soggetto e sceneggiatura sono di Giulio Antonio Gualtieri, che conosco soprattutto come uno dei "nuovi volti" all'opera su Dylan Dog (vedi qui e qui), ma anche per il lavoro su "Il Pio Padre" di Battaglia (vedi qui).

L'idea di fondo è brillante ed essenziale: in un fumetto ambientato nella preistoria profonda, nessuno può sentirti parlare (parafrasando Alien). E infatti tutto l'albo è una lunga sequela di tavole mute, prima che appaia l'uomo, mostrando con la Parola la superiorità raffinata del suo pensiero (per modo di dire).



L'albo si apre con citazioni in esergo di Lebowsky e di Bob Dylan (profetico!) e un titolo nicciano: "Umano, troppo umano", che ci spinge a riflettere, come tutto l'albo, sul sottilissimo crinale darwiniano tra umano e non, sul modello da "Il giorno è compiuto", The Day Is Done (1939) di Lester Del Rey, dedicato a un patetico Ultimo dei Neanderthal. Qui lo scontro, invece, è nel pieno del suo svolgimento.

L'albo è quindi un lungo pezzo di bravura, sia di Gualtieri che di Alessio Moroni, chiamato a interpretare un fumetto che è, letteralmente e non retoricamente, "pura azione".

La storia comincia giustamente coi graffiti, col "primo segno" di una lunga serie (sui graffiti antesignani del fumetto si sono spese centinaia di pagine nobilitanti il genere; ultime, le migliori, quelle di Scott McCloud).

Il segno, dalla deformazione del reale, genera il Fantastico (notiamo che il Segno nel suo apparire e farsi Graffito è sempre "smarginato") che in effetti già Ernst Gombrich, nella sua monumentale Storia dell'Arte, associava ad alcuni graffiti non-naturalistici, ove appariva qualcosa non di visto, ma di immaginato (svolta, è chiaro, importantissima).



Il segno diviene Marchio per i guerrieri inviati in guerra, sospesi tra grida belluine e vaghi pittogrammi, privi ancora della Parola e (perlomeno) dell'Ideogramma.

L'assenza di parola, va notato, viene segnata negando ai "dialoghi" degli ominidi il "fumetto" (l'ectoplasme francese, fantasma, e quindi "spirito"...), ma rendendoli, scontornati come sono, identici al barrito del mammuth.

La "sfida dell'uomo contro la natura" (vedi quel fine intellettuale di Enrico Fiabeschi) si interseca allo scontro ominidi-uomo, in un liber mutus che pare quasi un (rispettoso) controcanto ad un celebre albo di Ken Parker, "Il respiro e il sogno", quattro storie mute che spesso trattano, tra l'altro, di temi simili (lo scontro/incontro tra etnie diverse, la caccia e la sopravvivenza...).



Quello che in Ken Parker è appunto assenza di dialogo come sogno e leggerezza (e anche una certa lentezza narrativa), qui è invece espressione di una cupa materialità - aiutano ad evocare tale scenario anche i colori sanguigni e terragni di Alessandra Rostagnotto (giustamente riconosciuta autorialmente col "name above the title": altro merito dell'albo) - e un'azione energica anche nei necessari momenti di apparente "stasi".

Insomma, un albo molto interessante che, nel cercare uno stile moderno di narrazione, porta a un "ritorno alle origini", in cui azione e un certo sperimentalismo trovano un punto d'incontro.

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