Seasons Diverse - Kingsport


LORENZO BARBERIS

Possibili spoiler: leggere prima l'albo.

Ultima recensione - almeno per ora - per Seasons de Lo Studio In Rosso per Verticomics. Ne ho già parlato, con altri titoli, per Darwin ed Elvis. Il nome della collana fa riferimento innanzitutto alla  divisione in "stagioni" propria del telefilm recentemente ripresa dal fumetto "neo-popolare" italiano. Il titolo dei tre post è invece un'ovvia citazione di King, ma rimanda anche al fatto che le tre serie - realizzate da "Uno Studio In Rosso" indagano tre direzioni differenti della forma webcomics.

Ho lasciato per ultimo Kingsport, il fumetto più nelle mie corde di tutti e tre. Darwin era una interessante sperimentazione sul fumetto muto; Elvis una adrenalinica ed intricata avventura fantascientifica pensata per un pubblico più giovane. Kingsport riprende - in una direzione totalmente autonoma - quella rinascita del Lovecraftiano che è culminata in un serial particolare come True Detective: un genere, quello della investigazione esoterica, verso cui ho sempre provato un culto particolare (before it was cool, direbbero i giovinastri hipster).



Lo staff dei realizzatori dell'opera vede al soggetto e sceneggiatura Dario Sicchio, coadiuvato molto bene ai disegni da Letizia Cadonici e ai colori Francesco Segala.  La supervisione è di Michele Monteleone, logo, lettering e impaginazione Maria Letizia Mirabella.

La storia si apre con la spettacolare tavola a taglio orizzontale di qui sopra, impostazione di tavola ripresa frequentemente anche in seguito. Il taglio orizzontale al posto della scansione in vignette rimanda ovviamente allo schermo cinematografico; ma forse ancor più allo schermo televisivo della nuova serialità, sempre rigorosamente in 16:9.

Lo scorrimento verticale (i "verticomics", appunto) accentua il parallelo con la sequenzialità filmata, in quanto la lettura è meno simultanea, a livello visuale, mentre nel fumetto tradizionale l'impostazione di tavola dà subito un colpo d'occhio immediato.

Soprattutto leggendo l'albo a un alto livello di zoom, una splash page come quella che segue subito dopo l'intro, finisce per essere, di fatto, una sorta di carrello cinematografico guidato dal lettore (stavo per scrivere: "utente"). Sicchio ne è consapevole, perché mette il suo "24 ore dalla fine" a fondo tavola, con molto maggiore effetto drammatico: non in alto, come si potrebbe anche scegliere di fare. Espediente che ritorna nel finale del secondo atto, nel giallo inquietante del campo di grano.

Dopo Mitchell Royce, conosciamo Ann Upton con una bella sequenza pressoché muta, che conduce al dialogo col padre. L'orrore di partenza è molto simile a quello di True Detective, con la sparizione di bambini anticipata fin dalla prima vignetta della sequenza, fissata su un pannello "Never forget" con le foto dei bimbi perduti.

Il lovecraftiano per ora echeggia in sottofondo ("era tutto così... giallo"), poi Terrence Danforth richiama la protagonista al suo dovere e all'uragano in arrivo. Il tema dell'uragano, con la città deserta e con un forte valore simbolico, rende la situazione sottilmente diversa da T.D. o da un modello seminale come Twin Peaks: lì la provincia americana presenta ancora la sua patina di normalità, pronta a infrangersi ma resistente ai tentativi del detective di scovare l'orrore; qui la situazione è ormai deflagrata, ma l'uragano vero deve ancora arrivare.

Gli eventi precipitano, mentre Ann deve recuperare la Preston, i Lake, White e la Royce, gli ultimi ancora dispersi. Sicchio segue poi la lezione di Moore (anche il recente Moore di Providence, anch'esso omaggio lovecraftiano) e per evitare infodump gratuiti nel testo inserisce dei materiali testuali (espediente avviato in realtà, nel romanzo fantascienza, da Fredrick Pohl con Gateway, del 1975. Lavoro autorevole, poco noto da noi, da cui probabilmente Moore, che aveva esordito con la SF di 2000 AD, ha tratto ispirazione). 

In questo caso, Sicchio ci propone un numero del Kingspost, che ci fornisce il quadro completo delle informazioni prima solo accennate. Nel secondo atto che segue inizia a far capolino il sovrannaturale, in modo ancora discreto e sottile; Sicchio continua nel montaggio alternato delle vicende di Ann - che si snodano a ogni capitolo in un'ambientazione diversa - e di Royce, imprigionato nel suo capanno dal bambino dai capelli biondi come il grano.

Segue una lettera di Augustus Brimsby, sceriffo della vicina Newburyport, con una funzione lievemente diversa: non spiegare i precedenti in un senso chiarificatore (come poteva essere per il giornale, versione ufficiale del fatti, sicuramente in parte inesatta), ma complicare ulteriormente la trama. Su tutto aleggia l'omertà della provincia profonda americana, come del resto in True Detective.



Il terzo capitolo continua col lavoro di Ann, l'orrore di Royce sempre più esplicitamente sovrannaturale, culminando in questa bella splash page che esaspera in massimo grado il segno nervoso e il cromatismo cupo di questi albi.

A preparare il capitolo finale, una pagina di un saggio storico di Randolph Carter, alter ego lovecrafiano che ci parla di Kingsport e Newburyport, radice e frutto della Costa Est degli USA. Sicchio è abile nel variare la documentazione, integrando le informazioni da punti di vista differenti: la verità ufficiale della stampa, quella privata della lettera, e qui una storiografia in grado di cogliere i misteri di questo New England immaginario.

Il brano storico è un pezzo di bravura notevole di Sicchio, che imita bene la "maniera lovecraftiana", sul modello di Alan Moore (con l'ulteriore difficoltà della diversa lingua). Il brano storico svela pochissimo, ma rivela tutto nel gusto delle metafore marittime, Il porto del Re e il porto della Nuova Città (etimologicamente), luoghi di approdo e perle dell'America, con linguaggio allusivo alla loro natura marina. La storia di una città e la storia delle sue famiglie, i Curwen e i Waite e le altre che occhieggiano sullo sfondo, sono di nuovo un modo per dire e non dire, in un progressivo intricarsi della trama man mano che si allarga lo sfondo.

Il quarto atto permette finalmente l'apparizione del Re dei Campi, il cui volto vuoto richiama certo il vortice dell'uragano che sta per dare il colpo fatale alla città, ma anche il nido vuoto dei bambini predati, e forse anche una rovesciata corona di spine cristologica (anche la ricerca di Adam, l'elemento anomalo nella serie dei delitti, sembra essere subliminalmente simbolico).

Dopo la lettera di Theresa Lake ai giornali (lettera pubblica, come quella di Brimsby era privata) il quinto atto vede finalmente scatenarsi il "gran vermo" racchiuso nel bambino biondo, simbolo dell'innocenza (in)contaminata, e forse citazione del De Vermiis Mysteriis del canone lovecraftiano. Di sicuro, la tavola è la potente immagine di copertina, con cui praticamente si chiude per ora la storia (in verità segue una vignetta nera, e una splash di Upton padre: ma sembra quasi l'equivalente a fumetti della "scena dopo i titoli di coda" filmica).

*

Un tratto comune - e meno apparente - di queste prime tre Seasons sembra quindi la stratificazione di significato: da un lato, una storia leggibile in modo anche veloce e leggero: Darwin non ha letteralmente testo; Elvis ne ha poco e scanzonato; Kingsport è più densa della media del popolare italiano se contiamo gli inserti testuali, ma con l'esclusione di questi è piuttosto veloce e immediata.
Tuttavia tutte e tre le storie permettono, volendo, anche una "seconda lettura" più dettagliata, come abbiamo evidenziato nelle tre recensioni.

In Darwin era l'apprezzamento dei virtuosismi narrativi per condurre una storia senza dialoghi; Elvis era strutturata con una trama rapida ma intricata, e sciogliere l'intrico poteva essere una sfida divertente per il giovane lettore. Kingsport parla a un pubblico più maturo, tra True Detective e Providence, come detto: non solo nel senso che c'è l'orrore, ma che è giocato su un registro comunque poco incline allo splatter gratuito, più tensione psicologica che grand guignol.

Lo scavo della storia di secondo livello è in Kingsport la parte più difficile, e un gioco che si potrà completare (e mai del tutto, come in Lovecraft) solo avendo tutti i pezzi del puzzle. Il gioco nasce dall'intersezione tra i testi, ancor più ricchi e densi di informazioni, che vanno interpolati con le immagini. Non si pregiudica però la comprensione della storia per il lettore che saltasse il materiale testuale (mi viene in mente Medda che, per epater il lettore borghese, diceva di apprezzare Watchemen ma non averne mai letti i testi di intermezzo...), perdendosi però le pieghe della storia che sono la vera attrazione per l'intenditore lovecraftiano.

In sintesi, tre interessanti percorsi, tre interessanti direzioni che indagano un nuovo popolare italiano.

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