L'Inferno di Dan


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert. Vedere prima il film.

"Dan Brown è solo un personaggio dei miei romanzi", diceva Umberto Eco, e questo potrebbe essere la lapidaria sentenza su di lui. Tuttavia la curiosità c'era, e quindi sono andato a vedere il recente film "Inferno" (2016), tratto dal suo ultimo romanzo del 2013, che riprendeva il fondamento della letteratura occidentale, di settecento anni prima.

Sesto romanzo dell'autore, è il quarto con protagonista Robert Langdon, il suo fortunatissimo investigatore dei misteri esoterici. Sullo schermo lo interpreta sempre Tom Hanks, come già nel Da Vinci Code (2005, una decina d'anni fa) e in Angeli e Demoni. Mi sembra la sua interpretazione più interessante, con un Langdon confuso, invecchiato, imbolsito, in palese difficoltà contro un avversario più giovane e, sulla carta, più brillante.


L'inizio è in medias res, come al solito, e i riferimenti all'Inferno di Dante, che campeggiava sulla Cover del romanzo, sono piuttosto indiretti. Un osso umano con sopra il Lucifero dantesco a tre teste contiene un primo enigma, proiettando l'inferno di Botticelli, nei cui dettagli si cela il percorso per arrivare a trovare dove si trova il virus.




Tutto il complesso gioco di enigmi l'ha ideato l'avversario Zobrist, alter ego di Zuckerberg che ha deciso che è il momento di diminuire radicalmente la popolazione umana.




Langdon inizia la sua corsa contro il tempo, una, se proprio vogliamo, "discesa agli inferi" tra decine di avversari che vogliono trovare il virus prima di lui, per usarlo ai propri fini. Con Botticelli da Dante passiamo al rinascimento, che permette di rendere la grande bellezza di Firenze uno scenario da caccia al tesoro. Non può mancare il riferimento al "Cerca Trova" di Vasari, che non indica la X in cui scavare, come ritiene Renzi, per ritrovare il perduto affresco di Leonardo, ma una tappa della caccia forsennata.

 

Il film è molto americano nel vedere nel Rinascimento, che per noi è più luminosa rinascita della ragione, l'eterna cupezza del gotico italiano tra Papi, intrighi, avvelenamenti. Belle le locandine, che esprimono efficacemente questo concetto, dove nelle acque lutulente dell'Arno si celano luciferine trimurti, o la Cattedrale diviene un anticattedrale dal volto dantesco, sottoterra.


La più riuscita di queste locandine è quella che ci sposta a Venezia, dove il film non può mancare di spostarci in questa corsa tra cartoline italiane (Roma era già apparsa in Angeli e Demoni). Il Leone di San Marco diventa simbolicamente la porta d'accesso agli inferi (mancano Lonza e Lupa, ma vabbé).


Il finale a Santa Sofia di Costantinopoli chiude anche la trama del virus letale, più che altro un McGuffin spionistico per tutto il film. Nel romanzo originale, l'arma di fine di mondo esplodeva, ma sterilizzava solo un terzo di umanità, e Zobrist non era così cattivo. Ovviamente sul grande schermo non si può replicare una simile morale, e quindi Zobrist resta omicida, e Langdon lo ferma, pur dandogli ragione sui temi, ma torto sui metodi.

L'esile collegamento con Dante è l'idea dell'Inferno come grande metafora della peste trecentesca, che ovviamente inizia dopo: le connessioni potevano esserci, ma il film non le esplica (non c'è nemmeno un accenno a Boccaccio). Poteva essere un buono spunto pensare alla Morte Nera del 1350 come frutto di un piano diabolico dei Fedeli d'Amore, ma Dan Brown predilige lo schema filmicamente ideale della treasure hunt dietro a una valigetta luminescente, come detto.

Insomma, l'Inferno di Dan non si rivela un Dante Oscuro, un Brown Dante, ma sfrutta il pretesto per un accettabile ma in fondo comune film d'azione.

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