Arrival


LORENZO BARBERIS

Ho di recente recuperato "Arrival", per molti il film di fantascienza del 2016, almeno nell'ambito della classica science fiction spaziale. Non conoscevo il regista Denis Villeneuve, che è però un acclamato cineasta canadese; sulla scorta di questo film è stato anche identificato come l'autore dell'imminente Blade Runner 2049. Il soggetto del film deriva da un'opera di Ted Chiang, uno scrittore americano di fantascienza contemporaneo che parimenti non conoscevo, ma che è piuttosto affermato, avendo vinto i principali premi fantascientifici.  (Ovviamente, sono possibili spoiler nel discorso: consiglio di vedere prima il film).

Per certi versi, questo di Villeneuve ricorda molto  "Interstellar" (2014) di Nolan (di cui avevo scritto qua) in quanto, pur molto diverso, riprende le tematiche dell'alieno misterioso da decifrare, prima ancora che buono o cattivo. Alcuni elementi del film sono stati modificati, del resto, proprio per non sembrare troppo analogo al precedente (vedi qui).

Ma è un tema universale, come spiega bene anche Giovanni Rizzi, qui. Se il primo alieno buono e incompreso è in Ultimatum alla terra (1951), già Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) introduceva il tema della difficoltà di dialogare con gli alieni, liquidati i comodi "traduttori universali" in mano agli UFO degli anni '50. "Contact" (1997) di Zemeckis presenta ancora più corrispondenze (ad esempio, l'idea di una scrittura aliena da decifrare che implichi una concezione non lineare del tempo e dello spazio). Sono del resto teorie che si trovano nei contattologi più razionali, come Carl Sagan e soci, e che quindi si sono riverberate in tutte quelle sceneggiature che cercano di descrivere un contato alieno in modo relativamente "realistico".


A un primo livello, le enormi astronavi verticali che sono l'icona stessa del film hanno fatto pensare a molti al monolite del "2001" kubrickiano (1968): neri e indecifrabili tutti e due, sono lo strumento per offrire all'umanità la sua evoluzione decisiva (vediamo il monolite qui sopra, nella sua meno nota apparizione a Bowman in una sala illuministicamente settecentesca). E certo il film di Kubrick è seminale nella "nuova fantascienza cinematografica": non solo profonda, ma anche libera dall'obbligo di una spiegazione dettagliata degli eventi in favore di un non-detto "artistico".


Le astronavi di Arrival hanno comunque un debito ancor più forte con "Il castello dei Pirenei" (1959) di Magritte. La conformazione è molto simile (l'astronave cinese gravita appunto sulle acque), tranne per il fatto che la roccia di Magritte non è levigata. In un certo senso, anche la nave spaziale di Arrival è un "castello": si entra dal basso, e si sale verso l'alto, dove risiedono i suoi piloti.


Ancor più simile, ma di piccole dimensioni, è l'Uovo di Tenebra del Tecnopapa dell'Incal di Jodorowski. In modo coerente, in Jodorowski questo uovo filosofale "al nero" è custode di una sapienza negativa. La nave di Arrival è poi soltanto semi-ovale, e può ricordare tale forma solo in visione frontale.


Il tema del cerchio ritorna invece anche nella scrittura degli alieni, che si dà come forma circolare (anche per la sua non-linearità, appunto). Interessante la forma archetipa del cerchio e la sua importanza anche narrativa: non abbiamo nessun elemento che ci dica che gli alieni sono intelligenti o buoni (anzi, il loro aspetto ricalca quello di Chtulu in Lovecraft, distruttivo per gli umani); ma non appena tracciano un cerchio per comunicare, ancor prima di capire che è linguaggio, allo spettatore viene passato un messaggio di positività. L'O di Giotto dell'aneddoto, insomma.

L'elemento scientifico alla base del ragionamento è un po' antiquato, in quanto ci si basa sulla Ipotesi di Sapir-Whorf  (vedi qui una sintesi essenziale). Se da un lato è encomiabile non aver riproposto il solito Einstein, il solito Planck (citazionismo un po' stanco a cui rimanda anche Nolan), dall'altro lato il problema del determinismo linguistico, certo affascinante, viene liquidato in modo forse un po' rapido (si vuole del resto evitare di introdurre spiegazioni eccessivamente lunghe e noiose per mantenere lo spirito estetizzante del film).

Un'opera insomma interessante, anche se in fondo rielabora - con efficacia - idee consolidate nel campo fantascientifico, ma dà il suo meglio nel metterle in scena con una estetica elegante, sobria e rigorosa.

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