Martin Mystère - Ritorno all'impossibile.


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert: leggere prima l'albo.

Con un po' di ritardo, recensisco anch'io il nuovo Martin Mystere a colori.
La recensione de Lo Spazio Bianco è un ottimo punto di partenza per inquadrare la serie (vedi qui); qui aggiungerò alcune annotazioni personali.


La cover di Lucio Filippucci cita la storica prima copertina della serie. Con importanti variazioni: al posto dei misteri esotici alla Indiana Jones là evocati, qui i Misteri sono tutti italiani, con la Battaglia di Anghiari (recentemente citata anche nell'Inferno di Dan Brown, al cinema: tempismo perfetto) e l'Elmo di Scipio al posto del Murchadna, il simbolo stesso delle glorie italiche dagli antichi romani all'inno di Mameli (l'elmo, non il murchadna).



L'innovazione del colore è importante: la prima serie ad averla adottata in Bonelli è Orfani, del 2013; questo è il primo caso in cui viene applicata a un personaggio storico, in una delle sue testate. Inoltre, è la prima volta che, coi Mysteriani, si opera una scelta per un team di sceneggiatori collettivo coordinato da Giovanni Gualdoni e comprendente anche Andrea Artusi, Diego Cajelli, Ivo Lombardo, Enrico Lotti e Andrea Voglino.  Una innovazione forse ancor più radicale del colore, che cambia la concezione stessa di scrittura del seriale/autoriale bonelliano, relativamente innovativa per la scena italiana.

I disegni sono di Fabio Piacentini, per i colori di Daniele Rudoni, estremamente efficaci nel rendere il dinamismo della storia, che per la sua innovazione viene sottolineato in ogni modo; ma da quanto si intuisce anche online dalle anticipazioni, il segno dei vari autori viene amalgamato a creare un'omogeneità visiva del ciclo più che sottolineare lo specifico segno di ciascuno. Un'operazione simmetrica a quella compiuta da Recchioni su Dylan Dog, accentuandone l'autorialità delle storie, in un certo senso: e, nella misura in cui è operazione consapevole anche questa, pienamente legittima e molto interessante.


L'esordio avviene nel segno di Harri De Leon, protagonista del numero otto del fumetto, simbolo dell'avidità collezionistica; ma si citano anche le Kardashian per dare un tocco di modernità mondana, e si lasciano già interessanti set-up per futuri pay off (7,v). La scrittura è veloce, rapidità ottenuta sottraendo dalla classica, a suo modo affascinante, verbosità mysteriana; si compensa con una certa densità nei riferimenti indiretti, che mirano a suggerire i rimandi eruditi ed esoterici che sono il marchio di fabbrica del fumetto, senza illustrarli nel dettaglio come avrebbe fatto il BVZM.

Per fare un parallelo che vuol essere puramente tecnico, e non qualitativo, è un po' la differenza tra il Pendolo di Foucault di Umberto Eco (ambientato nel 1982, per qualcosa a mio avviso a Mystere è debitore) e appunto Inferno di Dan Brown (ancor più del Codice o di Angeli e demoni), dove la cornice culturale è lo sfondo dell'azione, senza eccessive spiegazioni divulgative.

Se vogliamo un parallelo più nobilitante, sembra un ritorno al modello di Mystere stesso, a quell'Indiana Jones da "il suo posto è in un museo" (gli stessi primi albi erano meno verbosi e più ricchi d'azione di quello che il personaggio sarebbe divenuto in seguito).

Dopo numerose semi-splash, a p.18 arriva anche una prima (e unica) splash page, a introdurre spettacolarmente la scena di lotta e quindi di inseguimento d'auto (dove si recupera, per caso, una Ferrari, vettura del Mystere tradizionale (su cui si ironizza in 36.iii). Molte ed efficaci le tavole mute, nel frenetico inseguimento, con altre belle soluzioni grafiche (32.i); l'effetto complessivo, nell'azione, è più da James Bond, ipertecnologia e scenari ultramoderni, che Indiana Jones, modello per altre sequenze (un certo bondism è anche dietro Dan Brown, soprattutto negli importanti adattamenti filmici).

L'incontro con Serghej Orloff è occasione di nuove battute ironiche comprensibili dai lettori tradizionali (39.iii), che hanno tutte un senso pratico: sottolineare come tutto è cambiato. Finita una sequenza che potrebbe costituire, nel suo insieme, la classica "scena prima dei titoli di testa" (restando a Bond), scopriamo che la situazione è un po' più complessa a p.44, dove il Grande Collezionista possiede anche "la coppa di un falegname" (44.v), le ali di un angelo (rimando ad Hellblazer?), Ufi e grigi a volontà, e alcuni dinosauri: solo l'Elmo di Scipio (45.iv) manca alla sua collezione. La scena del Graal, oltre all'ironia "alla Indy", è importante: De Leon crede di avere il Graal, ma crede che l'Elmo sia più importante.



Ancora una volta, l'arrivo a Firenze, agli Uffizi, il primo incontro con la nuova Diana Lombard (primo per il lettore, ma anche per Martin) assieme al ritrovarsi con un altro, più interessante, plausibile interesse sentimentale (53.v): tutto mi fa pensare a Inferno, il film più che il libro, con una coincidenza interessante nelle uscite delle due opere. Intendiamoci: la trama è totalmente diversa, a parte le convenzioni di genere. Lo trovo più un fatto di ritmo, fatte le debite proporzioni del diverso linguaggio fumettistico.


Lo scontro finale nei corridoi del museo, introdotto da questa bella sequenza muta - una delle tante - svela finalmente il primo antagonista, il Golem (omaggiato anche su Le Storie e su The Professor, nello stesso mese).

P.60 segna anche il punto di distacco da Dan Brown - o da Eco, se per questo - e l'ingresso nel fantastico cui Mystere appartiene. Anche dopo il Golem (risolto secondo i classici del genere), nella nuova sequenza di p.84 e seguenti, in cui oltre al fantastico si esplica (da fine p.87 in poi) anche il voluto rapporto con Indiana Jones. La Flatlandia del quadro è effettivamente la soluzione grafica più interessante dell'albo, per il resto molto scorrevole ma anche abbastanza piano nelle convenzioni di genere: il team di sceneggiatori giustamente si è tenuta la scena-madre per ultima. Ancora una volta, rendere l'artifatto leonardesco esplicitamente demoniaco - a un primo livello, mi è suonato anche un po' forzato: sicuramente verrà poi spiegato nella storia -  mi sembra un rimando subliminale a Inferno.

La conclusione della concitata sequenza finale offre lo spunto per un nuovo gioco di parole sull'esclamazione ricorrente di Martin ("diavoli dell'inferno!", 97.v) qui usata nel senso proprio, descrittivo del termine (anche questo tipo d'ironia ricorda molto Indy e altra Lucasfilm).

Notevole innovazione di quel "fine primo capitolo" che conclude la storia, e che conferma l'impostazione di questo ciclo, di cui abbiamo già detto: questo sarà davvero, come respiro, un "romanzo a fumetti" (gli albi bonelli di cento pagine sono più, in realtà, racconti lunghi per tempi narrativi). Più ancora che al romanzo, tuttavia, questo fumetto pensa al filmico, come ci conferma la quarta di copertina, efficace congedo dal lettore. Del resto, Tarantino e altri ci hanno mostrato come un film si può agevolmente dividere in capitoli visuali, come un romanzo e appunto un fumetto.

Non resta che attendere quindi i successivi sviluppi, ma per ora l'ouverture, per citare un altro celebre fumetto diviso in capitoli, mi sembra certamente riuscita.

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