Forrest Gump. Voltaire / Zemeckis / Manzoni?


LORENZO BARBERIS

Il bello di avere un blog su Lo Spazio Bianco è di essere simbolicamente vicini di casa di autori come Giorgio Salati, tra i nuovi nomi della Disney dai primi anni 2000 in poi. Il tema del post rimanda a un suo articolo, che però è incentrato sul cinema, e per questo ne scrivo qui (spero agli amici di LSB non spiacerà).

L'articolo è questo (ma tutto il blog di Salati merita: leggetelo).

Salati invita a leggere le opere d'arte, specie filmiche, con un certo lateral thinking, e tra le altre cose vede Forrest Gump come film in senso lato cattolico (e cattolico è in effetti Zemeckis).

"Per molti, il tema principale di questo film è il mito del successo, del positivismo, dell’american dream. Ma c’è un altro tema che io vedo in questo film e che in un certo senso lo accomuna ai Promessi Sposi: la Divina Provvidenza." dice e argomenta bene Salati.

Lo spunto è interessante, e secondo me indicativo.

Forrest diventerebbe come un personaggio come Lucia: si salva soltanto grazie alla Provvidenza che interviene sottilmente perché lui è buono (la piuma di inizio e fine del film, agita dallo Spirito), non per suoi meriti. Anzi a salvarlI è l'inazione e quindi l'affidamento al Divino: in Lucia col voto a Maria, in Forrest nella notissima metafora fatalistica della "scatola di cioccolatini": non sai mai cosa ti capita.

La cosa, come coglie Salati, viene esplicitata nel commovente discorso finale a Jenny: "Non lo so, se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza. Ma io… io credo… può darsi le due cose. Forse le due cose capitano nello stesso momento". Una apparente neutralità tra tesi fideistica e tesi materialistica, ma la trama del film, che appare finalistica, dice diversamente.

Resta in entrambi gli autori il mistero della teodicea del male, che non viene eluso: le cataste di morti di Vietnam (anche dopo, per l'eroina e quindi l'AIDS, come Jenny), le cataste di morti di peste in Manzoni (se bisogna sintetizzarlo in un simbolo, la madre di Cecilia, che era piaciuta molto anche a Poe).

Il parallelo, ho detto, è interessante, e mi ha portato a integrare la mia visione del film.

Io ho sempre visto Forrest Gump come film "illuminista", ma la linea mi ha sempre convinto in modo solo parziale: potrebbe in effetti essere il moderato illuminismo di un cattolico scettico verso l'american dream calvinista.

Il film non celebra l'American Dream di cui parlami pare evidente: ne fa una critica che può sembrare bonaria per lo stile del film, ma non nel contenuto.


1950. Umano, troppo umano: birth of a Forrest.

Nella prima parte di film, Forrest ha successo proprio perché stupido. Una caricatura complessa del personaggio del Quarterback, l'eroe americano che ha successo nonostante sia (moderatamente) stupido, ma votato alla forza fisica e allo sport. La stupidità di Forrest diviene un punto di forza nel culto dello sport (e in fondo, della violenza e del militarismo) americano: Forrest infatti applica lo stolido ottimismo della volontà (non frenato dal pessimismo della ragione) e "corre": l'unica cosa che riesce a fare, ma che fa benissimo, perché non distratto da null'altro. Non è nemmeno favorito fisicamente: corre anzi prima per ginnastica correttiva, e poi perché inseguito dai bulli. In un certo senso, i punti di svantaggio divengono i punti di forza ("la pietra scartata dai costruttori diviene testata d'angolo", direbbe Salati?).

Tutto questo lo rende il perfetto sportivo nell'immaginario condiviso del football americano, potente fisicamente ma privo di qualsiasi strategia di gioco (vince, ma non possono scrivergli "Go Forrest Go", o lui continua a correre). Grazie al football, per tenerlo in un team universitario, lo fanno perfino laureare (e qui è molto realistico, oltretutto).

Interessante - resta tra le righe - che lo facciano laureare in "economia domestica", assieme alle ragazze: palese il maschilismo di una materia "inutile" come questa, destinata alla futura desperate housewife. Però, un certo femminismo di Forrest potrebbe essere motivato da questa scelta, rendendolo meno innato e più derivante dalla formazione (come la stessa abilità della corsa). E, certo, avrà inciso la figura volitiva della madre, che lo condiziona probabilmente (fin dal nome, monito e non celebrazione) anche contro il razzismo.

Il rapporto con l'antenato Nathan B. Forrest, fondatore del K.K.K. è certo una satira della white supremacy (se ha un discendente così...), ma anche un confronto critico coi modelli: Birth Of A Nation di Griffith (1915), il modello del Kolossal USA, che il K.K.K. lo celebrava. Gli spezzoni che mostrano l'antenato Forrest sono ripresi da lì.



Infatti, Forrest è gentile verso la ragazza nera che accede all'università grazie alla scorta della guardia nazionale del cattolico Kennedy. Perché non capisce, essendo stupido, che le convenzioni sociali gli imporrebbero di essere razzista, oppure perché, nonostante sia stupido, ha compreso che tali convenzioni sono sbagliate, tramite l'educazione e l'esperienza? La prima tesi è pessimistica e, nel suo innatismo, "cattolico"; la seconda più ottimistica e illuministica.

L'eliminazione dei Kennedy (come, a cadenze regolari, di altri politici che Forrest incontra) mostra come la violenza politica punteggi la storia d'America, specie quando si cerca di scalfirne un ventre di interessi profondi dell'élite Wasp, quella retriva di una suburbia ben poco alla Norm Rockwell, e quella cinica degli affari in una non inedita alleanza. Forrest vede quella violenza alla TV, come uno spettacolo che lo lascia abbastanza indifferente, e non collega ai conflitti reali che ha appena vissuto.

In questa prima formazione, Forrest è ancora umano e non cristologico: è la glitch nel sistema che non lo fa collassare, ma ne mostra l'inconsistenza. Ma poi arriva il Viet-fottuto Nam.


1960-1970. Forrest Gump goes to war: Saving Private Dan.

Nell'esercito comunque Forrest appare perfetto ("un fottuto genio", gli dice il "Sergente Hartmann" che lo addestra) perché non pensa e obbedisce. Diviene anche amico di Bubba, non essendo razzista: ma in questo Zemeckis nega giustamente colpe all'esercito, che livella i cittadini americani sia pure su valori guerreschi: il terribile istruttore di Forrest è nero ("qui accettiamo gentaglia come neri, ispanici, italiani"...). La stolidità di Forrest ritorna di nuovo allo sport anche in ambito militare, con la diplomazia del ping pong di Nixon (e ne mostra la centralità nelle tre fasi della sua vita, prima, durante e dopo il Vietnam: football, ping pong e running, i suoi tre sport esistenziali).

Però, anche qui, nel momento in cui l'indottrinamento assoluto ("obbedire ciecamente agli ordini") lo porterebbe ad abbandonare i compagni (ordine diretto del Tenente Dan, che lui ignora) la stolidità di Forrest non è mansuetudine (che in questo caso si unirebbe all'opportunismo individuale) ed egli disobbedisce e fa la cosa giusta.

A differenza della prima parte, Forrest non è qui più puramente "passivo".

(Annigoni, Cristo sul lago di Tiberiade)

Modifica così il destino del tenente Dan, scritto dalla storia americana (la sequenza dei suoi avi morti nelle varie campagne è il voluto rovesciamento di molti celebri quadri di Rockwell, che - come quello sopra, ponevano una continuità positiva. Zemeckis, illuminista e cattolico, ne mostra la negativa retorica: sono tutti morti): non solo nel senso banale di salvargli la vita, ma anche di prendersene cura in seguito.

Dopo il ritorno, Forrest non sta vicino a Dan solo perché stupido. Qui è il punto dove è più evidente l'intenzionalità di Forrest: quando Dan, che pure lo maltratta, si scaglia contro le prostitute che gli danno dell'idiota: "a me non piaceva ricevere dello stupido, come a lui non piaceva ricevere dello storpio", chiosa Forrest. Se vogliamo, la stupidità è uno stigma che lo avvicina ai marginali, lo spinge a una comprensione che non diviene mai totale, ma che, essendo esistenziale, è più autentica di una di superficie, puramente intellettuale; ma, nei suoi limiti, è anche comprensione intellettuale. In questo è molto cattolico, e rovescia l'etica protestante (che, in quanto più biblica, è più vicina all'ebraica) in cui ogni stigma è giusta punizione di una colpa; e un po' illuminista (l'illuminismo cattolico del Manzoni).

Un certo elemento "evangelico" della riflessione è evidente nella "tempesta di Tiberiade" sulla barca di Bubba che sfocia nella "pesca miracolosa" dei gamberi: Dan può mettere in scena la sua ribellione per poi riconciliarsi con Dio. Qui è il punto più cattolico, più "manzoniano" direi della storia: la piuma mossa dallo spirito della Divina Provvidenza, il "Dio che atterra e suscita", dai piani misteriosi ma infine benevoli. Un ateo o uno scettico lo avrebbero fatto naufragare con tutto il carico di lupini. Forrest ha salvato compiutamente Dan, è pronto per una sua (falsa e involontaria) cristologia.


1980. Forrest Gump Superstar: U.S.A. running in the void.

Segue il momento più messianico di Forrest, quando inizia a correre (ritorna la fisicità dello sport come stolidità esaltata da un certo culto americano della fitness fisica a scapito di quella intellettiva): evidente e ben colto da Salati. Ma quello di Forrest è un messianismo falso (senza sua colpa): è un messianismo vuoto, sono gli altri che lo prendono come Messiah, e questo è simbolo del vuoto di valori che spinge a trovare un simbolo in ogni cosa. Forrest corre perché, messo davanti ai problemi (lo stallo con la morte della madre e l'assenza di Jenny) non può far altro che correre (non nel senso di fuggire: nel senso che è la cosa più vicina a riflettere, meditare che può fare, nei suoi limiti).

Di nuovo, c'è qualcosa di molto cattolico però, il Chesterton de "quando gli uomini non credono più a Dio, non credono a nulla. Credono a tutto". E così la Sindone di Forrest diviene lo Smile, simbolo vuoto dell'edonismo reaganiano degli Ottanta, ben decostruito da qualcuno anche in ambito fumettistico, mentre il suo vangelo, la sua "buona notizia", è il noto motto "shit happens".


1990. Closing Forrest.

A questo punto il film ha una "prima chiusura" circolare, col ritorno all'iconica panchina, e la conciliazione finale di Forrest - e di Jenny - col loro passato. Zemeckis sceglie così una chiusa nel senso del lirismo e non della critica, blanda nei toni ma non nei contenuti, che ha messo in scena fino ad ora sul sistema americano.

Il mio sospetto, alla fine, è che i cattolici Manzoni e Zemeckis, che Salati avvicina quasi per una giusta provocazione intellettuale, sono accomunati da una fonte comune, che entrambi riscrivono smussandola: il Candide di Voltaire.

Candide, modello nascosto ma criticamente riconosciuto dei Promessi Sposi (specie la "renziade" centrale dell'opera, e il finale in anticlimax, prosaico e pragmatico), parla di un ingenuo che viene da una periferia feudale apparentemente felice dove si può credere all'European Dream di Pangloss/Leibnitz: gettato nel mondo, lo guarda stralunato e perplesso, venendone travolto ma alla fine salvandosene, abbastanza casualmente in fondo, e quasi per pure esigenze narrative.

Non c'è però benevola Provvidenza in Voltaire: tutto intorno a Candido è morte e distruzione, la sua salvezza personale è anche un caso fortunato (almeno per il 50%, come diceva Machiavelli). I blandi illuministi cattolici Manzoni e Zemeckis non dissimulano la violenza: ma con un'ironia meno amara esercitano una maggiore benevolenza verso il loro candido eroe, a scapito di un offuscamento della satira verso la violenza della società che intendono, comunque, stigmatizzare.




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