Zagrebelsky Point


LORENZO BARBERIS

Sala gremita fino all'inverosimile, lo scorso venerdì sera, per l'incontro del No Al Referendum a Mondovì. I Cinque Stelle monregalesi, presente la loro deputata Fabiana Dadone, sono riusciti a bissare il colpaccio realizzato al loro esordio alle elezioni politiche locali, quando riuscirono a portare in città Beppe Grillo.


Questa volta, il movimento ha ospitato Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale, e principale alfiere del fronte del No, che aveva sfidato in TV lo stesso Matteo Renzi, ovviamente campione del fronte del Sì.

Sala delle Conferenze pienissima, come detto, con molte persone che si accalcano fuori: ma non c'erano altre sale disponibili, e quindi si sta in piedi, come all'università a Palazzo Nuovo.

In qualche modo, così, a Mondovì si è giocato il ritorno del derby politico del momento, sia pure in asincrono, dato che il ministro monregalese Enrico Costa era riuscito, invece, a portare il premier Renzi a inaugurare il 14 settembre scorso - un mesetto fa - la scuola di Piazza fortemente voluta dalla attuale giunta di centrodestra (anche se, in quel caso, non si era parlato di referendum).


Al di là del referendum, ascoltare Zagrebelsky è stato un piacere. Come il premier Renzi, "ho studiato sui suoi libri", anche se più modestamente non quelli di Diritto Costituzionale, ma l'ottimo manuale di educazione civica delle superiori (quello qui sopra è, credo, l'edizione attuale: la mia era arancione). Avevo letto all'epoca con passione l'educazione civica di Zagrebelsky, fuori da ragioni scolastiche (la mia prof. di filosofia, che era stata orgogliosamente Figlia della Lupa, trascurava totalmente tale materia); e oltre alla chiarezza espositiva che mi permise di studiare il suo testo sine glossa, rimasi affascinato dalla distinzione finissima che chiariva tra una concezione "organicistica" e "meccanicistica" della società.  In sintesi, l'indifferenza per la forma, per i "freddi meccanismi" della democrazia (a favore dell'idea della società come "organismo") era il fondamento e l'avvio di ogni totalitarismo.


Rispetto allo scontro con Renzi da Mentana, dove si dimostrava poco padrone degli stringatissimi tempi televisivi, Zagrebelsky l'altra sera è stato invece abilissimo a tessere invece un discorso ampio, intriso di una raffinata ironia, e ben supportato dal prof. Francesco Pallante, costituzionalista torinese, che si alternava a lui nell'esposizione delle tesi. Qui, per praticità, ho fuso le due esposizioni in un solo discorso, dato comunque il totale accordo tra i due relatori, entrambi del fronte del No.

Quanto segue va comunque visto come il loro - autorevolissimo - punto di vista (per come l'ho colto); non il mio che, ovviamente, è privo di interesse. Ringrazio fin d'ora chi correggerà eventuali imprecisioni (non sono un giurista, e la materia non è facilissima).

Tenete infine conto che, chiaramente, quella qui esposta è una posizione di parte, e che spero vi sia ancora qualche appuntamento di approfondimento del Sì, in modo da fornire anche l'altra versione. Insomma, ecco

The Zagrebelsky Point


Il quesito è posto in modo fantastico, esordisce Zag. "Volete voi la riduzione del numero dei parlamentari?" Domanda retorica. Volete "il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni?" No, vogliamo spendere di più, più tasse, grazie.

"Volete la soppressione del CNEL?" Prima del referendum (e forse nemmeno ora) pochi sapevano cosa fosse (vedi qui per un sunto). Ma "nel dubbio, aboliamo, no? Sarà di sicuro qualche ente inutile".

Dopo l'ironia sulla formulazione del quesito nelle sue parti più populisitche, Zag. passa ad occuparsi del tema dell'ipotetico superamento del bicameralismo paritario, proposto per velocizzare il processo legislativo. Che è un male: il parlamento italiano sforna, anche nella percezione comune, troppe leggi, e comunque più e più in fretta di parlamenti ritenuti concordemente efficienti, come quello tedesco.

Poi, l'attuale riforma velocizza? Dipende. Restano venti materie comuni, tra cui l'importante ambito della ricezione del sistema europeo (che tocca ormai quasi ogni aspetto legislativo) che rimane in condivisione col senato.

Un senato di 100 senatori: dove 51 persone hanno quindi questo potere. Dato che quasi mai la seduta è plenaria, scalare a piacere, a metà più uno. In più, si intersecano circa dodici procedimenti combinati di rapporto tra Senato e Parlamento, dove prima era uno. E nel caso di dubbio o contenzioso? Decidono i due presidenti: che però sono due, e quindi c'è solo o unanimità, o stallo. In quel caso, decide la corte costituzionale: anche solo per valutare come fare una legge. La semplificazione, in questo caso, è opinabile.

Lo slogan di "due camere uguali", intendendo il senato come doppione, poi, è retorica. La Corte d'Appello è un "tribunale doppione"? No, perché i suoi poteri uguali hanno una funzione di controllo, di verifica: idem vale per il senato.

Naturalmente il doppio passaggio può migliorare o peggiorare una legge: ma qui è un problema di qualità di ceto politico, non del meccanismo.



A questo punto Zag. legge l'Articolo 70 modificato nella proposta studiata della ministra Maria Elena Boschi, il primo comma: oggettivamente illeggibile per un non addetto ai lavori, rispetto alle nove chiare parole del testo originario. Le Costituzioni, per tradizione, dovrebbero essere scritte per i cittadini, non per gli specialisti (come invece è già più accettabile sia per le leggi ordinarie).

La valvola di sfogo all'empasse creato dalla complessità di casistiche sopra accennate è la proposta di legge di governo, "di programma", che entro settanta giorni il parlamento deve recepire o rifiutare, con pochi margini di emendamento (la legge deve mantenere "l'omogeneità del testo").

Il potere, in un'assemblea, è nelle mani di chi può dettare l'ordine del giorno. Questo potere passa così dal parlamento al governo, che supera le sue funzioni, le quali dovrebbero essere solo esecutive della volontà legislativa parlamentare, da Montesquieu in poi.

La composizione del senato apre un nuovo problema; a parte il calo di rappresentanza per un modesto risparmio (50 milioni l'anno, di scarsa incidenza sul bilancio complessivo dello stato) il senato, non più eletto, è nominato dal consiglio regionale, che deve "tenere conto", in modo vago, dei risultati elettorali regionali (bilanciamento richiesto dalla minoranza PD, ma realizzato in modo inefficace) e scegliere tra i propri membri e un sindaco i rappresentanti spettanti. Non è quindi tra l'altro un "senato delle autonomie" sul modello tedesco, ma un senato politico con altra forma di elezione.

Il "doppio lavoro" imposto ai suoi membri fa dubitare che l'incarico possa essere svolto adeguatamente; l'impegno previsto è "di una volta al mese" (ma bisognerà studiare, documentarsi...) ma molti provvedimenti vanno approvati "entro quindici giorni", il che genera un paradosso.

Si aggiunga che le competenze teoriche del senato sono vastissime, fumose: per Zagrebelsky, si vanno creando le condizioni per la sua inefficacia, quasi ad arte. "E poi, tra qualche anno, un nuovo referendum, e lo aboliremo come il CNEL".

Parlando infine della Riforma del Titolo V, le regioni e gli enti locali in genere divengono più deboli, in quanto entra in vigore una clausola di supremazia con cui il governo, per "interessi nazionali superiori", le può scavalcare, mentre ora l'orientamento della Corte Costituzionale è quella di imporre un confronto stato-ente locale che, benché non funzioni benissimo, almeno in punto teorico garantisce una certa tutela all'ente più debole.

Non sono invece toccate le uniche vere sacche di inefficienza, causa del debito pubblico per un concorde consenso di studiosi: le regioni a statuto speciale, con l'ovvia motivazione che, altrimenti, voterebbero compatte contro il referendum, per non perdere i propri privilegi fiscali e non.





Qui Zagrebelsky cita anche "Zio Paperone e il Ponte sullo Stretto di Messina", storia di copertina di Topolino 1401 (uscito il 3 ottobre 1982) come esempio di grande opera per cui il governo potrebbe usare la clausola suddetta (da notare che Paperone non riesce a realizzare il progetto, finché non arriva il più giovane Rockerduck, gli soffia l'idea, ma poi fallisce anche lui).

Insomma, una legge resa confusionaria dalle debolezze dell'attuale governo, che da un testo non condivisibile ma più chiaro è dovuto giungere a questo per via di molti compromessi necessari a garantire una chance di vittoria. Ma la linea tracciata è chiara: concentrare il potere nelle mani dell'esecutivo, magari con successivi ulteriori passaggi referendari.



Zag. poi analizza la legge elettorale, non oggetto ovviamente di referendum ma legata a filo doppio a questa riforma: tanto è vero che, con sicumera, Renzi non ha previsto una legge per il senato ("tanto lo aboliamo"). Una legge con "premio di minoranza", ben peggio della Legge Truffa del 1953, che concedeva il premio oltre il 50 più uno, e che era effettivamente "di maggioranza", quindi.

Qui, il premio va, al primo turno, oltre il 40%; ma peggio è il doppio turno: una forza scelta, al primo turno, da 20% e rotti di elettori, vincerebbe le elezioni in un sistema con un governo forte. Dato che solo metà degli elettori votano ultimamente, potrebbe trattarsi del 10% e rotti del corpo elettorale ad esprimere il governo. Insomma, un combinato disposto che mette il potere nelle mani di un Segretario di Partito; un progetto di riforma per Zag. chiaramente oligarchico.

Mia aggiunta: interessante notare che, tra i favorevoli alla riforma, non tutti negano: Eugenio Scalfari, endorsement di alto livello per i fautori del sì, parla in modo abbastanza diretto di un positivo avvento di una Oligarchia come "vera democrazia" contro il populismo (vedi qui).

Renzi ha detto "io ci ho messo la faccia", conclude Zagrebelsky: se l'italiano ha un senso, c'è da chiedersi chi invece resti nell'ombra.


E questo è quanto. Come detto, quanto sopra è "il punto di Zagrebelsky": per equità, attendo la prossima occasione per sintetizzare le ragioni del sì. Il titolo, ovviamente, è un gioco di parole sul film di qui sopra.

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