Dylan Dog 366 - Il giorno della famiglia


LORENZO BARBERIS

Qualche appunto, come al solito, sul Dylan Dog attualmente in edicola dal 28 febbraio 2017. Possibili alcuni spoiler, ovviamente, anche se come sempre mi divertirò ad annotare più che altro alcuni dettagli, note a margine sparse nell'albo. Più che altro, trovo che abbia poco senso leggere questi appunti prima del fumetto, come per ogni recensione. In ogni caso, siete avvisati.

1. La cover.

Il numero 366 si contraddistingue per la cover ispirata ad uno dei più famosi albi dei Beatles, che compie quest'anno mezzo secolo: il Sgt. Pepper's Lonely Hearts Band, che contiene, come arcinoto, una galleria di personaggi di riferimento per il gruppo.


In ordine dall'alto, dopo il guru Sri Yukteswar Gigi troviamo subito quello più citato da tutti, Aleister Crowley, seguito dall'attice Mae West che, all'epoca, si era all'inizio rifiutata di offrire la sua immagine (forse per la vicinanza con Crowley?); il comico Lenny Bruce e il compositore Stockhausen, il comico W.C. Fields e poi di nuovo due riferimenti importanti come Carl Gustav Jung ed Edgar Allen Poe. L'ultimo della fila è il Nobel di quest'anno, Bob Dylan.

Scendendo, troviamo tra gli altri Beardsley, Huxley, Dylan Thomas (oltre che Bob, il poeta inglese che ha ispirato il nome di Dylan), Marilyn Monroe, William Bourroughs, Marx e Wells (due comprimari di Dylan, a loro modo, hanno qualche rapporto con queste due figure). Alla terza fila dall'alto troviamo invece tra gli altri Oscar Wilde e Lewis Carrol. Non mancano poi le riproduzioni in cera dei Beatles, a fianco degli originali.


Qui comunque lo schema migliore in italiano che ho trovato, per chi si divertisse a scoprire altri elementi: la cover di Gigi Cavenago è fedele, per quanto ho potuto osservare. Copertina pregevole e di indubbio impatto, ma che ha forse un limite nell'annullare in buona parte l'effetto del graduale disvelamento della storia, che dopo un crescendo di allusioni all'inizio sottili culmina con la bella semi-splash di p.80.

2. Gli autori.

Se la copertina fa pensare subito ai Beatles, il titolo fa pensare al Family Day di Mario Adinolfi (che in questi giorni si è appena fatto espellere da Facebook); e in effetti l'albo è una riflessione a più livelli sul concetto di famiglia, come diremo.

L'opera segna l'esordio su Dylan di Riccardo Secchi, figlio di Luciano Secchi (Max Bunker), uno dei nomi storici del fumetto italiano. Riccardo Secchi è invece, soprattutto, sceneggiatore di Nathan Never da lungo tempo, mentre questo è il suo primo Dylan Dog.



I disegni di Valerio Piccioni, con le chine di Maurizio Di Vincenzo, sono funzionali e servono bene la storia, con il giusto surplus di dettaglio che richiede un horror "fondato storicamente", per così dire, come questo. Si tratta dell'esordio di Piccioni sulla regolare, pur avendo lavorato, da poco, al Maxi 26, e al Color Fest 18. Di Vincenzo ha invece lavorato sulla serie dal lontano n. 139, Hook l'implacabile, e non era ancora apparso nel nuovo corso (l'ultima storia è il 320, La fuggitiva).

3. Note a margine sull'albo.

Fin dalle prime tavole notiamo la scelta delle vignette senza margine e in mezzatinta per il flashback, una scelta moderna giunta sulla testata con Mater Dolorosa (integralmente impostata in questo modo) e già ripresa in un passato Maxi (solo per alcune scene speciali). In questo modo si limita la smussatura alla tavola e non alla singola vignetta, espediente prima utilizzato dal solo Ambrosini, e che qui si è fatta evoluzione generale del linguaggio.

Villa Montague rimanda forse a Montague Rhodes James, importante autore di storie di fantasmi, come si annota sul forum Craven Road, notazione coerente con la storia.

Dopo l'intro, ritroviamo la Trelkovsky (11), che Sclavi aveva mostrato senza poteri nell'albo del suo ritorno. Qui invece è di nuovo la medium blavatskiana che ricordavamo, per una volta nelle vesti di cliente di Dylan, come tocca a turno un po' a tutti i comprimari (non mi pare però che lei l'avesse già fatto). Tramite la Trelkovsky e la trama di fantasmi si viene a sviluppare una sotto-trama fantastica che connette alla storia principale che, a rigore, non è orrorifica. Si tratta di uno dei rari Dylan Dog in cui non viene ucciso nessuno: curiosamente come l'albo Uno strano cliente, di cui parleremo, anch'esso dedicato ai Beatles. Forse, in questo caso, la citazione di fatti reali dell'orrore a sfondo esoterico (Manson e la sua Family, come vedremo oltre) ha portato poi a una certa prudenza nel rimetterli in scena, mentre con una setta totalmente d'invenzione ci si sarebbe sbizzarriti di più.


Arriva anche lo pseudo-John Lennon (21) ascoltandosi appunto Sgt.Pepper su musicassetta, l'evidente colonna sonora di quest'albo. Confrontando 22.iii con 6.v potremmo avere un indizio potenziale. Marylin, West e Temple (24) evocano una triade che farebbe suonare un campanello d'allarme a un appassionato di esoterismo e - stante la cover - anche al lettore comune. Interessante anche l'avvicinamento tra Marylin e Manson.


Come accennato, una cover band dei Beatles appariva già nel 195 di Giuseppe De Nardo, dove Dylan Dog era in trasferta a Liverpool. Addirittura, c'era anche qui un personaggio femminile, non al posto di Paul McCartney ma, mi pare, di Ringo Starr. E, naturalmente, canzoni dei Beatles ricorrono negli albi di Dylan (ad esempio, qui si cita il n.88), anche perché quasi sempre gli autori forniscono una colonna sonora implicita alla storia.


Nuova sequenza di Dylan, torna la blanda continuity della love story Groucho-Irma, incrocio casuale con i "giovani Beatles" e nuova citazione di una triade (p.29), questa volta maschile: Lawrence d'Arabia, il pugile Sonny Liston, Marlon Brando (citato solo come Marlon; ma quale altro Marlon esiste nell'immaginario pop?). Tra l'altro, Brando, nel film Il selvaggio (1953) ha come antagonista una band di motociclisti dal nome The Beetles, cosa che per alcuni potrebbe essere stata d'ispirazione specifica per gli scarafaggi di Liverpool (da cui la citazione).

Un bel flashback muto ci mostra la fine della ragazza, spirata accanto a un'amaramente ironica pagina di giornale che parla di "Family Paradise" (32). Dylan stabilisce così un contatto recandosi sul luogo dell'incidente; il nuovo incrocio con la macchina dei "New Beatles" (35) manda in crisi lo spettro, a ragione. Curioso notare che le auto erano implicate nel portale dimensionale anche nell'albo precedente (DD 365), dove appare una scena molto simile.


Più avanti, torna anche un rimando ad Abbey Road, l'altro grande albo iconico dei Beatles (48), connesso al mito della morte di Paul McCartney. Se la ragazza è Paul, come detto a chiare lettere poco prima, si trova però in posizione diversa: non terza ma seconda della fila.

Interessante notare il parallelismo che emerge tra il rito del vecchio Sir Gill e quello che poi vedremo operato dai ragazzi (p.50), in chiave decisamente più oscura.


Si esplicita intanto la citazione a Charles Manson (p.58), notoriamente ossessionato, come chiarisce anche Recchioni nell'editoriale, dal mito dei Beatles, visti come i quattro cavalieri dell'Apocalisse giunti ad annunciare l'Helter Skelter nel loro White Album. A questa folle lettura Manson si ispirò per i feroci delitti compiuti dalla sua Family, la sua setta personale (prendendo di mira due figure di spicco della cultura pop-esoterica come Roman Polanski e la moglie Sharon Tate). Il curatore Recchioni, tra l'altro, ha scherzato online sulla sua blanda somiglianza con Manson sulla cover di Life; da poco Dylan Dog ha però pubblicato il White Album del suo creatore, Tiziano Sclavi, ispirato a un precedente e celebre romanzo-White Album, tra l'altro. Che poi, il concetto stesso di White Album è tautologico, dato che "album" deriva da bianco in latino (come pure per gli albi a fumetti, del resto).

Come ne Il generale inquisitore, dunque, si conferma in questo albo l'ispirazione ad elementi reali del mondo esoterico, sul modello di quanto fa Martin Mystere: ripresi però in uno stile meno didascalico rispetto al BVZM, in continuità con le caratteristiche della serie dylaniata. La svastika che Manson si è tatuata torna in molti graffiti sui muri del ritrovo della setta, e sono tutti simboli abbastanza precisi (come quelli apparsi in Al servizio del caos, del resto). Credo che il loro uso sia puramente casuale, e li elenco qui per pura curiosità (se non vi interessa, saltate pure il prossimo capitoletto e passate alle conclusioni, al punto 5)

4. i simboli ermetici del rituale.





Dietro all'altare di Manson (p.59) troviamo l'eptagramma/pentacolo del Sigillum Dei Aemeth, creato da John Dee per la sua "magia angelica" (ovvero volta al controllo degli angeli). Modernamente biene associato spesso a Babalon (sette lettere) come signora scarlatta dell'Apocalisse, molto venerata nel rito crowleyano. Una presenza che - giocando a sovra-interpretare, sia chiaro - potrebbe collegarsi ad alcune delle deformanti letture complottistiche dell'albo, che ribaltando il titolo vi trovano ovviamente il 666 e "bebbel", ovvero Babel (il nome dell'albo, ribattezzato Sergeant L. Pepper, diveniva Reg.(em) Apple Serpent, con rimando ovviamente diabolico per i complottardi).



Il simbolo del pacifismo a fianco (la "zampa di gallina" per chi lo definisce simbolo diabolico, come molti fondamentalisti cristiani) è evoluto nel pentagramma rovesciato (di solito associato alla testa di capro, qui assente).


In altri punti appare il pentacolo volto verso l'alto, e sembra appunto quello che sta al centro del Sigillum Dei.


Ci sono anche variazioni sul triglifo, spesso ripreso dal BDSM (e associato ovviamente al 666), e non manca nemmeno, a destra, un segno che ricorda un Ankh rosacrociano (però totalmente inscritto nel triangolo). 



Vediamo anche, nella stessa pagina, quella che sembra una stilizzazione di Isis/Ishtar e la Monas Ierogliphica, già citata di recente da Barbara Baraldi nel suo albo dedicato a Gli anni selvaggi del Giovane Dylan rocchettaro.




L'esagramma di 59.i è il più ricercato, il Sigillo di Saturno (qui una breve spiegazione, ma il suo valore è molto più complesso).



Sia chiaro: simboli esoterici piuttosto generici, su cui ci si può documentare con una rapida occhiata su Google, e disposti oltretutto in modo all'apparenza abbastanza casuale; Li ho riportati per pura curiosità. Comunque interessante questo riferimento a simboli veri e non di pura invenzione (come più prudentemente si sarebbe fatto una volta).

Appare inoltre l'albo dei Beatles in questione (60.iii) tenuto sullo sfondo (prudenza vanificata dalla cover dell'albo, come detto). In ogni caso, un lettore di media esperienza dovrebbe capire il riferimento già nella successiva 61.iv, molto esplicita (resta invece da chiarire il senso del flashback legato a Sir Gill, che si svela solo nel finale). Otto personaggi sono già stati realizzati: Poe, Fred Astaire, Lawrence d'Arabia, Marlon Brando, Oscar Wilde, Johnny Weissmuller (l'attore interprete dello storico Tarzan), Marlene Dietrich e l'attrice minore Diana Dors. Due altri cadaveri sono quelli del nero che farà il pugile Sonny Liston, mentre Petra sarà Marylin.

Dallo schema possiamo notare che nella composizione c'è posto anche per il n.12, Leo Gorcey, che invece è stato cancellato nell'originale poiché aveva chiesto del denaro (la sua presenza è confermata anche a p.24, dove si parla di 87 "pezzi" complessivi, che includono anche vari oggetti). Una svista marginale, oppure i New Beatles dell'albo hanno voluto rifarsi al progetto originale: essi includono dunque anche Gandhi, cancellato per opportunità di rapporti di marketing con l'India, che è compreso nel calcolo degli 87. Non si include invece Hitler, che i Beatles avrebbero voluto per provocazione culturale, ma fu escluso subito dal progetto.

5. Conclusione.

Una volta risolto il rituale e quindi il caso (p.76), l'albo procede verso la conclusione chiarendo la connessione col sir Gill visto all'inizio, ancora da sciogliere.

P.76 è inoltre interessante graficamente, perché conferma che, in modo cauto, sono ormai comuni impostazioni di tavola eclettiche rispetto lo stile bonelliano classico. Non tanto come linguaggio ordinario, ma come rottura eccezionale della gabbia, che diviene per questo più efficiente: uno stile scelto all'origine da Dylan Dog, ma col tempo abbandonato in favore della ipotetica "leggibilità massima".

Dylan si definisce beatlesmaniaco, ampliando ancora i suoi già vasti gusti musicali, dal clarinetto al metal; la bella semi-splash di p.80 completa la classica "spiegazione finale" e dà risalto alla bambola di Shirley Temple che porta sul petto, come nell'originale (in modo simile al proto-fumetto, Yellow Kid) una scritta "Welcome To The Rolling Stones" (protagonisti di un prossimo albo pieno di simpatia per il demonio?).

Va notato che la Family avrebbe incluso i corpi mancanti nel computo; non tutti, ma due (parlano di "dodici corpi", "altri due a chiudere", p.24). La cosa è plausibile, perché uno è ottenuto legalmente, e quindi non si potrebbe sottrarre senza scalpore.

"Nowhere man" dei Beatles, nell'albo n.88.

Il confronto finale chiarisce gli ultimi dettagli. Julius, se non fosse stato per la sua finale sventatezza, sarebbe divenuto l'erede universale della vasta fortuna: il suo piano quindi avrebbe potuto andare in porto, agendo in futuro sfruttando i più ricchi mezzi, con nuovi compagni e maggiore discrezione. In un fumetto realistico, in un Julia, saremmo di fronte solo a una follia individuale; in Dylan Dog, potremmo pensare che il piano potesse avere per suo tramite un qualche fondo di validità esoterica. Comunque, con ogni probabilità, non lo scopriremo mai, essendo stato annullato sul nascere; a meno di futuribili sequel.

A p.91 ci viene inoltre confermato un tassello abbastanza logico (ma, mi pare, non ancora chiarito ufficialmente) sul passato di Dylan. Esso si inserisce perfettamente nel tema della storia, relativo alla Famiglia, nei tre sensi che si intersecano: gli orrori della famiglia tradizionale, inevitabilmente disfunzionale come quella di Gill, ma anche gli orrori della Family informale di Manson, che sfrutta il bisogno di socialità della Summer of Love per un piano delirante. Unico contraltare positivo un'altra sergente, non Pepper ma Dunn, figura che deriva dal Fargo (1996) dei Coen, ma che si inserisce bene nell'albo a simboleggiare la vita opposta al prevalere di orrori mortiferi.

E per finire, la figura di Dylan e il suo enorme complesso edipico, il rifiuto della propria famiglia perduta, quella vera e quella adottiva, in favore della "family" positiva degli amici. Il Terzo Stato dei Mostri (oggi abbandonato come frontespizio, col nuovo corso) che accompagna da sempre il nostro eroe non rischia di divenire un'altra versione, più sottile, del macabro pantheon di Julius? Al lettore, e a future storie, la risposta.

Sgt. Dylan's Lonely Horrors Band.

Il giorno della famiglia
Soggetto: Riccardo Secchi
Sceneggiatura: Riccardo Secchi
Disegni: Valerio Piccioni
Chine: Maurizio Di Vincenzo
Copertina: Gigi Cavenago

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