Orfani - Juric 3. La regina è morta, viva la regina


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert: leggere prima l'albo.

Si conclude, con una perfetta circolarità, il terzo albo della miniserie di Orfani dedicata alla Juric (qui ho parlato dei capitoli uno e due).

Già parlando del secondo numero avevo parlato di un "white mirror", una riflessione sul futuro prossimo usando la carta invece dello schermo nero della tv. In effetti, anche questa cover del maestro Nicola Mari (colori di Barbara Ciardo), in sequenza con le altre due, sembra sottolineare questa ambivalenza: la Juric, ormai all'apice del suo potere, è circondata da schermi luminescenti, disposti però a formare una griglia che ricorda quella del fumetto stesso.

La cover di Mari la pone ormai parte di una sorta di una (dis)sacrata Trinità, assieme al bolso biografo e alla figlia adottiva, due ultimi tributi da sacrificare sul proprio altare.



L'aneddoto di apertura è una perfetta metafora del Potere Assoluto, e rimanda alla concezione secentesca dello Stato-Leviathan, come pure la citazione finale di Richelieu, l'Eminenza Rossa. La Juric, benché rossa di capelli (e Donna Scarlatta) è forse più affine ancora all'Eminenza Grigia, il necessario contraltare del potere palese del primo ministro, celebrata in questo magnifico dipinto di Jerome (un'altra bella sintesi, visuale, di cosa vuol dire il potere).

La prima sequenza in bianco e nero, di Recchioni e Andrea Accardi, torna ancora una volta all'albero delle pene, di cui mai come qui è palesata una certa pagana cristologia. La sequenza introduttiva connette infatti, in bellissime vignette senza margini (uno stilema che Recchioni va introducendo in Bonelli, in più albi), il mito odinico e la crocifissione, cosa che ovviamente si collega alla Juric per il sacrificio della vista in favore della conoscenza e del potere, per "vedere il mondo tutto sullo stesso piano".

La Barbato, che sceneggia come al solito la parte a colori (su soggetto di Recchioni) è molto abile ad orchestrare la narrazione in un terzo modo diverso. Se nel primo albo si ricorreva a una griglia più bonelliana, "a mattoncino", intermezzata da semi-splash a punteggiare i momenti chiave della storia, mentre nel secondo albo si ricorreva a una griglia più rigorosamente squadrata, vignette quadrate uguali come schermi televisivi, qui si adotta la griglia più libera e mossa tipica di Orfani, con frequenti semi-splash e una generale grande libertà del montaggio di pagina.

Il tutto è reso in modo efficace dai disegni di Luca Casalanguida, per i colori di Andres Mossa, in continuità con quel segno essenziale e pulito tipico della serie, ma con un approccio molto personale specie in drammatiche scene di chiaroscuro (a puro titolo d'esempio, la bella sequenza 20-26).



In particolare, sono molto frequenti tagli orizzontali, come p.19,27,62 (e anche, in misura minore, verticali, come p.33) sottilissimi, a loro modo claustrofobici, mentre la macchina perfetta procede inevitabile verso la deflagrazione che conosciamo e attendiamo (notevole e penso intenzionale la circolarità con la chiusura di Orfani-Nuovo Mondo). Ma, quando serve, la Barbato non esita neppure a usare la griglia bonelliana più classica, a mattoncino (34) o con vignette squadrate uguali (54-56): un uso insomma del linguaggio "sperimentale" Bonelli come linguaggio ormai piano, acquisito.

Molto dosate, come l'altra volta, le splash page totali: frequenti nelle brevi scene della cornice in bianco e nero (tre casi in una manciata di pagine), solo una, a p.86, nella più ampia parte a colori, ma efficacissima, anche grazie all'uso di vignette minori a "vetro spezzato" che, volendo, è ulteriore rimando al tema visivo conduttore di Black Mirror.

Il finale, di nuovo collocato nel futuro post-Orfani/NuovoMondo, come tutta la cornice in B/N, mostra l'esplicita divinizzazione della Juric: la decapitazione della statua che la celebrava come eroina porta solo all'erezione della statua che la celebra ormai apertamente come figura divinizzata di Madonna, Signora per il nuovo mondo sorto, Grande Prostituta (p.92) per i pochi oppositori, che ignorano come i due concetti coincidano. In ogni caso, la Juric è davvero Mariana, ormai: nessuno le può negare il titolo di Regina Coeli (anche nel senso carcerario, in fondo: il suo Nuovo Mondo è un Sistema Totale foucaultiano).

Interessante confrontare quanto fatto qui da Recchioni con il lavoro sulla Grande Madre junghiana in Dylan Dog, Mater Dolorosa, dove ritorna lo studio dell'archetipo mariano; del resto una sottile interconnessione in progress di tutte le sue narrazioni (anche sue in parte, come qui dove è affiancato dalla Barbato) è uno dei marchi di fabbrica più interessanti del lavoro dello sceneggiatore romano.


In terza di copertina, Recchioni ci lascia rilanciando con un altro suo grande successo da curatore della testata: Gipi, il fumettista-simbolo del fumetto d'autore italiano, come nuovo copertinista di Orfani, serie-simbolo del nuovo bonelliano nel segno apparentemente della pura azione ("non facciamo arte, facciamo cadaveri" slogan - volutamente ingannevole e contradditorio - della prima serie). Ma di questo avremo tempo e modo di riparlare a gennaio.


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